A volte penso che pochi esseri abbiano uno scopo, ma probabilmente uno scopo esiste per tutti, in disegni misteriosi.
La sola possibilità di scrivere riguardo Picnic ad Hanging Rock vale di per sé a giustificare come mai alcune persone trovino un incredibile piacere nel raccontare con le parole il tumulto emotivo che il cinema ormai genera da oltre cent’anni: l’opera filmica che fece emergere il talento del regista Peter Weir è sicuramente una di quelle esperienze cinematografiche più oniriche e magiche dal punto di vista della rappresentazione.
Il contesto di Hanging Rock, dove il collegio femminile Appleyard viene messo in contrapposizione con la natura selvaggia nei pressi della montagna, è una delle caratteristiche più forti e audaci di questa pellicola che privilegia la dimensione del sogno: tratto dal romanzo di Joan Lindsay (che, oltre che dalla sua creatività, prendeva spunto anche da certi fatti di cronaca), la vicenda è ambientata nei pressi di Melbourne, in un San Valentino immaginario del 1900.
La fuga solitaria di tre ragazze e un’insegnante verso queste scogliere con volti umani, che fin dalle prime inquadrature sembrano pronte ad inghiottirle nel regno del metafisico, è quanto di meglio il cinema abbia potuto generare in termini di innesti pittorici e visionarietà lisergica, partendo da uno spirito di racconto corale tradizionale.
Gli elementi che compongono questo “affresco” sono costituiti dai personaggi principali: Miranda, una fanciulla botticelliana, che fin dalle prime battute dice alla sua amica Sara di cercarsi un’altra persona da cui farsi amare perché non rimarrà lì a lungo; Mrs. Apppleyard, la tipica direttrice e insegnante severissima, temuta e per certi versi sgradevole; Irma e Marion, giovani fanciulle permeate dalla curiosità tipica della loro età (e, al contempo, da una coscienza che sembra non appartenere alla gioventù), fino alla già citata Sara, introversa, fragile e orfana (e quindi mal vista) che suo malgrado diventerà l’empatica protagonista della vicenda.

La regia di Weir in Picnic ad Hanging Rock riesce perfettamente a far convivere un’indagine semi-giallistica con un’esplorazione dell’inconscio delle figure femminili del film, uniche e vere protagoniste della pellicola (eccetto alcune maestranze del collegio e i due ragazzi Michael e Albert, testimoni del loro ancestrale passaggio tra rovine e prati fioriti, che cercano disperatamente di ritrovare le ragazze perdute e a cui spettano, a parere di chi vi scrive, i dialoghi meno interessanti e ripetitivi), che il regista, con straordinaria sensibilità, esalta fin dai titoli di testa, con la macchina da presa che realizza inquadrature di una raffinatezza commovente sui gesti quotidiani delle giovani donne al risveglio, così come nelle sequenze di più esaltata dispersione: questa fuga estatica, questo perdersi nel regno di Hanging Rock, diventa quasi un atto di bellezza sublimata, che la macchina da presa e il montaggio di Weir esaltano al meglio con ricorsi anche ad alcuni rallenti straordinari, come nel finale stesso, che ancora oggi non sbaglieremo a definire una delle trovate più originali del cinema moderno.
Altra componente fondamentale è la musica, che in maniera costante e discreta, ci traghetta in questa esplorazione verso il mistero della vicenda, quasi con un richiamo al gotico, sublimandosi perfettamente con le immagini ricorrenti di Miranda che alza lo sguardo per ricongiungersi con la punta più alta della roccia, dove tutto il senso di una vita dovrebbe aver fine.
La vita è sogno, il sogno dentro un sogno. C’è un tempo e un luogo dove tutto ha un principio e una fine, e questo si chiama Picnic ad Hangign Rock.




