Perfetti Sconosciuti – L’Umoristica della Menzogna

Alessandro La Mura

Ottobre 9, 2018

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“Però una cosa importante l’ho imparata. Saper disinnescare. Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia.
Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi è un uomo saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti”

Vestiamo per un attimo il mantello del vanto. Ergiamoci a grandi cultori e depositari di conoscenze che trasmettiamo per mezzo di: arte, letteratura, filosofia, cinema. Gonfiamo il petto alla notizia di premi Oscar vinti da registi, sceneggiatori o attori italiani durante le loro rispettive carriere. Ma, soprattutto, sentiamoci responsabili quando un film esprime tematiche di un certo spessore.

Perfetti Sconosciuti, film diretto da Paolo Genovese nel 2016, è uno di quei film che dietro la pellicola mostra tanto. Ci sono pensieri, riflessioni, idee. Ci sono concetti che si ripetono e ritornano come echi. Ed è giusto parlarne.

Perfetti Sconosciuti: Trama

Perfetti Sconosciuti inizia con una breve introduzione su coloro i quali sono i protagonisti del film: un gruppo di amici (precisamente 3 coppie e un loro amico, quella sera, non accompagnato) nell’atto di prepararsi col fine di riunirsi per passare una serata tranquilla, in compagnia di una buona cena e di qualche bicchiere di vino.

Si recano, dunque, a casa di una coppia di amici sposati, ognuno con un-qualcosa-portato-da-casa, come vuole la buona educazione.

La storia inizia a sciogliersi: si scopre che i componenti maschili del gruppo sono amici dall’infanzia; Bianca (interpretata da Alba Rohrwacher) è una new entry in quanto fidanzata con Cosimo (interpretato da Edoardo Leo); Rocco (Marco Giallini) ed Eva (Kasia Smutniak) affrontano dei problemi con una figlia di 17 anni, una ragazza che piano piano vuole ritagliarsi la sua libertà; Carlotta (Anna Foglietta) e Lele (Valerio Mastrandea) hanno qualche problema di coppia; Peppe (Giuseppe Battiston) ha alle spalle un divorzio.

Finché, tra chiacchiere e risate, la buona amicizia vuole che affrontino tematiche serie: tra scelta di figli, matrimoni, l’attenzione ricade sui telefoni cellulari e sull’importanza che questi hanno sulle relative vite.

Così, su iniziativa di Eva, decidono di compiere un gioco, ingannando anche il tempo della cena: posare le scatole nere sul tavolo e rispondere ad ogni chiamata e leggere i vari messaggi ed e-mail.

Da qui la commedia passa la palla al dramma. Si scopre che ogni membro della felice compagnia nasconde dei segreti, che li porta a smascherare la loro vera realtà. Amici che pur conoscendosi da tanto tempo, pur sposati da tempo, pur innamorati, indossano mille maschere durante le rispettive giornate.

Perfetti sconosciuti e l’Umorismo: i personaggi e le maschere nude

In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le funzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in se stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo […]. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana […] ci appare priva di senso, priva di scopo; e quella realtà diversa ci appare orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa, poiché tutte le nostre fittizie relazioni consuete di sentimenti e d’immagini si sono scisse e disgregate in essa.

Siamo nel 1908. Un tale di nome Luigi Pirandello pubblica, a distanza di quattro anni dal romanzo Il fu Mattia Pascal, il celebre saggio intitolato L’umorismo. Siamo negli anni in cui il pensiero positivista inizia a barcollare. I criteri di oggettività e soggettività entrano in crisi, quindi il concetto stesso di verità viene posto radicalmente in questione. Ne deriva un assoluto relativismo che sul piano artistico trova elaborazione nella poetica pirandelliana dell’umorismo.

Non entreremo troppo nel merito del saggio. Ci limiteremo ad analizzare i punti salienti. La poetica dell’umorismo da un’attenta riflessione sulla modernità. Tutte le categorie, i valori che hanno retto l’umanità sono privi d’importanza e non esistono più parametri sicuri. Pertanto l’umorismo offre una visione critico-negativa della realtà, mediante personaggi problematici e inetti all’azione pratica. Mette in rilievo le contraddizioni e le miserie della vita, irridendo e compatendo nello stesso tempo.

Forma e vita

L’arte umoristica evidenzia il contrasto tra forma e vita e tra personaggio e persona. L’uomo ha bisogno di autoinganni, deve credere che la sua vita abbia senso. E proprio gli autoinganni sono gli artefici della forma dell’esistenza, la quale è data dagli ideali che ci poniamo.

La forma, quindi, blocca la spinta anarchica delle pulsioni vitali, la tendenza ad andare oltre ogni scopo ideale e contro ogni legge civile: essa cristalizza e paralizza la vita. Quest’ultima è una forza profonda e oscura che erompe solo nei momenti di sosta, di malattia, di notte (infatti, in Perfetti Sconosciuti, il dramma nel film inizia proprio quando la luna diventa interamente nera) o negli intervalli in cui la nostra esistenza non è coinvolta.

Il soggetto, costretto a vivere nella forma, si riduce a una maschera che recita la parte che la società esige da lui. Così facendo diventa personaggio che ha davanti due strade: o scegliere l’ipocrisia, l’incoscienza, l’adeguamento passivo alla forma oppure vive amaramente e autoironicamente la scissione fra forma e vita. Nel primo caso è solo una maschera, nel secondo diventa maschera nuda consapevole degli autoinganni propri e altrui, ma impotente a risolverli. Dunque si guarda vivere e compatisce se stesso.

Perfetti sconosciuti: Moderni Amleto

Ritorniamo a Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese. Rimangono impressi la faccia, i gesti, le parole di Lele di fronte all’enorme equivoco creato, nel quale cade come un topo in trappola; quando è consapevole che sta accadendo per davvero; quando guarda fugacemente Beppe e continua a fingere sebbene svelare le carte sarebbe stato più facile. La sua reazione a quella, aspra e tesa, di Cosimo dinanzi agli eventi.

Rocco che spiega come disinnescare i conflitti; che parla alla figlia 17enne rispettando l’idea di padre-moderno; che fa un passo indietro nonostante potrebbe affondare la moglie. E, ancora, Carlotta, in bilico tra isterimo e rassegnazione, che si aggrappa a un bicchiere come un’amica.

Perfetti Sconosciuti è un film cattivo che non ammicca al pubblico. Non pone quell’analisi che uno dei personaggi usa come ultima spiaggia per salvare il suo matrimonio. In Perfetti Sconosciuti si rispecchiano le nostre colpe, i nostri fantasmi, le nostre paure. Il male che vogliono (e che vogliamo!) masochisticamente conoscere fuoriesce, calando il sipario su chi siano veramente. Persone che fingono perché hanno paura della verità; o, al massimo, non sanno più cosa sia la verità, smarrita nell’ipocrisia giornaliera.

Genovese ha il merito di aver creato un’alchimia perfetta tra i suoi personaggi.  Tra tradimenti e bugie, quell’apparentemente semplice e serena cena non farà altro che trasformarsi in un campo di battaglia, in cui scaricare bugie e insicurezze.

Conclusioni

Perfetti Sconosciuti è una commedia, sì, ma con giudizio. Giudizio, perché dietro nasconde un dramma che irrompe improvvisamente. Più che essere un film sui fantasmi e sulle spade di Damocle della coppia, è un film sull’ipocrisia della società, che passa sia mediante i comportamenti e sia tramite il linguaggio.

Paolo Genovese lascia spazio a un parlare sfacciato e leggero, volgare e pudico, carico di livore, dolore e affetto, e che gravita attorno a un tavolo con spirito davvero scoliano.

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