BoJack nella topica freudiana: Al di là del principio di piacere
Quello del celebre BoJack Horseman è uno dei personaggi più complessi mai presentati in una serie Netflix: la filosofia dissacrante con cui interpreta ogni evento della vita è il suo tratto caratteristico, ma proprio attraverso questa lente possiamo contattare il disagio esistenziale che egli incarna, disagio comune a gran parte di noi perché inevitabile.
Prendendo in prestito la metapsicologia elaborata da Freud intorno al 1920 per spiegare il funzionamento psichico, potremmo suggerire una lettura di Bojack Horseman in termini di rapporto tra desiderio, soddisfacimento e frustrazione, gli elementi portanti della sua quotidianità.

Nel saggio Al di là del principio di piacere, Freud rivisita il modello del dualismo pulsionale tra pulsioni sessuali e auto-conservazione introducendo la spinta a ritornare all’assenza di tensione fisiologica, stato organico corrispondente alla morte.
Nella sua speculazione l’autore chiarisce che se ogni desiderio, ogni mancanza rispetto a un soddisfacimento implica una tensione, una quota di frustrazione, allora la tendenza primordiale di ogni organismo è quella del ritorno allo stato in cui questa tensione era assente, ovvero lo stato di morte in quanto non presenza di vita.
Thanatos, la pulsione di morte, diventa per Freud l’insieme di tutto ciò che nel funzionamento naturale delle forme di vita si contrappone a Eros, ovvero alla tendenza all’aggregazione e all’organizzazione di piani sempre più complessi.

Potrebbe quindi BoJack Horseman essere considerato il rappresentante televisivo che incarna tale inconscio e primitivo conflitto?
In ogni suo sfrenato abuso di alcol, di divertimento e di benessere potremmo tentare di individuare un’esistenziale ricerca del godimento assoluto e, al tempo stesso, un disperato tentativo di mettere a tacere le esistenziali angosce che lo tormentano.
Assistendo alle sue vicende e ascoltando i suoi drastici monologhi sulla realizzazione, la felicità, l’amore e la genitorialità, possiamo quasi arrivare al punto di vedere l’ago di questa universale bilancia spingersi verso il piatto dell’annullamento, dell’oblio e del nichilismo senza riserve.
Bojack Horseman ci diverte, quindi, ma ugualmente ci spaventa perché sappiamo che il dubbio che lo affligge è comune a tutti noi e quello che basta per farlo emergere è un semplice, devastante momento riflessivo. Eppure, forse proprio per questo, continuiamo a seguire le sue oscillazioni sul baratro del nulla.
True Detective: Inconscio, malefico Caos
«Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questo incremento della reattività e delle esperienze sensoriali è programmato per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti».
(True Detective)

Guardare un episodio di True Detective significa prendere sin da subito consapevolezza che non sarà un impegno leggero; a maggior ragione, seguire un’intera stagione vuol dire inevitabilmente arrivare a porsi domande importanti sul proprio posto nel mondo e sul ruolo che potremmo svolgere in futuro.
Esistenzialismo, nichilismo, Caos: non possono essere che questi i nuclei tematici migliori per parlare di questo magnifico, profondo show; soltanto circoscrivendo il focus alla prima stagione, le conversazioni tra Rustin e Hart rasentano il livello di una corrispondenza tra generici pensatori.
In termini psicologici, ciò che contraddistingue questa serie è l’esposizione in tutta la sua potenza dell’incontrollabile e devastante funzionamento dell’inconscio, inteso non soltanto come processo di pensiero ma come una vera e propria filosofia di vita che si contrappone al razionale e lucido pensiero comune.

Per Freud, è noto, l’inconscio è retto dal principio di piacere, l’atemporalità, l’aspazialità, la tendenza a non legare i contenuti psichici e a riprodurli in maniera casuale, irrazionale.
In True Detective ci muoviamo proprio sul piano di complessità, che obbliga Rustin e Hart, i due protagonisti, a ragionare intorno a ciò che potrebbe aver spinto un serial-killer della Louisiana a commettere un brutale omicidio.
Viaggiando tra il 2012 e il 1995, la trama ci obbliga continuamente a porci un’unica, grande domanda: Perché? il perché dei macabri rituali, il perché di una violenza così grottesca, il perché che fa da cornice a due tremendi omicidi.
«Sentite, tutti sanno di avere qualcosa che non va. Semplicemente non sanno cosa sia. Vogliono tutti una confessione. Vogliono tutti un racconto catartico per descriverla specialmente i colpevoli. Ma tutti sono colpevoli in qualche modo».
(True Detective)

Questa dimensione catartica, questa riflessione intorno al senso stesso dell’essere umano sembra essere un’esigenza comune, necessaria e al tempo stesso insolubile. Ciascuno di noi vorrebbe, forse, prendere contatto con la propria dimensione interiore, ma come conoscere qualcosa che per definizione è in-conscio?
Si inserisce qui la fastidiosa, ingombrante presenza dei perché; freudianamente, non possiamo arrivare al punto di ammettere che avere coscienza, essere coscienza non basta. La nostra esistenza, quotidianamente scandita dai ritmi di un’umana, fallace morale, è tanto fragile quanto preziosa.




