
C’è chi li critica, chi li snobba, chi ci vede tanta politica e poca arte, ma gli Oscar sono sempre gli Oscar.
Dopo 89 edizioni, la statuetta dorata è ancora uno dei massimi simboli del cinema, il premio che consacra un risultato trascrivendolo nella storia, così che entri a far parte del castello dei grandi.
Los Angeles ogni anno si trasforma nella città del cinema, con una cerimonia sempre più fastosa, non limitandosi più ad essere una “semplice” premiazione, ma un vero e proprio evento di gittata mondiale.
Tutti pronti alla nottata, tra popcorn e red carpet ci si prepara alla visione, con mille aspettative imbevute di preferenze e pronostici, con una linea di comicità come trait d’union.
Quest’anno il presupposto era ricco di varie dinamiche tra loro intrecciate. Da una parte la forte questione politica, inerente sia allo scenario del cinema afroamericano, inasprito da forti esclusioni nelle precedenti edizioni, sia dal contesto sociale, succube di scissioni e tensioni dovuti alla nuova “America di Trump”. Dall’altra parte vedevamo situata un’arte più incontaminata da tali dinamiche, fatta di opere sognanti e ritratti aridi e veristi.
Ma ecco che la cerimonia inizia, incipit brioso con Justin Timberlake che smuove subito le sedie del teatro ma anche di tutti gli spettatori, passando poi la palla al brillante Jimmy Kimmel.
La Cerimonia si rivela molto fluida, subito contaminata da una voglia di rilanciare la libertà, con un discorso introduttivo che rimarca l’importanza del cinema come arte di complicità e verità, per essere poi accentuata da momenti di risate, forti dei classici sketch alla Kimmel, in primis nell’esilarante “scontro” con la sua nemesi Matt Damon, il quale però, forse teso dal contesto, non da troppo colore allo scenario.
Ma, nello sviluppo, si afferma una serata forse un po’ standard rispetto al solito, con pochi siparietti o improvvisate da parte del conduttore (in passato con il selfie avevano ottenuto il più grande numero di retweet della storia) che si rivela più un direttore d’orchestra, assolutamente eccelso, che un primo violino.
Tutto ciò determina una premiazione scorrevole e molto focalizzata sull’arte ed i suoi manifesti, più che da contaminazioni collaterali classiche dell’universo americano che in passato hanno reso gli Oscar anche una sorta di “varietà”, non dimenticandosi però di fare satira( Donald Trump #merylsayshi) e di toccare le corde delle emozioni. Splendida si rivela la scelta delle “ispirazioni”, dove attori di oggi raccontano il loro grandi miti per poi, insieme ad essi (un esempio splendido lo troviamo in Seth Rogen insieme a Michael J. Fox direttamente da ritorno al futuro con una DeLorean al seguito) premiare il grande cinema.
Ma arriviamo, per l’appunto, al dunque, le premiazioni.
Grandi vittorie per il cinema che racconta la realtà del mondo afroamericano ma non solo, un cinema che parla di un mondo ghettizzante, per razza, sessualità e potere economico, con uomini che debbono rinnegare se stessi o sconfiggere paure e risanare grandi conflitti. Tra Mahershala Ali per Moonlight e Viola Davis per Barriere, la quale ci regala forse il discorso più bello dell’intera serata, commossa dal poter vivere e viversi nel suo essere artista, i film sociali iniziano a farsi notare sin dal primi premi.
Sottotono il film di Mel Gibson che porta a casa solo due oscar tecnici per sonoro e montaggio, nulla invece spetta a Il diritto di contare , solo il montaggio sonoro ad Arrival, mentre svanisce la speranza di una vittoria per il documentario italiano “Fuocoammare”, spodestato dalla storia di O. J. Simpson.
Degli italiani (Gregorini e Bertolazzi),però, trionfano, con grande gioia per noi connazionali, per il trucco nel controverso Suicide Squad.
Zootropolis ed il breve ma commovente Piper per l’animazione ed Il Cliente come Film Straniero, dove il mancante Asghar Farhadi(il regista), vittima del maggior scandalo causato dalla politica “anti-islamica” di Trump, vive nelle parole da egli scritto lette da una donna in sue veci, così da stimolarci a non crollare mai dinnanzi all’oppressione, sempre liberi di affermarci senza paure o mezze misure.
Ma eccoci ai momenti più caldi, il meraviglioso La La land, dopo il record di nomination(14), va pian piano affermandosi. In principio scenografia, colonna sonora, del geniale Hurwitz e canzone originale, la quale viene cantata live da John Legend( in un remix che comprendeva anche l’altra nominata), che nonostante l’inestimabile bravura, si discosta dall’interpretazione della coppia Stone-Gosling, che, per certo, ce ne ha fatto innamorare.
Ecco che il film inizia a salire in testa alla classifica. Ma con i due oscar per fotografia e regia il film entra a far parte dei titani, premiandone il meraviglioso connubio artistico di un cinema fatto di immagini e melodie, tali da renderlo sospeso, eterno ed incontaminato, rendendo viva una prospettiva sognante.
Damien Chazelle diviene il più giovane regista mai premiato ed Emma Stone la più emozionata miglior attrice protagonista, che tra tutti i ringraziamenti ci stupisce per quello a Ryan, con il quale è grata per averla fatta ridere. Proprio Ryan Gosling non potrà ottenere quella statuetta del miglior attore protagonista assai meritata, ma che risulta impossibile togliere dalle mani dell’immenso, immenso Casey Affleck.
Sono la sua interpretazione e la sceneggiatura originale allo scrittore e regista Kenneth Lonergan a risaltare il nome di un opera di una maestosa aridità, quale è Manchester by the sea, ritratto di umanità senza soggettivismi o catarsi, solo un’autentica narrazione di una realtà emotivamente degradata.
A Moonlight tocca la sceneggiatura non originale.
Un momento davvero toccante è riservato all’ In Memoriam, dove per ultima compare l’amata Carrie Fischer, che, infine, per un’ultima volta, ci lascia dicendoci “May the force be with you”.
Ma, infine, tutte le connotazioni proprie degli Oscar 2017 vengono ombreggiate dall’improponibile colpo di scena finale, tra il comico ed il complotto.
Ultimo Oscar, ultimo atto, Miglior film, il momento più importante, la conclusione. L’Oscar viene attribuito a La La land, tutti in piedi, tutti gioiosi, è la vittoria dei folli che sognano. Discorso dei produttori, così vivo ed umano, sembrerebbe tutto perfetto…..Ma invece no! Pare ci sia stato uno scambio di buste, un errore proveniente da “dietro le quinte”, una svista, ma il danno è forse irreparabile.
Moonlight è il vero vincitore, sicuramente meritevole per l’importante opera sociale dell’ispirato regista Barry Jenkins, ma profondamente vittima di una vittoria che viene inevitabilmente percepita come “falsata”, oscurata da una precedente standing ovation per La La land, il cui team in pochi attimi passa da una gioia implacabile a dover, nonostante tutto risulti surreale, accettare di non aver mai realmente vinto quell’oscar.
Insomma, una cerimonia alquanto quieta e scorrevole, infine si marchia per l’eternità, certo questo non influenza la bellezza di tutto l’evento e dei vincitori ad esso annessi ma rende il tutto un po’ buffo, monopolizzando l’attenzione mediatica sull’avvenimento di massimo scalpore.
A me piace vederla così, da fan sfegatato di La La Land, come uno spiraglio di quella fiaba del “come sarebbe stato se” che proprio il suddetto capolavoro ci ha saputo mostrare in tutta la sua meraviglia, per poi ricordarci che la realtà segue circostanze diverse. Tale struggente scenario, sembra incredibilmente traslato nel mondo reale, per l’esattezza alla cerimonia degli Oscar, come se il film e tutti coloro che ne hanno fatto parte, abbia subito, in pieno stile legge del contrappasso, la stessa sorte dei suoi spettatori, dovendo infine tornare alla realtà.
La cerimonia è finita, tutti pronti alla visione dei film trionfanti, tutti già malinconici e consapevoli che, tra un anno, ci sarà una nuova storia.




