Il Finale de La meglio gioventù – Tutto è veramente bello

Antonella Pagano

Gennaio 31, 2020

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La meglio gioventù.

C’è una scena di un film, mettiamola così. E questa scena di questo film ci racconta qualcosa. Non tutte le scene di tutti i film raccontano qualcosa. Ci sono scene che non funzionano, scene che funzionano poco, scene che funzionano meravigliosamente. Ci sono tanti tipi di scene e, tra questi, ci sono le scene che raccontano con la semplicità. Le scene a cui non serve avere i filtri fotografici migliori o le sceneggiature più raffinate, per funzionare. A queste scene bastano poche, ma efficienti parole, melodie e colori. Il perfezionismo, a queste scene, non è necessario. Basta poco, a volte.

Marco Tullio Giordana, lasciandosi felicemente ispirare da una raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini, nel 2003 porta sul grande schermo La meglio gioventù, la travagliata storia della vita personale e politica di due fratelli, Matteo e Nicola (interpretati rispettivamente da Alessio Boni e Luigi Lo Cascio) impegnati in una guerra morale e civile contro le ingiustizie di un’Italia fatta di malaffare e corruzione. I loro vent’anni – certamente tra i più complessi delle loro vite – si stagliano sullo sfondo di un Paese che si trova a vivere i suoi burrascosi anni di piombo, nonché ad affrontare tutta la contestazione studentesca degli anni Settanta. Snodo cruciale della trama è l’incontro con Giorgia, una ragazza che vive in una clinica psichiatrica, la cui vita è segnata sin dall’infanzia da traumi di cui lei non proferisce parola. E il viaggio in direzione Capo Nord che i due fratelli intraprendono con lei – ma che subisce una improvvisa interruzione – li segna per sempre. Solo dopo anni, a concluderlo, sarà il figlio di Matteo. Altri personaggi cardinali sono certo quello della compagna di Nicola, Giulia, che da militante del partito comunista si dà poi alla lotta armata delle Brigate Rosse e di Mirella, una fotografa amatoriale con la quale entrambi i fratelli intessono un rapporto a suo modo unico.

Senza soffermarci sui ben intensi – e a tratti logoranti – 360 minuti del lungometraggio, approdiamo con coscienziosità direttamente alla scena finale.

Non è importante che lo spettatore abbia seguito il corso di tutti gli eventi che si sono susseguiti lungo il tessuto narrativo, per essere pronto ai minuti conclusivi. La delicatezza della note di Georges Delerue (Catherine et Jim, ovvero la medesima traccia del Jules et Jim di Francois Truffaut del 1962) ci lascia guardare prima una passeggiata, un bacio e una distesa di verde, poi un mare blu, quello norvegese: ma soprattutto ci lascia ascoltare delle parole semplicissime che però, chissà come, funzionano.

Sto qui a guardare il sole di mezzanotte che scende fino all’orizzonte, ma poi si ferma e non entra nel mare. Penso a mio padre, penso alla mamma, e penso a te che mi hai sempre detto che tutto è bello: mi sa che avevi ragione, tutto è veramente bello.

Quando qualcuno pronuncia queste quattro ultime piccole parole, osa, in qualche modo. E la bellezza che viene declamata è tutta lì, nella stessa semplicità del modo in cui quelle parole la raccontano.

La storia di Matteo e Nicola è tra le più difficili e belle che certamente si sono insinuate nel Cinema italiano. È chiaro che le semplici parole finali non le esauriscano del tutto. Ma sono portatrici di un gran valore, quello della bellezza, che fa da vettore nelle vite dei due fratelli. Connessa alla semplicità, la benvoluta. E il tornaconto è qui: la semplicità attraverso cui si manifesta la bellezza di una grande storia, è in grado di dire tutto. Senza dover aggiungere nulla. E in alcuni momenti è solo bene ricordarlo – questo valore – per non dimenticarlo, ancora una volta, troppo facilmente.

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