The Zero Theorem – L’esistenza è un sistema binario

Edoardo Wasescha

Gennaio 19, 2021

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«Zero deve corrispondere al 100%». Il segreto dell’universo è affidato a una simulazione carnivora che si ciba delle menti di tutti coloro che tentano di sbrigliarla. Parimenti, chi si confronta con The Zero Theorem (2013) ha l’onere di ricomporre il puzzle di distopia, fede e solipsismo, i cui pezzi sono stati sparsi da Terry Gilliam per gran parte della pellicola.

Ma partiamo dall’inizio – o dall’1%. Qohen Leth (Christoph Waltz) è un genio dell’informatica, ma proietta lo scarno sistema binario – fondamentale per i computer – anche sul mondo esterno, traducendo persone fisiche e comportamenti sociali in 0 e 1, come se fossero elementi da processare.

La vita è ridotta a riflesso ipersensoriale, del quale la vista e l’intelletto si nutrano avidamente attraverso il monitor di un computer che, a differenza di uno specchio, restituisce un’immagine molto più interessante dell’originale. Il tragitto che intercorre fra uno schermo e l’altro – nella fattispecie quello di casa e quello del lavoro – rappresenta l’unico buco nero dal quale Qohen non riesce a uscire. Sembra che, ogni volta, piuttosto che di una strada, si tratti invece di percorrere un sottilissimo filo, inadatto a sopportare l’enorme peso dell’angoscia con cui viene gravato. Sotto il filo, il vuoto di un’esistenza che non sia definita da precise coordinate.

Qohen: «Ci siamo sempre sentiti profondamenti diversi, unici. Ma da un’analisi obiettiva siamo arrivati alla conclusione che siamo irrilevanti proprio come tutti gli altri. Siamo una delle numerose, singole api operai nell’immenso alveare, tutte soggette agli stessi obblighi e doveri di milioni di altre».

Chi si confronta con The Zero Theorem ha l’onere di ricomporre il puzzle di distopia, fede e solipsismo, i cui pezzi sono sparsi lungo l'intera pellicola.

Non v’è riposo per la propria mente. Quella che prima era coscienza di sé e del mondo naufragata in ogni isola di dissolutezza che alleviasse temporaneamente il mal di mare – il mal di vivere – ora è il porto sicuro di una risoluta speranza, altrettanto alienante.

In The Zero Theorem, l’universo di matrice orwelliana, tanto caro a Gilliam, agisce sì da cornice degli eventi, ma contribuisce anche a stratificare il simbolismo con cui il regista riempie ogni sua opera, compresa la presente.

La frattura dell’individualità, celata sotto l’uso, da parte del protagonista, della prima persona plurale per riferirsi a se stesso, è certamente una spia che segnala disturbi della psiche. Ma quel «noi» costituisce, almeno simbolicamente, la disintegrazione dell’identità, massima aspirazione anche dei totalitarismi. Sottraendo il senso critico e sostituendolo con un pensiero dominante in cui la collettività possa riconoscersi come un tutt’uno, si crea un unico e indissolubile legame, spezzando, contemporaneamente, ogni altro schema sociale.

Inoltre, il figlio prodigio del direttore, Bob, ha l’abitudine di chiamare ogni altra persona che incontra con quel nome, al fine di non sovraccaricare la propria mente di informazioni inutili. Nel quadro dipinto poc’anzi questa sarebbe un’ulteriore pennellata mirata a cancellare l’individualità o quantomeno a deformarne i contorni a tal punto da renderla indistinguibile.

Il nome è, infatti, uno dei fondamenti della propria individualità, la risposta, almeno a un livello base, alla domanda “Chi sono?”. Non è un caso che, nel corso della storia, ogni dittatura abbia tentato di sostituire il nome degli affiliati – e non solo – con appellativi generici: camerata, compagno, soldato. L’obiettivo era quello di sacrificare l’identità personale in nome di un’inconfutabile identità nazionale.

Chi si confronta con The Zero Theorem ha l’onere di ricomporre il puzzle di distopia, fede e solipsismo, i cui pezzi sono sparsi lungo l'intera pellicola.

Dogmatica è altresì la fede di Qohen in una telefonata che – crede fermamente – gli svelerà il senso dell’esistenza. La salvezza, in questo caso, esce dalla dimensione divina, seppur mantenendo una certa aura mistica, e si rivela essere un’altra prigione in cui rinchiudere la propria mente. Grevi sono le catene che legano il corpo al carcere dell’esistenza, ma ancor più pesanti sono quelle che cingono lo spirito alla ricerca del suo significato.

In The Zero Theorem, speranza e disincanto sembrano rincorrersi senza sosta. Ma, alla fine della gara, non ci saranno premi né vincitori.

Qohen: «Una notte, di molto tempo fa, siamo stati svegliati dal telefono. Abbiamo sollevato la cornetta e una voce ci ha detto: «Qohen Leth». Prima che potessimo rispondere, abbiamo sentito un enorme sbadiglio, colmo di una potenza indescrivibile. Un’improvvisa sensazione di gioia ci ha pervasi come mai prima nella vita. A quel punto ci era chiaro che la risposta che dovevamo dare era: «sì». È la voce. Ci avrebbe svelato il senso più profondo della vita, il motivo della nostra venuta sulla terra. La voce ci avrebbe dato una ragione per esistere».

Bainsley: «E allora?».

Qohen: «E allora, carichi di aspettative, abbiamo riattaccato la cornetta e disconnesso noi stessi».

Chi si confronta con The Zero Theorem ha l’onere di ricomporre il puzzle di distopia, fede e solipsismo, i cui pezzi sono sparsi lungo l'intera pellicola.

Qohen e Bainsley

Connessi o disconnessi, io o noi, senso o non-senso, vero o falso: l’alternativa è sempre 0 o 1. La complessa stratificazione di scelte, le quali, piano dopo piano, ergono l’edificio in cui rinchiudere il proprio sé, finisce per schiacciarsi su una visione doppiamente monadica.

Se la vita ha un profondo significato, allora vale la pena cercarlo strenuamente.

Se la vita non ha un profondo significato, allora non vale la pena vivere.

Sembrano non esserci vie di mezzo in grado di annullare un simile pensiero dicotomico. Come se fosse possibile soltanto afferrare il fulgido senso della vita fra le mani oppure decidere di farlo tramontare oltre l’orizzonte. In fin dei conti, se si tratta di un gioco, noi siamo gli ignari giocatori. E se invece è tutto uno scherzo, noi siamo gli scherzati.

Qohen: «Hai mai avuto la sensazione che il mondo ti rida alle spalle? Che tutti nell’universo facciano parte di un grosso scherzo cosmico? Tutti tranne te. L’unica ragione per cui non ridi è perché sei la battuta finale».

The Zero Theorem, cancellando il senso dell’esistenza, spezzerà le catene dello spirito, esonerando Qohen dalla propria speranza. Quest’ultimo, invece, troverà la chiave delle catene del proprio corpo e, una volta libero, si lascerà inghiottire da quel buco nero che, da incubo interrotto, è divenuto sogno perpetuo.

Chi si confronta con The Zero Theorem ha l’onere di ricomporre il puzzle di distopia, fede e solipsismo, i cui pezzi sono sparsi lungo l'intera pellicola.

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Autore

  • Edoardo Wasescha

    Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Agitare ma non mescolare.
    Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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