Lord of War – L’unica conseguenza è la solitudine

Andrea Vailati

Gennaio 7, 2018

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Lord of War.

Siamo sempre stati affascinati dalle figure che sanno guardare il mondo dall’alto, comprenderlo di più di chi semplicemente lo vive inconsapevolmente.

Siamo sempre stati affascinati da quel cinismo, misto ad arroganza ed ambizione, impregnato di un fascino che non va decantato, ma è intrinseco agli uomini che conquistano i loro mondi, spesso brutali ed oscuri.

Davanti a tale premessa, quell’immagine di Yuri Orlov (alias Nicolas Cage) che ci guarda, consapevole del nostro non aver idea del mondo, pronto ad insegnarci alcune verità, potenti nel loro non avere giustizia al seguito, rimane davvero impressa.

Quell’immagine di un uomo dietro le quinte dei massacri umani, di colui che più di tutti trae beneficio dal male, poiché egli non ne subisce le perdite. Non è un presidente che deve difendere una nazione, né un rivoluzionario consapevole della sua missione suicida, né un criminale che necessita distruzione.

Egli è semplicemente l’unica figura che potrà sempre accomunare tutti loro, egli è semplicemente il mercante d’armi.

Lord of War

Lord of War

Il fascino di questo film è dettato da un interessante parallelismo che si crea tra il protagonista e la sua vita. Egli non è interessato né al male né al bene, può schivare tali forze, rintanandosi nella sua apatica consapevolezza. Ma tutto ciò che egli non subisce, è traslato su ciò a cui egli è legato.

Così, la degenerazione solita dei film che ritraggono quegli Icaro che tanto arrivano vicini al sole, da poter solo infine bruciare, è in questo caso cosparsa su tutto il contorno della storia. Un fratello devastato dalla droga, meraviglioso Jared Leto, mostra la prima degenerazione: il distruttivo delirio di onnipotenza. La moglie modella, meravigliosa Bridget Moynahan, ci mostra la seconda: la fallace temporaneità di un amore basato sulle ricche ed affascinanti bugie del male.

Ma Yuri Orlov, senza neppure saperlo, è immune all’umanità. Poiché non vi era altro modo per esser ciò che è, se non essere unicamente quello. Tutto ciò che poteva accogliere nella sua vita, sentimenti, famiglia, amicizia, era una necessità che egli avrebbe tanto voluto, ma che ha semplicemente per forma, per riempire una coscienza che si è dimenticata di se stessa.

Il puro agente dell’Interpol Jack Valentine, alias Ethan Hawke, è quel briciolo di sincero eroismo americano che ancora persiste, ma che non può più accedere alle vere decisioni, quelle che sottostanno al visibile, poiché lì persino il machiavellismo è degenerato.

Così noi rimaniamo ammaliati da Yuri, viviamo quella solita catarsi dei film con protagonisti dei cattivi intriganti, in cui tifiamo per loro, ma sappiamo che non ce la faranno. Ci permette, quel sapere che non ce la faranno, di rimanerne affascinati, poiché infine sappiamo che perderanno, e la nostra “scelta malvagia” sarà stata solo un breve istante.

Ma Lord of War proprio qui eccelle, colpendoci proprio in quella certezza pre impostata del bene che vince sul male, per quanto questo possa essere affascinante.

Poiché Yuri Orlov non viene sormontato dalla Dea Giustizia, non viene condannato perché il bene trionfi, non vi è morale che sovrasti il male. L’uomo ha ucciso tutto ciò.

Yuri Orlov infine rimane libero di essere il male necessario, egli vuole essere il male necessario, la cui unica vera conseguenza è la solitudine.

Perché egli sa, prima ancora che quel folle dittatore africano glielo dica, che è lui l’unico, eterno ed imparziale Signore della Guerra.

Andrè Baptiste sr.: “Ecco, loro mi chiamano Dio della Guerra…Ma forse quello sei tu.”
Yuri Orlov: “Non si dice Dio della Guerra, si dice Signore della Guerra.”

Autore

  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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