SCRITTO DA MATTEO VIESTI
Introduzione alla rubrica : Drugs
When i put a spike into my vein
And i’ll tell ya, things arent’t quite the same
When i’m rushing on my run
And i feel just like Jesus’son
And i guess that i just don’t know
And i guess that i just don’t know
(Heroine, Velvet Undergound, 1967)
La droga. Tra i vari temi possibili, tra le migliaia di possibilità, rimane uno dei più affascinanti. Cosa ci attrae nella proibizione, nel tabù della società, o semplicemente nel commettere una cosa al di fuori della convenzione sociale, dalla società stessa considerata “deviante”?
Quello che questa rubrica si ripropone di fare non è di giudicare, di immedesimarsi, di incitare o di demonizzare le droghe. Quello che questa rubrica vuole fare, è di parlare di un argomento di cui tutti vogliono parlare, di sconfiggere con l’analisi cinematografica le costrizioni di argomentazione che spesso ci sono imposte. E , partendo da film che hanno impressionato l’immaginario pubblico e per questo fatto storia del cinema, cercare di analizzare oggettivamente il fenomeno droga , senza pregiudizi ne inibizioni mentali.
Buon divertimento.
Titolo film: Trainspotting
Regista:Danny Boyle Durata:94 minuti Data uscita: 1996 Titolo originale: Trainspotting

“Scegliete la vita…ma perché dovrei fare una cosa così? io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina.”
Come portare in un film una storia di tossicodipendenti, scritto da un ex tossicodipendente (Irvine Welsh), senza le pretese di essere un film perbenista o il rischio di risultare un incitamento a drogarsi?
Bella domanda.
Ma non si pone il problema: Trainspotting è tante cose, violento, sporco, affascinante e cool, ma di base un film estremamente realistico. E nel trasporre la realtà, in qualsivoglia forma, non c’è mai il rischio di dare un idea che non sia l’unica che si può dare: quella vera.
La verità è che la droga è una attrazione irresistibile, un argomento di conversazione tanto vietato quanto ormai divenuto banale e reiterato. E ogni cosa che contiene un po’ di proibizione e tanto sentito dire diventa, automaticamente, una cosa che non ti esce più dalla testa.
E cos’è allora Trainspotting? Perché è così amato?

Perché parla di droga. Perché ti dice, finalmente, che la gente si fa di eroina per un motivo: perché è fantastica. Non ha paura di dirlo, perché questo è un film che nella realtà ci mette più di un piede. Perché Irvine Welsh si faceva, e sa quello di cui parla, e ti mostra, che con la stessa semplicità con cui ti puoi bucare, che smettere è semplicemente orrendo.
E il fatto che i personaggi siano irresistibili, che Spud sembri davvero immortale , che Sick Boy sia sempre puntualmente trendy, che Renton non si prenda l’HIV , non deve ingannare. Perché allora ci verrebbe da dire: che cazzo di figata, lo faccio anche io. In tutta onestà, è venuto in mente anche a me.
E’ incredibile però che questo film, per quanto ci lasci amare i suoi personaggi, per quanto ci rapisca con le sue ambientazioni, per quanto rispetti clamorosamente un cliché underground di sballo di divertimento, riesca a disgustarci, a toglierci quella convinzione dalla testa appena finisce.
Perché Transpotting è lo sguardo di un innamorato:
con gli occhi lucidi, con le mani sui fianchi e la valigia pronta, guarda l’eroina seduta sul divano che piange, e suo malgrado è costretto a dire: ti amo, ma fai schifo.
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