This is England – Benvenuti nel fantastico mondo dell’Inghilterra degli anni ottanta.
Scritto da Matteo Viesti.
Signori, benvenuti nel magnifico mondo dell’Inghilterra degli anni Ottanta.
Iniziamo con qualche cenno storico e sociale. L’Inghilterra si affaccia a questo decennio in forte declino economico, segnata profondamente dalla crisi del sistema di centralizzazione statale, con un sistema sindacale fortissimo, con grosse problematiche di classe. Nel 1979 Margaret Thatcher arriva al potere e una emittente russa le trova il fortunato soprannome di “donna d’acciaio”, Iron Lady. Celebre è il suo ruolo nella guerra delle Falkland, vince per la seconda volta le elezioni nel 1983. Resterà al potere fino al 1990. Il grande cambiamento? La privatizzazione senza riserve, dalle ferrovie all’acqua potabile.
Dal punto di vista dei movimenti culturali giovanili, la situazione è il rovescio della medaglia del paese: troviamo tra le maggiori correnti il punk, nato come nuova forma rock in America intorno al 1974 e arrivato in Inghilterra, ove si svilupperà nell’ideologia e nell’estetica. Qualche anno dopo, Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, dice:
«Essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, un figlio maledetto di una patria giubilata dalla vergogna della monarchia, senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al suo caritatevole prossimo».
Accanto alla cultura punk, evolutasi negli stessi anni e con più di un elemento in comune, troviamo la cultura skinhead.
A proposito della cultura Skinhead, è il caso di fare una iniziale distinzione. Esistono differenti fazioni Skinhead.
Gli “original“: apolitici, sono i primi skinhead nati dai movimenti del sessantanove e sono proletari.
Gli “sharp” sono contrari ai pregiudizi razziali, militanti contro gruppi neonazisti e non identificati politicamente in una direzione predefinita.
I “rash” sono anarchici, di estrema sinistra o filo-comunisti. Di conseguenza si dividono in Redskin e Anarcoskin. I Redskin sono, tendenzialmente, antifascisti.
Infine, ci sono gli “skin 88“. Ottantotto sta per “Heil Hitler“, sono la deriva della cultura skinhead nazionalista, razzista e neonazista. Vengono generalmente definiti Naziskin.

Questa iniziale e parziale introduzione è un piccolo strumento per entrare nell’enorme e accuratissimo affresco sociale dipinto in This is England.
Il film si articola su due linee parallele: quella della trama e quella della ricerca sulla cultura skinhead, inglobate in un più ampio contesto come quello della situazione sociale inglese nell’anno 1983.
Nei frame iniziali un susseguirsi di immagini di violenza e di facciate politiche ci fanno entrare subito in un stato di nervosismo e di attenzione, riassumendoci la condizione sociale del paese. Ci mostrano come in Inghilterra la guerra e le scelte governative abbiano profondamente cambiato il modo di agire, pensare, replicare, rifiutare. Ma rimane una generalizzazione. Poi ci è permesso entrare nel privato, nel consuetudinario, nell’attuale.
Come spesso accade, sopratutto ai nostri giorni, non si riesce ad avere una visione di insieme, un’opinione fondata su fatti, ma soltanto delle suggestioni. La vita continua, lenta e inesorabile, e i cambiamenti sono talmente radicati nella società e talmente invisibili che gli abitanti di ogni epoca non sentono uno spostamento vertiginoso e immediato. La rivoluzione, prima degli uomini e delle idee, ha bisogno di tempo.
Così entriamo nell’universo di This is England: una periferia inglese con i suoi colori usurati dal clima grigio e nostalgico, con la sua violenza e le sue regole, con le sue soluzioni.
Ma precedentemente parlavamo di due linee, trama e studio sociale. La trama è formata dai personaggi, e come ogni personaggio che si rispetti, siamo di fronte a un caso umano con le sue debolezze, le sue perplessità, i suoi drammi privati e nascosti, la sua visione della vita. La quotidianità – anche inquadrata in un contesto più ampio -resta tale. Questi cerchi più piccoli all’interno di una più larga spirale, ci regalano quindi l’abitudine, la normalità.

Ma ogni normalità è differente, e questo è il secondo elemento, quello dello studio della cultura Skinhead. In questo gruppo sociale, in cui ogni sottogruppo agisce, un microcosmo di elementi si muovono senza sosta nell’affermazione di un’idea o di un messaggio. Il taglio “alla Chelsea”, le dr. Martens, le bretelle. Viste da fuori danno un’impressione, ma a noi privilegiati osservatori è data la possibilità di inserirci, di essere dentro.
Da qui vorrei far partire una considerazione che in parte dà senso all’introduzione fatta prima: come consideriamo l’altro, il deviante, il non consuetudinario?
La paura e la disinformazione, temi oltretutto presenti nel film, sono anche il modo con in quale noi spettatori ci approcciamo alla visione: cosa sappiamo di questa cultura? Come ci è stata sottoposta? Ci fa paura? Che termini o idee associamo a quel determinato gruppo sociale?




