Shame
Che cosa porta l’uomo alla vergogna?
La vergogna è un’emozione che sviluppa in molte forme, quasi sempre come risposta a una dinamica preesistente. Si addentra nelle strade più fragili dell’uomo, nella sua intimità, nel suo senso di inadeguatezza. Può affermarsi come risposta al confronto con il mondo, ma anche come soggiacente sussurro di una negata idea di sé stessi.
Ci si vergogna dei propri segreti, oscillando tra imbarazzo e perversione.
Shame ci mostra una vergogna assai complessa, figlia di una consapevolezza quanto mai straziante: quella di essere succubi di un’ossessione priva di calore, una pura e implacabile necessità sessuale.
Non si tratta di intimità, né di empatia o di affetto. Si tratta unicamente di un’incontenibile pulsione libidica, capace di trasformare un uomo, tra irrequietezza e annichilimento.
L’opera di Steve McQueen risulta un ritratto ruvido di emozioni deturpate, in un uomo rinchiuso nel suo bisogno patologico. Una grigia parabola tra desiderio e catene, impulsività e consapevolezza.
Un quadro dove la nudità frequente è profondo tratto di realismo, una storia che risulta così viva da proporre un cinema di emozioni tutt’altro che canoniche, un verismo di un’umanità appassita nella sua stessa fragilità.
Michael Fassbender (Brandon Sullivan nel film), incanala un complesso intreccio di sfumature umane in sguardi intensi e assolutamente emblematici, infiltrandosi nei tempi prolungati di una regia che insegue in modo maniacale lo sviluppo e il crollo psichico di un uomo prigioniero di un’ossessione.
Sono tre gli sguardi che risultano, a mio avviso, i punti salienti del percorso narrativo, di emozioni spaccate tra desideri implacabili e di libertà.
1.Un’ossessione dominante ma non ancora distruttiva
Ecco l’inizio, il principio di Shame.
Metropolitana, un classico luogo di incontri sfuggenti, di sguardi di intensa brevità, sguardi destinati a perdersi alla fine della corsa.
In questo caso però, le cose vanno diversamente. Fassbender immedesima uno sguardo che barcolla su di un sottile equilibrio. Inizialmente piacevole, quasi dolce, a tal punto da scatenare un sorriso ingenuo nella donna, ma poi, ecco mostrarsi l’insistenza: lo sguardo rimane fisso, non si distoglie. Qui, vediamo l’incipit di un’ossessione; non si tratta di un poetico incontro estemporaneo, ma di un uomo che vuole scatenare la perversione della donna, la inibisce e la scopre, risulta glaciale, ma eccitante.
Lei si scompone in quel movimento sessuale, ma non può, inquadratura sull’anello, scappa e lui la insegue. Ecco il punto, ecco mostrarsi un uomo che non è interessato all’intimità emotiva, dolce e sussurrante, ma unicamente alla pulsione libidica a tal punto da rincorrere una preda, senza capacitarsi di un atteggiamento quasi maniacale. Un sottile equilibrio che sembra padroneggiare, sfiorando i limiti dell’eccesso ossessivo, ma senza (ancora) risultare distruttivo.
2. Un Vagabondo irrequieto succube di se stesso
Lo sviluppo della storia ha tonalità meravigliosamente sinusoidali. Fassbender vaga sempre più in un limbo di rigida disperazione. Rigida, perché non riesce a esplodere, ma piuttosto si condensa tra attimi di apatia rabbiosa, come con la sorella alla disperata ricerca di amore, e attimi di accettazione alienante della propria oscurità.
In questa scena di Shame incontriamo un montaggio sublime, che incanala due momenti estremi del personaggio, quando è Dottor Jekyll e quando è Mr Hyde, cioè quando è incupito e annichilito da se stesso, in una pioggia quanto mai simbolica, e quando è nel pieno della sua esplosione pulsionale, oramai implacabile e solo assecondabile. Sguardi persi nella sconfitta e sguardi di una perversa irrequietezza dipingono un uomo, vagabondo in una stanza senza uscite, solo e succube di se stesso.
3. Un’ossessione torna sempre a bussare
Ecco l’epilogo, l’eterno ritorno questa volta incredibilmente contrapposto. L’apice è stato raggiunto, l’uomo è crollato, l’ossessione lo ha distrutto.
La scena della sorella, che tenta il suicidio, si rivendica come una delle scene più forti dell’intero film. Fassbender ha capito e la questione gli è sfuggita di mano, questa storia ha raggiunto il capolinea. Ed eccolo lì, nella stessa metropolitana dell’inizio, dove tutta quell’aria pavoneggiante è stata avvolta da un enorme velo di tristezza, quella sicurezza, tanto rimarcata nello sguardo gelido, è stata scomposta dalla vergogna.
Ma non finisce qui, ecco il capovolgimento: lei, la stessa gazzella che il leone aveva inseguito in origine, la donna eccitata, ma obbligata a fuggire è lì a guardarlo, quasi invertendo i ruoli, con un profilo imbevuto di quell’aggressività propria dell’ossessione che tanto aveva combattuto. Sembra quasi un’amara consapevolezza: lei lo vuole, vuole quello che lui le aveva dato e avrebbe potuto darle, e in questo, riporta in vita quella perversione infiltrata nell’essere umano.
Lui ne è intimidito, abbassa lo sguardo, non riesce a tenerlo fisso. Non ha più le redini del gioco, la guarda dal basso verso l’alto, come un qualcosa di più grande di lui. Incerto, siamo tutti incerti, che cosa farà? Libero o succube?
Shame.




