In the Mood for Love e la Poetica del Forse

Andrea Vailati

Ottobre 10, 2016

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In the Mood for Love e la Poetica del Forse

In the Mood for Love
Chow e Su

Il fumo e la pioggia sono gli unici veri indicatori del non tempo e del non luogo in In the Mood for Love.

Perché il fumo eternizza l’istante, dilatando ogni cronologia all’impossibilità di dirsi.
Perché la pioggia è un colore troppo potente per concedere spazio alle altre tonalità del mondo, divenendo unico spazio del non passare del tempo.

Un uomo e una donna scoprono che i rispettivi coniugi hanno una relazione.
Per caso, per obbligo della storia che gli è scritta addosso, si sfiorano.
Per sbaglio, per bisogno, si sussurrano.

Solitudini inconsapevoli di essere possibili. Sguardi, violini.

In the Mood for Love
In the Mood for Love

Come possiamo sapere chi siamo, se quando ce lo chiediamo siamo appena già stati?
Come possiamo sapere con chi danziamo, se quando ce lo chiediamo stiamo già danzando?

Lui, semplicemente essendo se stesso, senza minimamente sapere chi lui stesso sia, la insegue.

Lei, che tanto teme di trovare una felicità che mai ha potuto pensare di meritarsi, fugge.

Non del tutto, però.
Perché non è una storia dei sì e dei no, ma la storia del sempre forse, e per gli animi che nel forse si perdono, il chissà è l’unico aedo che può cantarli.

Può bastare il non toccarsi, per amarsi totalmente?
Può bastare lo sfiorarsi di sussurri spiati, per scoprirsi innamorati?

Si incontrano in un non luogo, una stanza come un’altra che non può che essere una stanza, non essendo una stanza.
2046 è il numero, gli specchi sono la realtà.

Ma lei teme il mondo che non comprende la meraviglia, e lui teme che lei non possa mai smettere di temerlo.

Lui deve fuggire dall’eternità impossibile, per poter essere anche solo per un momento nel tempo.

Chow: «Non pensavo ti innamorassi di me».
Su: «Nemmeno io lo credevo (…) Certe cose succedono così. Credevo di avere tutto sotto controllo».

Ma non basta una volta in cui il sempre non è bastato, perché il non tempo va sconfitto con la follia dell’istante di coraggio.

Chow: «Sono io, se ci fosse un biglietto in più, verresti via con me?».

Lui è la poesia del non sapere ancora di essere nel bel mezzo di una poesia, la più pura, incontaminata dal sapersi Bellezza, prima ancora del mentre, mentre eternamente rimane sospesa.

Lei è la possibilità di attuare una potenza infinita, prima che l’eterno arcobaleno non abbia più colori in questo mondo per sopportare il non ancora.

In un altro luogo, prima ancora che l’istante si dia a un tempo reale, la coincidenza, figlia ribelle della fortuna, decide che non può essere.

Lei fugge un secondo prima, lui arriva un secondo dopo. Il tempo condanna i naviganti della sua antitesi; ma è davvero il non tempo, il sospeso, a essere l’antitesi del tempo?

Immobile è il segreto sussurrato nella fessura del luogo eterno.
Sfocato è l’uomo che si condanna a risolvere un ricordo non ancora terminato.

Quando l’uomo dice la sua poesia è perché non può più essere in essa; o forse non ancora, perché nel forse non vi è differenza tra il sempre e il mai.

Chow: «Nel passato se uno aveva un segreto e non voleva assolutamente che qualcuno lo sapesse, lo sai che faceva?
Andava in montagna e cercava un albero, scavava un buco nel tronco, e vi bisbigliava il suo segreto e richiudeva il buco col fango, così il segreto non sarebbe stato scoperto mai da nessuno».

In the Mood for Love è la poesia del non poter più essere poetici.

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