Disney vs Studio Ghibli.
«Credo che le anime dei bambini siano le eredi della memoria storica delle generazioni precedenti.»
(Miyazaki)
Se c’è un sussurro, così perpetuo e così sfuggente da essere meraviglioso ogni volta che lo si capta, quello è il sussurro dell’emozione più primordiale.
Sono sempre più rare le condizioni in cui l’essere ci è mostrato con tale essenzialità, sempre meno accessibili in un mondo che si sovrastruttura in continuazione, perdendosi in quella razionalizzazione che pensa di controllare.
Eppure esistono luoghi dove ancora possiamo trovare la semplicità più pura, determinante nella sua sottigliezza, basilare nella sua forma.
Quei luoghi, sempre più singolari, necessitano di uomini, di artisti, di visionari della poesia più dolce: quelli furono, sono e per sempre saranno, a prescindere dal tempo umano, gli uomini dello Studio Ghibli.
Hayao Miyazaki, Isao Takahata, Toshio Suzuki, Yasuyoshi Tokuma, nel 1985, fondano a Tokyo non semplicemente uno studio cinematografico e di animazione, bensì un vero e proprio tempio della poesia animata.
Il primo dei quattro, forse più noto al mondo, aveva già, proprio quell’anno, conosciuto il successo grazia a Nausicaä della Valle del vento. Lì Miyazaki inizia a mostrare alcune delle connotazioni maggiormente riproposte nella sua Opera, come l’angelico femminile che sempre sarà il fiore che salva il mondo da un autunno perpetuo per poi, nel 1986, scolpire il primo tassello dello Studio Ghibli, dal nome Laputa, Castello nel Cielo.
È un fascino soffuso quello che oggi ci appare nel guardare i colori sbiaditi e le figure essenziali di questa prima opera, ma il sussurro, quello che ci educa alla dolcezza, morale e magica allo stesso tempo, è già lì, insinuato con una morbidezza che solo chi possiede quel primordiale sguardo emotivo può scolpire.

L’unicità della cultura orientale ha in alcuni maestri l’apice della sua dimostrazione artistica: Ozu, Kar-wai, Yimou, Kurosawa, compongono le sinfonie di un tipo di sguardo dove la filosofia, svincolandosi dai tracciati dialettici e razionalisti più propri all’occidente, riesce a sfiorarsi con la poesia, nello spirito più alto, nei limbi più ancestrali e perversi, così come nei lineamenti più fanciulleschi.
Ed è qui che Miyazaki, già con Laputa, iniziava ad accedere all’Olimpo, ma con un trono ben più singolare, dove l’animazione, più vicina alla magia poetica che alla poesia filosofica, permetteva di dilatare i fiori che la realtà banalizza, rivendicandone l’essenzialità.
Così si compone una poetica che ritorna all’essenza, nelle iperboli immaginifiche come nei microcosmi fanciulleschi: Miyazaki non costruisce morali, non delinea archetipi, bensì evoca una vera e propria “poiesis” della magia originaria, la riporta in vita dal dimenticato, scovandola nei sorrisi e nei grigi, nel fuoco e nei mostri.
I suoi personaggi, seppur partecipino ad una continuità complessiva, non perdono la loro tridimensionalità unica, restando uomini anche quando son demoni.
In questo, egli si mostra erede di un concetto antico e lontano dai suoi luoghi: dove bellezza e bontà ancora si sommavano, dove la metafisica, prima d’ogni teoria, era accesso al reale.
Dimenticarsi dell’autentica bellezza del mondo, porta a dimenticarsi dell’originale possibilità di essere felici, di essere giusti.
La vita è una luce ammiccante nel buio


La Disney invece, è un’altra storia.
All’origine, è come se vivessero due profondi movimenti nella poetica del geniale Walt: in questa tensione troviamo tutto il senso della sua Occidentalità.
Walter Elias Disney fonda la società che diverrà leggenda nel 1923, insieme a suo fratello Roy, con un semplice topolino come punto di partenza.
L’umanizzazione dell’animale, che diviene più capace di mostrare l’essere umano dell’uomo stesso, giunta fino al BoJack di noi altri, ha nella Disney il proseguimento di una tradizione che già nelle favole di Esopo esplicitava il suo senso.
Creare un altro mondo per saper guardare il nostro, parafrasando Calvino. Creare un non-uomo che, antropomorfizzato, si renda più emblematico delle peculiarità dell’uomo stesso.
Ma qui, ed ecco che si evidenzia uno dei due macro movimenti che contraddistingueranno l’identità Disney, avviene un qualcosa di diverso da Miyazaki e lo studio Ghibli.
Qui, nel pieno dell’ascesa della società occidentale contemporanea, ecco che la Disney diventa la fabbrica di una morale quanto mai bidimensionale. Quella morale è la fiaba per un mondo di poesia, più che la fiaba per la poesia nel mondo che, forse, appartiene ai cugini orientali.

La meraviglia della Disney, che cambierà per sempre il mondo dell’intrattenimento, dell’animazione, delle fiabe occidentali, è in questa declinazione primaria: una morale tra principi e principesse, manichea, senza veri grigi. Ma essa è la sua stessa inquietudine.
Così si delinea l’altro incredibile movimento, che determina infine la sopracitata tensione: l’intuizione dell’incredibile, la sensazione del sublime.
Sin dalle origini, Walt Disney ha cercato l’arte più complessa, le forme più potenti e meno autoevidenti dell’animo umano.

Destino
Nel 1945 è con Salvador Dalì che concepisce Destino, opera realizzata poi nel 2003.
La danza, nell’onirica visione del pittore, resa dinamica dall’animazione Disney, è qui forma pura, incantata e mai totalmente accessibile.
Fantasia, del 1940, è l’opera massima. Otto segmenti, musica diretta da Stokowski.
Del divino e del diabolico, un ermetismo che partecipa al bello e al demoniaco, di platonica intuizione. È qui che comprendiamo a pieno la dialettica occidentale, dove al bisogno di un sistema morale compiuto, quanto più di successo possibile, che la Disney inquadra in un bidimensionalismo di principi e stregoni, risponde l’esigenza nascosta del primordiale e dell’aulico che, in una società tragicamente sovrastrutturata, diventa quasi inaccessibile, lontano, complesso.

Fantasia
Così la Disney è emblema dell’infinita scala dell’Occidente rispetto alla poesia, o visibile in un modo costruito ad hoc, fittizio e mai davvero applicabile, o nei lontani luoghi ancestrali, che un sussurro non riesce più a evocare.
Quel sussurro invece è forse il pennello più raro che l’Oriente dello studio Ghibli custodisce.

Studio Ghibli




