I sette Samurai di Kurosawa – al di là dell’epica

Americo Palermo

Aprile 13, 2021

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Kambei: «Anche stavolta siamo stati i vinti. Si, i vincitori sono i contadini, soltanto loro».

Parlare oggi de I sette Samurai (1954), e quindi di Akira Kurosawa, a quasi settant’anni dalla sua uscita, è assieme doveroso e complesso. Il capolavoro del regista nipponico è da sempre studiato e approfondito nei libri di storia del cinema, sviscerato in tutti gli aspetti rivoluzionari e precursori che ne hanno fatto una pellicola senza tempo: è pertanto necessario mantenere accesa quella fiamma che, a distanza di tanto tempo, potrebbe iniziare ad affievolirsi soprattutto agli occhi dei meno appassionati.

Ma aldilà dei tecnicismi, della resa impeccabile e straordinariamente moderna della battaglia ottenuta grazie all’uso di sei telecamere e a un montaggio serrato che fa da contraltare alle scene più narrative, Kurosawa ci dona un’opera meno inquadrabile di quello che potrebbe sembrare in superficie.

La frase finale che pronuncia uno dei protagonisti è l’ultimo di una serie di tasselli grazie ai quali il film assume un senso del tutto diverso: ciò a cui abbiamo assistito non è semplicemente la storia di un villaggio di contadini che assolda sette samurai per difendersi dall’imminente attacco di un gruppo di barbari, bensì qualcosa di più profondo e attuale.

La battaglia tra le due fazioni non avrebbe, teoricamente, granché di epico: nell’epoca in cui il film è ambientato le razzie ai danni dei villaggi erano molto frequenti e, spesso, erano proprio samurai decaduti (i ronin, appunto) a compierle. Manca inoltre quella grandiosità che la Storia e la cinematografia ci hanno spesso regalato, appassionandoci: quelle storie in la posta in palio era ben più alta di un raccolto d’orzo e della sopravvivenza di un piccolo agglomerato di case. Nonostante questo, l’importanza del conflitto è evidente: Kurosawa non vuole perseguire il raggiungimento di una dimensione epica quanto piuttosto far venir fuori, grazie alla narrazione dei protagonisti, le reali motivazioni che portano i personaggi a battersi rischiando la morte.

Ecco che I sette samurai diventa così il racconto della ribellione di un popolo stanco di essere vessato, del compromesso a cui decide di scendere pur di garantirsi una pace e un benessere duraturi e, allo stesso tempo, della disperata ricerca da parte dei sette di un posto nel mondo, assurgendo l’opera a un significato più ampio e importante.

Non c’è quindi solo la contrapposizione tra contadini buoni e briganti cattivi: nel classico conflitto tra bene e male Kurosawa inserisce un elemento intermedio, quello rappresentato dai ronin chiamati a difesa del villaggio, scegliendo per gran parte del film di portarne avanti le dinamiche personali, le loro fragilità, i lati più nascosti. Nell’eterogeneità di valori e personalità che compone il gruppo, Kambei e Kikuchiyo sono sicuramente agli antipodi, triangolo e cerchio di quello stendardo posto sulla sommità della collina che sovrasta il villaggio: se il primo è saggio, calmo, il più esperto dei sette, il secondo è folle, imprevedibile, addirittura estraneo a quel mondo guerriero in cui si ritrova catapultato per sua stessa volontà. Nonostante le loro diversità, guardare il film attraverso la lente dei due personaggi permette di cogliere il conflitto e lo scopo soggiacenti (ma non subalterni) alla battaglia finale tra le due fazioni.

Kambei

Kambei: «Noi samurai siamo come il vento che passa veloce sulla terra, ma la terra rimane e appartiene ai contadini».

Attraverso Kambei emerge tutta la forza narrativa che Kurosawa ha impresso nella storia. Egli non è il primo a cui i contadini si rivolgono nella disperata ricerca di guerrieri che possano difenderli quando i briganti attaccheranno ma è colui che, prima di chiunque altro, accetta il compito pur sapendo che la ricompensa sarà estremamente sproporzionata rispetto al rischio preso: i samurai non saranno pagati, sarà loro garantito solamente vitto e alloggio durante la permanenza nel villaggio e la natura del compito non sarà sufficiente a garantire nemmeno la gloria che avrebbero ricevuto in altre occasioni. Eppure in ognuno di loro sembra emergere un senso di giustizia e di pietas più forte delle circostanze che farà da collante e porterà Kambei ad accettare persino l’aiuto di Kikuchiyo, scorgendo nella sua stranezza le qualità adatte a portare a termine la missione.

Si intravvede però in lui sin da subito una sorta di fatalismo, una consapevolezza che verrà fuori proprio alla fine della storia: egli è pienamente cosciente della sua natura, di dover sottostare ad un destino che, in un modo o nell’altro, lo riporterà al suo cammino solitario e che in qualche modo è stato proprio lui a scegliere diventando un ronin. Accettare un incarico del genere rappresenta però l’illusione, una possibile via di fuga da una realtà di cui probabilmente è ormai stanco.

Kambei: «E intanto il tempo passa, in questa attesa, e ti vengono i capelli bianchi come a me. Ti accorgi che i genitori sono morti e che parenti e amici sono spariti».

I giorni passati con gli altri samurai all’interno del villaggio diventano così occasione per poter finalmente sentirsi nuovamente parte di una comunità ma, allo stesso tempo, gli daranno la possibilità di comprendere quel mondo contadino che in realtà non è esente da colpe. Ed è proprio qui che la figura di Kikuchiyo entra davvero in gioco portando alla luce un aspetto fondamentale, un altro pezzo del puzzle grazie al quale il film comincia a spostarsi su un terreno diverso.

Kikuchiyo

Kikuchiyo: «Ma che idea avete dei contadini? Credete che siano tutti santi, eh? No, non è vero niente: sono gli animali più duri e furbi della terra! Volete avere una prova? Chiedetegli altro riso: vi diranno che non c’è. E chiedetegli l’orzo: vi diranno che non c’è neanche quello, che non hanno niente; e invece hanno tutto. Cercate e troverete sale, fagioli, sakè! Andate a guardare nelle grotte: tutti depositi! Si atteggiano a poveri deboli e innocenti…Non è vero niente! Se c’è una battaglia, assalgono i vinti. Credetemi, i contadini sono avari, traditori, piagnoni, meschini, stupidi e cattivi! Però chi li ha fatti diventare così? Siete stati voi, voi samurai! Quando fate una battaglia bruciate i villaggi, distruggete i campi, li private del cibo, li fate schiavi, violentate le donne, le uccidete se resistono! Che altro possono fare loro?»

Kikuchiyo è l’unico che, nonostante la sua apparente follia, abbia capito la realtà delle cose e si pone narrativamente a metà tra i due mondi: se però da un lato funge da anello di congiunzione interiorizzando le caratteristiche dei samurai quanto quelle dei contadini, dall’altro ne smaschera le contraddizioni diventando una voce super partes e distanziandosi da entrambi: condanna quel male che è presente dappertutto, anche nell’apparente fragilità del popolo a cui ognuno (spettatore compreso) aveva creduto sino a quel momento.

Per la prima volta egli pone l’accento su cosa voglia davvero dire essere un contadino, sulle difficoltà che quella classe sociale si ritrova ad affrontare ogni giorno, difficoltà che vanno aldilà del lavoro fisico per potersi garantire un raccolto adeguato. I contadini non devono difendersi solo dai banditi ma anche dai governatori che non li proteggono pur pretendendo il pagamento delle tasse; devono difendersi persino da quegli stessi samurai a cui hanno chiesto protezione ma che in passato hanno compiuto violenze anche peggiori nei loro confronti: ecco che quindi anche loro sono costretti a scendere a compromessi, a compiere violenze, razzie, a diventare bugiardi.

Kikuchiyo, proprio grazie alla sua figura di scemo del villaggio, folle, imprevedibile, sfugge a qualsiasi categorizzazione diventando colui grazie al quale Kurosawa smaschera le apparenze: la dicotomia bene-male svanisce così come svaniscono i miti, sia quello del mondo contadino buono e ingenuo che quello della figura valorosa del samurai.

Non esistono più bianco e nero e anche le intenzioni più nobili in realtà si portano dietro una macchia più o meno grande, più o meno giustificata. Ed ecco che, in quest’ottica, sono i barbari a diventare mero espediente narrativo necessario a far emergere la grande differenza sociale tra il popolo e i samurai.

L’immagine finale

Tornando a quella battuta finale pronunciata da Kambei, risulta a questo punto evidente perché, nonostante abbiano combattuto fianco a fianco, siano solo i contadini ad aver vinto: la sconfitta dei barbari sancisce per loro l’emancipazione dalle vessazioni, una conquista ben più grande di un raccolto, la vittoria di una comunità che finalmente ha consolidato il proprio posto nel mondo. Al contrario, la sopravvivenza dei samurai assume un significato meramente letterale: ciò che hanno guadagnato è semplicemente altro tempo, giorni, mesi, anni di vita nei quali resteranno senza poter appartenere ad alcuna comunità perché la via che hanno scelto li condanna ad un’esistenza di solitudine e l’ultima immagine del film vede i tre superstiti guardare in direzione del villaggio esattamente con questa consapevolezza.

Con I sette samurai Kurosawa, attraverso il conflitto bellico, ci parla in realtà di un conflitto sociale in cui bene e male sfuggono a qualsiasi categorizzazione di genere o classe e, come in ogni scontro, alla vittoria corrisponde necessariamente una sconfitta. Bisogna però saperlo riconoscere, e quel finale amaro ci dice anche questo: accettare di aver perso spesso è il primo passo per accettare sé stessi.

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