High Life e il Realismo Capitalista

Davide Bettelli

Dicembre 16, 2019

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Un neonato piange, completamente solo a bordo di un’astronave vuota; quello che sembra essere il giovane padre (Robert Pattinson) è occupato a riparare un pannello magnetico dell’involucro dell’astronave; i ricordi lontani di una vita sulla terra si sovrappongono all’esperienza del presente, creando visioni allucinate e sfumando il solco dello scorrere del tempo.

Questo è l’incipit di High Life, sci-fi del 2018 scritto e diretto da Claire Denis e distribuito dalla A24. È la storia di un equipaggio composto interamente da galeotti e condannati a morte, la cui missione è raggiungere un buco nero distante 20 anni luce e utilizzarlo come fonte di energia per l’umanità. Ogni cosa all’interno dell’astronave è riciclata e misurata con attenzione: vivendo in un sistema chiuso, le acque nere e tutti gli scarti vengono filtrati e rimessi in circolo nella grande serra cuore della navicella. L’equipaggio è guidato da due figure di spicco, il capitano Chandra (Lars Eidinger) e la dottoressa Dibs (Juliette Binoche), legati da quella che sembra una relazione romantica. I rapporti tra membri dell’equipaggio, però, sono proibiti, e per sopperire ai bisogni sessuali dei passeggeri la navicella è dotata di una stanza chiamata “The Box”, equipaggiata con i più sofisticati strumenti elettronici di masturbazione.

A volte le macchine non bastano

È chiaro sin dai primi minuti che High Life sarà un film con una forte attenzione alle atmosfere: è nei lenti movimenti di macchina e nel comparto sonoro che si annida il tema del film. I tempi si dilatano all’inverosimile e lo scorrere canonico del tempo viene sovvertito e rifiutato, tormentato da una colonna sonora danzante tra due estremi: a tratti cupa, industriale e robotica generata dai suoni dell’astronave, e a tratti sideralmente muta e silenziosa come il vuoto spazio che circonda i protagonisti. I suoni di origine “meccanica” si posizionano come lontani e opposti alla natura umana, ostili e respingenti, ma ci scopriamo a preferirli rispetto all’alternativa del dilaniante mutismo dello spazio. Uno spazio anch’esso diviso tra la naturale inospitalità del vuoto cosmico al di fuori della navicella, e lo spazio interno alla nave, dove la macchina da presa si muove come un fantasma infestante.

Infesta” è la parola chiave di questo film, poiché High Life mette in scena uno spazio-tempo abitato da un’entità invisibile, che però ha un effetto tangibile sul presente. Se da una parte i membri dell’equipaggio sono schiacciati da un passato violento da dimenticare (e da espiare) per il bene dell’umanità, dall’altra sanno che la loro vita sarà per sempre confinata alle pareti di quella navicella, e che non potranno mai tornare sulla Terra. La forza di ciò che non è più, o non è ancora, pervade ogni momento del presente. Jaques Derrida è il primo a dare un nome all’effetto di questa entità invisibile, concretizzando l’azione del virtuale: hauntology, attraverso un gioco di parole tra ontologia e to haunt, infestare appunto. Mark Fisher riprese il concetto di hauntology per applicarlo al Realismo Capitalista, cioè quella condizione del tardo capitalismo in cui stiamo vivendo, secondo la quale “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.

Il concetto di hauntology ci permette di leggere High Life come una gigantesca metafora del furto del futuro operato dal tardo-capitalismo, dove l’assenza di alternative rispetto a un destino già scritto agisce sul presente come una forza virtuale, creando nei personaggi del film (e in noi, dice Fisher) angoscia, rabbia, frustrazione, violenza. L’ambiente in cui l’equipaggio è costretto a vivere si divide tra la disumanità della navicella, automatizzata, industriale e regolata da ferree regole di gestione economica delle risorse, e dall’altra l’inospitalità dello spazio siderale, totalmente vuoto e privo di ogni alternativa, opposto in sé al concetto di vita umana. Questo schiacciamento spaziale tra il vuoto cosmico di prospettive e la presentificazione dell’assenza di umanità interna all’astronave si ripercuote (e riflette) anche sul tempo: la fisica e il cinema ci insegnano che questi due termini non possono mai essere davvero separati. La claustrofobia totalizzante è anche temporale, perché il futuro è stato portato via come conseguenza di scelte sbagliate in passato, e il presente rimane schiacciato dall’azione di questi due fantasmi.

Cosa rimane nel mezzo? La tecnologia, incarnata dalla navicella e dagli strumenti masturbatori, gusci vuoti che acquistano senso solo attraverso l’intervento umano sempre finalizzato all’inseguimento del principio di piacere materno, come un surrogato di tutto ciò di cui si è impoverita l’esperienza del Reale, primo tra tutti il contatto umano.

Tanto nella trama di High Life quanto nel nostro mondo, il presente è abitato dai fantasmi di epoche passate che non vogliono lasciarci andare; l’esperienza di un eterno oggi appare confusa e intorbidita dalla continua sovrapposizione di momenti passati, nutrendo un sistema che ci ha imprigionato in una gabbia dorata, privandoci della libertà di scegliere il nostro futuro e condannandoci a essere semplici risorse da sfruttare.

Claire Denis firma un’opera attuale e complessa, scegliendo di utilizzare il genere sci-fi perché particolarmente efficace nel raccontare la dialettica tra la realtà e le impossibili esperienze del mondo: non vi è una vera separazione tra finzione e e realtà sociale, ma semplice reinterpretazione.

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