Nope – Tutto è spettacolo, perfino la morte

Eugenio Grenna

Ottobre 9, 2022

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Nell’estate del 2021, in seguito a una prima discussione pubblica da parte del talentuoso regista, sceneggiatore e interprete (principalmente comico) Jordan Peele, comincia a diffondersi sulle maggiori testate cinematografiche internazionali e piattaforme social un misterioso poster di quello che sembra a tutti gli effetti essere il suo terzo lungometraggio. Dopo i celebratissimi Get Out e Us, stiamo finalmente parlando di Nope.

Locandina di Nope

Il poster in questione, a differenza delle locandine dei titoli precedenti di Peele, appare chiaramente oscuro, simbolico e fortemente legato a un’idea di cinema il cui fulcro non può che essere la coesistenza inevitabile e continua tra il potere della metafora, la contaminazione tra generi, la magia, il paradosso e la forza distruttiva e in qualche modo salvifica dello svelamento finale.

Una spinta narrativa, quest’ultima, che è appartenuta fin dalle origini anche alla filmografia di un altro autore del cinema horror e fantastico americano, piuttosto conosciuto e discusso, ovvero M. Night Shyamalan, con il quale è possibile riscontrare più punti di contatto.

A distanza di tre anni da Us, perciò, Jordan Peele torna nelle sale cinematografiche internazionali con il suo attesissimo e misteriosissimo Nope, che quasi certamente si rivela essere il suo miglior lungometraggio.

Gordy’s home! – Sulla ferocia della natura, dell’animale e dello spettacolo in Nope

È già di per sé curioso il fatto che Peele introduca il film con queste parole: «I will cast abominable filth at you, make you vile, and make you spectacle». Curioso poiché a qualsiasi spettatore attento, più che un monito, non potrà che sembrare un suggerimento o meglio una guida alla visione da parte di Peele, piuttosto che una lettura e analisi sommaria di ciò che il film di fatto si appresterà a mostrare e raccontare.

Prima ancora che la dissolvenza iniziale si mostri allo spettatore, udiamo dialoghi in voice over nel lento incedere dei loghi di produzione e titoli di testa, seguite da quelle classiche risate registrate da sitcom anni ’80/’90 a introdurci in un clima di metacinema, di un cinema che si racconta, racconta la televisione o più in generale il panorama dello spettacolo. Finché si giunge all’annunciazione della guest star, uno scimpanzé di nome Gordy.

Le voci procedono divertite e così le risate e gli applausi che cessano nel momento in cui il silenzio diviene protagonista e l’atmosfera muta radicalmente a causa di una serie inaspettata di colpi sordi di una certa ferocia

Per un attimo si ha la sensazione di assistere a un falso reportage di aggressione o peggio omicidio, poiché noi spettatori restiamo nell’oscurità, limitandoci all’ascolto, mentre la violenza viene trasmessa in TV, all’interno di un programma fittizio intitolato “Gordy’s Home!” osservato da un pubblico altrettanto fittizio che ci sarà dato conoscere soltanto in un secondo momento.

Gordy’s Home!

Ecco che al sopraggiungere della prima dissolvenza, perfino a noi è dato osservare il momento di shock e violenza cieca trasmesso per errore. Ci sono dei cadaveri stesi a terra in un classico salotto americano ricostruito sui set e poi uno scimpanzé vestito a festa, con tanto di cappellino. È insozzato di sangue e sembra giocare per un po’ con la gamba femminile di un corpo morto, per poi restare seduto a margine dell’inquadratura, fissando per qualche secondo la macchina da presa e dunque lo spettatore, colui che si è nutrito continuamente di quello spettacolo e di quelle immagini, incurante della moralità e correttezza delle proposte, spesso corrotte e irrispettose, dello show. In poche parole, noi.

Jordan Peele con una prima sequenza di pochissimi angoscianti minuti svela perciò uno dei nodi principali del suo terzo lungometraggio, ossia la ferocia dell’animale e dello spettacolo, cui segue poco dopo quella della natura, nel momento in cui per la prima volta ci viene presentato l’Haywood Ranch e una monetina piovuta misteriosamente dal cielo mette fine alla vita del capostipite Otis Haywood Sr. (Keith David) impegnato a domare un cavallo che servirà presto all’industria di Hollywood, per la realizzazione di un sequel cinematografico non meglio identificato.

Ancora una volta ferocia della natura e dello spettacolo s’incontrano.

Haywood Ranch contro Jupiter’s Claim – Le faide tra ranch sono una questione di famiglia

Fin dalle origini del western, il genere probabilmente più antico e florido del panorama cinematografico americano, abbiamo avuto modo di conoscere quelle che sono le regole principali di questi film: la faida tra ranch che corrisponde nella maggior parte dei casi a una questione di famiglia, e dunque lotte interne che si sommano a quelle esterne, producendo una serie inevitabile di conseguenze psicologiche e non.

Nope, facendo suo il genere western fin dalla prima sequenza all’interno dell’Haywood Ranch, gestito nel presente dai figli del defunto Otis Haywood Sr., “OJ” Jr (Daniel Kaluuya) e “Em” (Keke Palmer), assorbe anche questa dinamica narrativa del genere, la faida famigliare che scorre parallela alla faida tra ranch, in questo caso tra quello dei fratelli Haywood e quello di Ricky “Jupe” Park (Steven Yeun).

Jupiter’s Claim, rispetto al primo, decisamente più dozzinale, commerciale e centrato sulla sola idea dello spettacolo e non sulla forza insormontabile e viscerale della tradizione e dei vecchi metodi che invece OJ e Em portano avanti fieramente, incuranti dei mutamenti dell’intrattenimento.

Jupiter’s Claim

Da un lato dello steccato vi è dunque la durezza e l’aridità, tanto psicologica quanto geografica del ranch Haywood, in cui tutto avviene tra sguardi accennati e silenzi e coscienza di una presenza misteriosa, sovrannaturale e perciò ingovernabile che ha colpito la famiglia e che potrebbe colpire ancora. Mentre dall’altro lato dello steccato i colori, il parco a tema e l’intrattenimento incosciente proposto da Jupiter’s Claim che arriverà perfino a proporre un’attrazione letale per se stesso e per i suoi spettatori, poiché convinto di essere destinato a una sopravvivenza non comune ai semplici mortali.

Western, horror e fantascienza. Jordan Peele e il gioco coi generi

La faccenda è più semplice di quello che può sembrare, ciò che Peele racconta è lo scontro tra progresso e tradizionalismo. Il primo all’insegna dello spettacolo eterno che può cibarsi di tutto e di tutti, onnivoro e irrispettoso dinanzi alla natura umana, alla moralità e a ciò che normalmente non andrebbe mostrato e proposto. Il secondo ancora capace di chinare il capo di fronte all’ingovernabile, perciò rispettoso di una logica di poteri e gerarchia che se accettata può garantire vita e prosperità e se negata può condurre soltanto all’oscurità e alla morte.

Le dinamiche famigliari prendono presto il sopravvento su quelle del ranch e delle “regole western”, mostrandoci le conseguenze psicologiche della morte del padre sulla condotta professionale e, poi, di vita dei due figli, così diversi tra loro eppure così innegabilmente simili rispetto a forza di volontà, importanza attribuita alla tradizione e istinto di sopravvivenza.

Laddove “OJ” si comporta e appare come il cowboy in piena regola del cinema western più classico, dunque silenzioso, spesso malinconico, osservatore, rude e coraggioso, “Em” si fa carico del personaggio femminile che regge la baracca, che è stato capace di lasciarsi il passato alle spalle, guardando avanti verso gli affari e la famiglia unita, tra sarcasmo, curiosità e vitalità.

Dei tre lungometraggi di Peele, Nope si rivela essere quello più interessato alla costruzione profonda e assolutamente soddisfacente e attenta del rapporto tra individui, più nello specifico tra fratelli.

L’oscurità e l’orrore si celano nella natura geografica (e non più umana) – Jordan Peele cambia registro

Tornando a Get Out e Us si ha un’idea di cinema secondo la quale l’oscurità, l’orrore e la paura debbano scaturire dalla psicologia e dalla natura umana. In Get Out si rifletteva sulla parabola politica e dunque sulle conseguenze dell’intolleranza razziale, mentre in Us sullo sdoppiamento della personalità e del doppio (tematica già presente in Get Out), traccia narrativa abusatissima dal cinema americano, fin dalle sue origini.

Jordan Peele raccontava dunque il male che nasce nella famiglia e più in generale prodotto dalla mente umana; giunto invece al suo terzo lungometraggio sceglie di cambiare registro. All’interno di Nope infatti il male appartiene agli uomini, poiché lo subiscono, nutrendosene costantemente in quanto schiavi dell’intrattenimento onnivoro e onnipresente, ed è qui che la differenza tra i precedenti film e Nope viene a collocarsi: gli uomini subiscono il male, e quindi in qualche modo esso gli appartiene, ma questi non sono più in grado di provocarne, poiché il male scaturisce da qualcosa di più grosso, ingovernabile e astratto, cui per forza di cose debbono chinare il capo, in segno di coscienza, tolleranza e logiche di sopravvivenza.

La paura e l’ignoto sono celati nella natura

Nope perciò colloca il male all’interno della natura geografica e poi della natura animale, una traccia narrativa coraggiosa e di grande suspense.

Se inizialmente può apparire del tutto originale e mai battuta, facendo appello alla propria memoria cinefila, la si può però ritrovare nella filmografia del già citato M. Night Shyamalan, che nell’ormai lontano 2008 scrive e dirige E venne il giorno (The Happening), film anomalo e curioso all’interno del quale il vento ricopre il ruolo del nemico.

Peele, così come Shyamalan, non opta per il classico mostro, bensì decide di spingere l’acceleratore su un pericolo tanto inquietante quanto non visibile da occhio digitale (le videocamere di sorveglianza verranno sempre messe k.o.), basandosi sul semplicistico concetto del “cosa potrebbe accadere se la natura o una presenza celatasi in essa decidesse improvvisamente di ribellarsi all’uomo?”.

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E venne il giorno (2008) di M. Night Shyamalan – Il nemico è il vento

Ecco dunque che le nubi che circondano l’Haywood Ranch equivalgono improvvisamente alla paura e all’attesa, e il contesto geografico e spaziale all’interno del quale Oj, Em e un altro limitato numero di individui si muovono, assume sempre più una parvenza orrorifica, poiché lo spettatore, così come i protagonisti del film, diviene cosciente di un pericolo sempre più evidente, celato in ciò che normalmente sarebbe lecito guardare con armonia e tranquillità, il cielo.

La riflessione sulla paura non visibile, resa astratta e poi mutata in concreta, risponde a una profonda passione spielberghiana da parte di Peele, che rilegge in chiave differente (e di antitesi in qualche modo) tre capolavori del leggendario regista di Cincinnati: Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Jurassic Park.

La metafora dell’altro – Loro, il cinema e ancora noi

Chiunque abbia visto almeno un trailer o una locandina ufficiale di Nope sa per certo che un UFO è presente all’interno del film. Una presenza misteriosa che Peele analizza e muove seguendo la lezione hitchcockiana dell’anticipazione verbale e astratta, capace di garantire suspense e attesa, fino alla sua resa esplicita, concreta e ben visibile, giungendo dunque al pezzo forte dello spettacolo in senso stretto e all’attrazione principale dell’evento, in questo caso cinematografico.

L’UFO è perciò la sintesi della paura, del diverso e dell’altro all’interno del terzo lungometraggio di Jordan Peele, che non solo diviene “il mostro” da Blockbuster movie che tutti inseguono, osservano e dal quale vogliono fuggire, seppur incuriositi, ma anche metafora della crudeltà cieca e della spietatezza dell’intrattenimento, di fronte allo spettatore che affamato di immagini, violenza e stupore ingurgita fotogrammi di vita, morte, dolore e disperazione di individui sconosciuti e ancora una volta estranei, loro.

Nope infatti non è altro che una parabola sul lato oscuro dello spettacolo (inteso come panorama cinematografico e televisivo), o meglio, sul lato oscuro del rapporto sempre più morboso e pericoloso tra spettatore e fonte d’intrattenimento.

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Il sacrificio per il pubblico, Jordan Peele e la critica all’intrattenimento

Le sembianze dell’altro (che in questo è meglio definire l’UFO per non incorrere in spoiler inutili) sottolineano ancora una volta il senso di questo discorso, poiché se osservato con attenzione l’UFO non può che far pensare a una cinepresa d’altri tempi, discorso che già apparteneva ad altri film d’autore di fantascienza adulta, ossia Arrival di Denis Villeneuve, lo schermo, la comunicazione, il cinema e ancora una volta il rapporto tra loro e noi.

Curioso inoltre che Peele rifletta sullo scontro analogico e digitale, mettendo al centro del discorso, la figura probabilmente più interessante, divertente e profonda dell’intero film, Antlers Holst (Michael Wincott), un documentarista estremamente rude e schivo, nonché amante della pellicola che vorrebbe immolarsi pur di documentare l’immagine impossibile, quella che il pubblico merita e non merita di osservare, quella che forse non vedremo mai. Una figura referenziale che allo spettatore più attento ricorderà fortemente Werner Herzog.

Don’t Look Up e Out Yonder – Perché gli avvertimenti di Jordan Peele aprono a più letture

Un’ulteriore conferma del fatto che Nope sia il miglior film di Peele a oggi, quello più complesso, autoriale, enigmatico e interessante, è proprio l’importanza attribuita dall’autore ai due avvertimenti che lo spettatore a film concluso realizza di aver prestato inconscia e profonda attenzione: Don’t Look Up e Out Yonder.

Il primo legato all’idea della coesistenza pacifica tra noi e loro, dunque alla vita, alla sopravvivenza garantita dall’accordo di comune rispetto, anche se di dubbia tolleranza reciproca.

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Suspence, inquietudine e black humor, la spettacolarità e la forza della scrittura nel cinema di Jordan Peele

Il secondo legato invece all’idea del guardare oltre, ampliare le prospettive e aprirsi a qualcosa che probabilmente è più complicato osservare (o documentare), ma che di fatto c’è e per il quale è prevista una certa dose di fede o apertura mentale, che nel caso di Nope guarda al misterico e a quella sigla che per generazioni ha accompagnato gli spettatori fedeli della storica serie tv X Files e che rivive ancora oggi all’interno del cinema sempre più notevole e spettacolare di Jordan Peele: The Truth Is Out There.

Grande film Nope, estremamente interessante e decisamente più complesso di ciò che inizialmente sarebbe potuto sembrare. Sono molte le letture che si possono operare attorno al terzo lungometraggio di Peele, così come sono molte le visioni che gli si dovrebbero dedicare.

Il cinema, la famiglia, noi e loro.

Leggi anche: Get Out – Mostri quotidiani

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