Closer – Quattro stranieri in un’umanità disgregata

Andrea Vailati

Ottobre 11, 2017

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Closer – Quattro stranieri in un’umanità disgregata

Nel crescere comprendiamo quanto poco l’uomo tenda a connettersi con l’equilibrio, con la serenità.

Nell’osservare l’umanità, giunta in mezzo al cammino della sua vita, prendiamo coscienza di quanto poco saldo sia il ruolo della consapevolezza, naufraghi di noi stessi.

Così proiettiamo sogni oscurati nel sentimento che incontriamo, ci imponiamo, subliminalmente, di fallire.

Chi può uscire da tutto ciò? Chi può compiere se stesso attivamente e non subendo le onde della sua mediocrità? 

Colui che combatte, comprende, ma soprattutto, nella casistica di massa, colui che accetta o non sa.

Closer, in un’iperbole degenerativa di relazioni d’amore concepite per fallire, per sospendersi in un limbo di pensieri contorti e volontà fragili, ci mostra quattro ritratti umani, così superficialmente ricchi di carisma e personalità, profondamente stranieri persino a loro stessi.

 

Il Fallimento di un Romantico Mediocre

Closer
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Dan (alias Jude Law) è il primo personaggio di questo film, è nel suo cambiamento che la storia prende il via. In principio, in quella splendida scena iniziale dove camminando incontra lo sguardo della sconosciuta Natalie Portman, si avverte la sua timidezza, la sua nascosta speranza romantica.

Dunque, salva la ragazza dal mini incidente e si racconta a lei con fare sincero, a tratti autentico, nel suo essere consapevole di non aver oltrepassato la linea della mediocrità. Scrive nella Siberia del giornalismo, quella dei necrologi, ma è scrivere libri il suo sogno. Ecco un romantico rintanato nel suo fallimento, ma non è questo il fallimento più grande.

Egli, grazie ad Alice (Natalie Portman), dà una svolta alla sua vita, si mette le lenti a contatto, scrive un libro. Ma la fama, o meglio, quella che sembra essere vicino a raggiungere, non la trasporta in se stesso con quell’autenticità che sembrava avere, non la rende una forse rivincita romantica, perché è la bramosia a trionfare, perché, chi per tanto ha sognato un qualcosa di grande rispetto al suo essere piccolo, può reagire in due modi rispetto al sopraggiungere di quel grande: mantenendo quella particella di primordiale bontà autentica o sovrastandola con una superbia prevaricante.

Qui, si distingue un romantico consapevole, compiuto nella potenza del suo stesso romanticismo da un romantico che si perde nell’arrivismo, rivelando un animo non così realmente ricco di poesia, quanto, piuttosto, alla ricerca di futile gratificazione, per poi perdersi nella sua mediocrità.

Egli, infatti, nello sviluppo di Closer, risulterà l’amato, il ricercato a discapito di Clive Owen senza, però, mai ritrarsi come tale, senza mai realmente affascinarci per poi, infine, perdersi nel bicchiere d’acqua della sua vita, fallita, priva di vera struttura, mediocre. Tornando al luogo dove tutto ebbe inizio, rispolverando quella che forse una volta era esistita in lui come autentica speranza romantica.

 La vittoria di un mediocre consapevole

Closer

Cosa vuol dire essere mediocre?

Oggi vantiamo criteri di giudizio di grande coerenza e di indissolubile consapevolezza, ma nella vera realtà del mondo cosa siamo?

Quando agiamo, quando entriamo in relazioni, quando giudichiamo, che ideale tipo definiamo in noi stessi? Davvero non siamo mediocri in mille occasioni?

Larry (alias Clive Owen) è un dermatologo eccitato sessualmente. Lo vediamo la prima volta su un sito di chat perversa, ci sembra il fantoccio che Jude Law umilierà, ci sembra un ritratto di un uomo medio, fatto di lavoro e voglia sessuale, un cavernicolo moderno, imparagonabile allo scrittore, ma è qui che si afferma il personaggio a mio avviso più interessante.

Clive Owen appare, in Closer, come un uomo consapevole della mediocrità, l’ha compresa, la conosce, saggiamente sceglie di rimanere in essa compiendosi, piuttosto che perdendosi in false elevazioni umane.

Egli, per tutto il film, è vittima della relazione sotterranea tra Dan e Anna (alias Julia Roberts) per poi infine trionfare, semplicemente perché ha realmente compreso gli stranieri che ha dinnanzi a sé. Loro non si conoscono, fingono di conoscersi, persino di conoscere ciascuno se stesso, mentre lui ha piena coscienza della sua limitatezza, ma agisce in essa, vero e vincente nella sua banalità umana poiché capace di vivere il compromesso, anche quello più degenerato e inaccettabile, piuttosto che fallire in una falsa pretesa maggiore.

 Chi cerca lo straniero, non sa chi essere davvero

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Anna è il più interessate ritratto dissipato del film. Ella è una fotografa di successo, in principio ci sembra una donna definita, autonoma e forte, capace di tenere testa a qualsiasi prevaricazione sessuale, eppure, in quella parabola decrescente che avvertiamo passo passo in Closer, ella si rivela la più carente di un’idea di se stessa, destinata a rimbalzare da una parte all’altra perché, infondo, non vuole davvero essere felice.

Cosa vuol dire ciò?

Significa che per cercare una propria felicità, bisogna avere una propria idea di essa, e per avere una propria idea di essa bisogna avere una propria idea di se stessi, cercarsi e comprendersi. Ma Anna non l’ha fatto, piuttosto ha fallito nel trovare casa in ogni situazione sentimentale le si proponesse dinnanzi. La ricerca dello straniero, che all’inizio ci sembra artistica, intrigante e sottile, è in vero buttarsi in ogni accenno emotivo pur di definirsi in qualcosa, dato che quel tono di emancipazione è una debole sovrastruttura.

Lei è l’intrigante analisi di un’insoddisfazione esistenziale annichilente, ma incapace persino di divenire inquietudine artistica, solo semplice passività. Infine, infatti. è l’uomo sicuro e non il sogno romantico a trionfare, come predetto dallo smascheratore Clive Owen.

L’autentica finzione della giovinezza

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Infine, proprio parlando di maschere, ecco il personaggio più poetico del film: Alice. Lei rappresenta la bellezza stessa della gioventù, ribelle nei capelli fucsia, ingenua in un pianto d’amore così puro. In principio, ci risulta una giovane donna sui generis, ma a suo agio nell’esserlo, poi la vediamo succube nell’amare follemente Dan, infine libera da un breve momento di autentica finzione.

Ella ritrae la poesia, l’estetica della gioventù, vivace e vogliosa di essere ogni cosa, senza essere pronta a essere davvero. Non possediamo una reale idea di lei fino alla fine, ci sembra autodistruttiva, ma non lo è, o meglio, lo è come lo sono le emozioni, i sentimenti dei giovani. Così forti, così potenti, eppure, non dispersi in sfumature, non vittime del compromesso, ancora capaci di potersi divincolare invece di sottostare a una vita oramai trascinata.

Così, in un istante profondamente epifanico, ma allo stesso tempo passeggero, ella si svincola da un amore fallito, dal fallimento di un’età che ancora non le appartiene, chiude il sipario di esperienza all’estero giovanile, torna a New York come Jane e Alice, il falso nome di un’autentica esperienza, svanisce.

Meravigliosa, letta a posteriori, sapendo che il suo vero nome è Jane, è la scena dello strip club, dove i due personaggi, a mio avviso ritraenti gli antipodi, Larry e Alice, condividono l’unico istante di pura sincerità di tutto il film.

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  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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