I cannibali di Liliana Cavani: Antigone fuori dalla tragedia

Claudia Silvestri

Novembre 7, 2020

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In una metropoli moderna e affollata i marciapiedi e le strade sono invasi da corpi di defunti. La loro colpa è quella di essersi ribellati a un indefinito potere costituito: i loro cadaveri servono da monito, e per questo non devono essere assolutamente toccati o sepolti. Antigone (Britt Ekland) decide però di non sottostare alle regole e di voler seppellire il fratello Polinice. Come afferma lei stessa è un gesto naturale, al quale nessuno dovrebbe sottrarsi.

Aiutata da uno straniero (Pierre Clémenti), allontana dalla strada non solo suo fratello, ma anche altri giovani. Fino a quando non viene catturata, picchiata e uccisa in pubblica piazza, affinché anche lei diventi uno dei tanti cadaveri. Ma il suo gesto, invece, dà inizio a una rivolta e molti iniziano a seguire il suo esempio. Liliana Cavani, quindi, ne I cannibali (1970), rimane fedele al proprio modello, quello dell’Antigone sofoclea, ma innesta all’interno dell’impianto drammaturgico nuovi spunti narrativi e di riflessione.

La trama viene attualizzata, ma le modifiche al testo di riferimento vertono anche in altre direzioni, che cambiano radicalmente la valenza stessa del gesto della protagonista.

Antigone (Britt Ekland) e Tiresia (Pierre Clèmenti) seppelliscono uno dei corpi

In questa versione della storia, Antigone non è la figlia di Edipo e Giocasta o meglio, non lo è nella valenza drammatica in cui lo è esserlo nella tragedia (il rapporto incestuoso fra madre e figlio, infatti, ha dato origine a una discendenza “macchiata” dalla colpa del padre). E di conseguenza, non è sorella di Polinice nella maniera “mostruosa” del mito greco, eliminando quindi del tutto le problematiche legate ai rapporti di parentela, fondative e fondanti del testo tragico.

Dopo suo padre, accecatosi come punizione per non aver voluto vedere la realtà (ovvero il parricidio prima, e il matrimonio con la madre poi), e dopo sua madre, impiccatasi per non dover affrontare le conseguenze della verità svelatale da Tiresia (nella tragedia Edipo Re), Antigone accetta consapevolmente il proprio nefasto destino.

Antigone: «Non è stato Zeus a proclamarla, e Dike, che dimora con gli dei di sotterra, non ha stabilito per gli uomini leggi come questa. Non ho pensato che i tuoi decreti avessero il potere di far sì che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte degli dei, leggi immutabili che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre, e nessuno sa da quando. Per timore di un uomo io non potevo subire il castigo degli dei. Ma se muoio prima del tempo, io dico che è un guadagno: non è un vantaggio, forse, la morte, per me che vivo in mezzo alle sciagure? Subire questa sorte non è un dolore; lasciare senza sepoltura il corpo del figlio di mia madre, questo è dolore».

(Sofocle, “Antigone”)

L’Antigone della pellicola si allontana completamente dalle motivazioni del suo corrispettivo letterario: non compie il rito della sepoltura per aderire a delle leggi divine o perché, morti i genitori, non potrebbe più nascere un altro fratello (come lei stessa afferma alla fine della tragedia). Nel film, infatti, i suoi genitori sono vivi. Lo compie perché per lei è naturale, così come è naturale reiterare il gesto. Ed è per questo che lei non si pone nemmeno il problema delle ripercussioni delle sue azioni e non ricerca ossessivamente la morte, in quanto figlia di generazioni corrotte che possono trovare risoluzione solo nella fine della propria vita.

Ma la protagonista non è sola nel compimento del suo gesto. Nella tragedia cerca l’aiuto della sorella Ismene, la mette al corrente del suo proposito sin dai primi versi e, in seguito al suo rifiuto di aiutarla, la rinnega. Nel film, invece, si rende complice di un ragazzo straniero, incontrato per caso. Questa figura, che rappresenta il Tiresia del testo di Sofocle, risulta centrale all’interno della pellicola.

Come una sorta di nuovo Messia (la sua morte, quindi, come quella di Antigone, si connota anche di una valenza cristologica, atta cioè a liberare gli altri attraverso il proprio sacrificio) o di deus ex machina, il ragazzo straniero diviene, insieme ad Antigone, il modello da seguire, ponendo le basi della rivolta che scaturirà dalla loro morte.

Da colui che predice e consiglia i protagonisti, cercando di renderli coscienti delle loro colpe, egli diviene parte attiva nel compimento del destino della stirpe di Edipo. E infatti, gli uomini e le donne rinchiusi con lui in una specie di prigione\comunità, saranno i primi a mantener viva la sua eredità, continuando a seppellire corpi come atto sovversivo.

Questa rilettura apporta anche nella psicologia degli altri personaggi dei cambiamenti radicali. A cominciare da Ismene (Delia Boccardo), che nella pellicola diviene una mera comparsa, laddove nella tragedia appare in scena sino alla fine, mossa da un pentimento e un senso di colpa tardivi. Emone (Tomas Milian), figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone,  segue più fedelmente le orme del suo corrispettivo tragico, anche se nel finale impazzisce e viene rinchiuso in prigione, venendo così privato della morte onorevole che si autoinfligge nella tragedia.

Lo stesso dicasi per Creonte (Francesco Leonetti), che nella pellicola diviene un anonimo Primo Ministro, ben lontano dal tiranno della tragedia, il quale rappresenta la legge di Stato che si contrappone a quella morale. Non lascia insepolti i ribelli poiché ritenuti traditori, ma per fare dei loro corpi dei simboli del proprio potere, moniti fisici di una politica non in grado di mantenere fino in fondo l’ordine costituito.

Il coro, rappresentazione viva della voce del popolo, unico “corpo” in grado di parlare al sovrano in maniera diretta, consigliandolo o mettendolo in guardia, diviene un insieme di corpi morti, meno “scomodi” e più incisivi.

E se a suo figlio, nella pellicola, viene tolta la possibilità di redimersi nella morte, a lui non viene concessa nemmeno la possibilità di un pentimento, laddove nel testo sofocleo decide di provare a salvare Antigone, spinto dal coro e da Tiresia, che lo mettono in guardia dalla furia delle Erinni.

I protagonisti, quindi, si privano nel film del loro essere personaggi tragici e divengono semplicemente essere umani, mossi da intenzioni individuali e personali. Del conflitto tra ragione e religione, fra leggi scritte e non scritte rimane ben poco. Antigone non fa appello a nulla se non al proprio bisogno innato di seppellire il fratello. Il solo fatto che i genitori siano vivi le impedisce di ricercare un ricongiungimento con la famiglia nella morte, conducendola a trovare altre motivazioni per il proprio gesto.

Edipo e Giocasta divengono una coppia di genitori qualsiasi, privati persino del nome, oltre che di tutta la valenza tragica del proprio vissuto e delle proprie colpe.

Antigone

Antigone (Britt Ekland) e Tiresia (Pierre Clèmenti)

La drammaticità del film risiede quindi in altro, nel contesto socio/culturale in cui la narrazione si cala, quello di una città che ha appena attraversato gli stravolgimenti e la contestazione del ’68 e nella quale l’ordine viene mantenuto grazie alle rappresaglie e agli interventi violenti della polizia.

E, non a caso, la pellicola si regge sull’unica antinomia che può sopravvivere ed essere attualizzata dopo quel periodo storico, ovvero giovani/potere.

Spogliata di ogni riferimento linguistico o testuale, l’Antigone di Cavani assurge a storia universale, in cui i personaggi si muovono spinti da nuove e altre motivazioni, non sempre riconducibili all’impianto ideologico che sottende alla tragedia greca.

Leggi anche: Incontro con Liliana Cavani – il Cinema come esperienza umana 

Autore

  • Claudia Silvestri

    27 anni, laureata in Lettere moderne alla triennale e in Scienze dello Spettacolo alla magistrale. Di recente ho conseguito un master in Critica giornalistica per lo spettacolo. Guardo di tutto e mi appassiono ad ogni genere, dal film d’autore fino ai cinecomics. Se non sapete dove trovarmi, probabilmente sono in sala a gustarmi un nuovo film.

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