Spesso si sente dire che il potere logora chi non ce l’ha, un’affermazione preconfezionata che mira ad autolegittimare proprio quel potere e, per estensione, chi quel potere – di qualsiasi forma esso sia – lo detiene. Ma questo cliché viene spesso smentito dalla realtà dei fatti, perché questa forma di supremazia per antonomasia è come la sommità di una montagna, che si raggiunge solo dopo una scalata faticosa – spesso al costo di enormi sacrifici – e dove, una volta raggiunto l’apice, l’equilibrio è così precario che, nel breve o medio periodo, si è destinati ad una fragorosa e devastante caduta.
Più alta e repentina è l’ascesa e più distruttiva e caotica sarà la caduta: la legge di gravitazione universale è catturata dalla fisica classica, ma permea tutte le strutture della realtà.

Questa dinamicità non lineare intrinseca nel potere può essere scorta facilmente nel film biografico sui gemelli Kray, Legend (2015). La pellicola ripercorre tutte le tappe principali che portarono i fratelli Kray a dominare la criminalità nella Londra degli anni ’60, fino alla loro caduta. L’ascesa e il declino dei due gangstar londinesi rappresentano la cartina di tornasole perfetta per comprendere più intimamente le dinamiche interne del potere.
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Reginald – Reggie – e Ronald – Ronnie – Kray, entrambi interpretati da un eccezionale Tom Hardy (bene il doppiaggio, ma la doppia interpretazione linguistica di Hardy è una perla), sono il volto nuovo della criminalità londinese, muovendosi fra racket delle protezioni, incendi dolosi, violente aggressioni, minacce e rapine a mano armata.
La loro ascesa è favorita in parte dalle giuste conoscenze, tra le quali anche influenze politiche che frequentano il loro night club nel West End, in parte dalle circostanze fortunate (come quella dell’arresto dei loro principali nemici), ma soprattutto dalla loro forza di volontà, in grado di plasmare la realtà sociale a loro piacimento.
Gli aristocratici e i criminali hanno molto in comune: sono egoisti, si annoiano facilmente e hanno accesso a palate di soldi che non hanno dovuto guadagnarsi lavorando onestamente. La ciliegina?
Nessuno di loro ha interesse per le regole borghesi e la moralità.
Ronnie è impulsivo, sconsiderato, irrazionale, un esempio di entropia nel microcosmo londinese. Probabilmente soffriva di schizofrenia paranoide anche se i tratti della sua personalità non sarebbero in ogni caso completamente riconducibili a tale disturbo.
Reggie è invece un calcolatore razionale, assetato di potere e amante del denaro, ma con un bussola morale, personificata da Frances – sorella di un suo scagnozzo – prima fidanzata e poi moglie dello stesso. Frances mette più volte Reggie di fronte alla propria natura, dimostrando di aver imparato a conoscerlo più di chiunque altro, più di quanto lui conosca se stesso. E la natura di Reginald è quella del gangstar.

Il defluire narrativo è scandito da intervalli in cui Reginald è in prigione – la maggior parte delle volte per colpa delle imprudenze del fratello – e periodi in cui, fuori dalle sbarre, riesce quasi a cambiare rotta grazie alle folate di buon senso di Frances, che a più riprese gli implora di lasciare quel mondo di violenza e di continui pericoli. Ma come si diceva prima, un po’ per l’impossibilità fisiologica di staccarsi dall’universo criminale che era arrivato a dominare nella grigia Londra, un po’ per salvare l’attività di famiglia dopo i continui disastri di Ronald, Reggie non riuscirà mai a smettere di essere un gangstar.
Tuttavia la scalata verso il potere costa a Reginald il più tremendo dei sacrifici. Sempre schiacciato dalla gestione insensata degli affari da parte del fratello e, contemporaneamente, dall’impazienza di Frances di voler cambiare vita, in modo da poter avere un futuro insieme, un giorno Reggie, palesemente ubriaco, malmena e violenta la moglie. A niente serviranno le sue scuse, perché di lì a poco Frances si suiciderà, ormai consapevole non solo di non esser riuscita a liberare il suo amato Reginald dalle catene della malavita londinese, ma anche di essersi a lui legata a tal punto che quelle stesse catene che aveva cercato di spezzare adesso la opprimevano allo stesso modo.
Tutta la biopic ruota intorno ad un duplice legame, quello fra Reginald e Frances e quello fra Reginald e Donald.

Quello fra i due gemelli è un rapporto di amore e odio, ma in un senso così profondo che si fa fatica a capire dove finisce uno e inizia l’altro. Ad un primo sguardo si potrebbe pensare che Ronnie sia la causa di tutti i mali del fratello, ma in realtà è la sua parte complementare, in mancanza della quale Reginald perderebbe il senso della sua esistenza. Senza contare che è lo stesso Reggie a far in modo che il fratello esca dal ospedale psichiatrico dove era rinchiuso, dando vita all’ascesa-caduta del loro impero.
I due fratelli arrivano spesso alle mani, ma c’è un momento, a fine di una rissa, in cui Ronald rivela a Reginald di essere fragile, quasi come a scusarsi di tutti i danni sin lì causati e – come monito, del quale Reggie si sarebbe dovuto accorgere – di quelli che avrebbe causato in futuro.
Quasi poetico che, in modo diametralmente opposto al salvataggio di Ronnie dall’ospedale psichiatrico ad opera di Reginald, per colpa del primo, i due gangstar siano invece catturati, processati e condannati a trent’anni di galera, come a voler chiudere un cerchio perfetto, dove il nesso causa-effetto costituisce l’ossatura di tutta la storia, una storia di potere, di fragilità, di amore e di odio.
Una storia che rivela ancora una volta che la natura dell’animo umano è frammentaria ma, contemporaneamente, indivisibile.





