La Città Incantata, in giapponese Sen to Chihiro no kamikakushi, letteralmente traducibile come “la sparizione spirituale di Sen e Chiriro”, conserva già solo nel nome una poetica e dei simbolismi che impregnano il significato di tutto il film. Allo stesso modo nella canzone del Duca Bianco Life on Mars, del 1971, le strofe sono ricche di metafore e riferimenti agli argomenti dell’epoca.
Questa doppia prospettiva che scava nei pensieri di due ragazzine si intreccia su due livelli nel piano parallelo delle idee, dei sogni. Passa per il cammino di formazione che entrambe le protagoniste affrontano, scontrandosi con la realtà della società degli adulti.
Le due opere hanno ricevuto, sia dagli stessi autori che da appassionati dei generi, diverse interpretazioni. In questo articolo mi concentrerò solo su alcuni aspetti. Oltre alla ricchezza metaforica, che rimanda a elementi ricorrenti dello stile di entrambi i creatori, in comune hanno la domanda di una ragazzina che, per sfuggire a una realtà dolorosa e acerba, si chiede: c’è vita su Marte? C’è vita nella Città Incantata? C’è qualcosa oltre a questo?

David Bowie nel video di Life on Mars (1971)
La pellicola si apre con una triste Chihiro, persa con i suoi genitori nel bosco. Una bambina costretta a trasferirsi in un’altra città, che si confronta per la prima volta con l’amarezza di un dolore adulto. Abbandonare l’amica del cuore Rumi, casa sua e la sua scuola. Il sentimento che prova un bambino acquista forza e potenza nella freschezza della novità. Una sensazione ancora dai confini sconosciuti, ignota.
Una carica emotiva che i genitori adulti sembrano aver dimenticato, ormai abituati agli sconvolgimenti della vita. Il trasferimento assume per lei la portata di un evento traumatico, la pone di fronte a una crisi.
«It’s a god-awful small affair, to the girl with the mousy hair. But her mummy is yelling “NO” and her daddy has told her to go. But her friend is nowhere to be seen, now she walks through her sunken dream, to the seat with the clearest view and she’s hooked to the silver screen».
(David Bowie, “Life on Mars?”)
Entrati nella Città Incantata, deserta, i genitori senza curarsi minimamente delle conseguenze delle loro azioni, come se tutto potesse essere comprato, cominciano a mangiare senza permesso e si trasformano in maiali. Chihiro allora si ritrova sola, alla ricerca di una via di fuga, come la ragazza della canzone: il suo amico non si è ancora presentato (Haku nel film) e lei, che vede crollare tutte le sue certezze, osserva il mondo tramite il cinema che le permette un’evasione. Restando incollata allo schermo (incastrata nella città) che le presenta una dimensione irreale.
Così il viaggio di entrambe s’avvia, attraverso situazioni grottesche e ripetitive, spersonalizzanti, scoprendo in entrambe le storie una critica (ammessa dagli stessi autori) al lavoro e al consumismo che hanno logorato l’identità delle rispettive società di provenienza, degli anni ’70 e ’80.

Chihiro con i genitori. La Città Incantata (2001)
Alcuni sostengono che Marte, “il pianeta rosso”, sia una metafora dell’URSS, vista in quel periodo come soluzione contrapposta all’approccio capitalista e individualista dell’occidente. Situazioni che si reiterano sia sulla scena del film proiettato nella canzone che nella pellicola dello studio Ghibli. Ad esempio il lavoro di Chihiro/Sen con i corrifuliggine.
C’è un richiamo a porre l’attenzione sul mondo vago e celato dietro le enormi produzioni per la massificazione. Rievoca i quattro stadi di alienazione del proletariato che Marx cita nei suoi scritti parlando della società capitalista, accusando la borghesia (Yubaba e i nuovi ricchi europei post boom economico) di creare una divisione e un sistema di dipendenza che aumenta il divario socio-economico fra le classi. Gli anni ’70 di Life on Mars saranno costellati di colpi di stato, moti studenteschi e atti terroristici di matrice politica.
«But the film is a saddening bore, for she’s lived it ten times or more. She could spit in the eyes of fools as they ask her to focus on».
(David Bowie, “Life on Mars?”)
Questi eventi contestuali le spingono a farsi delle domande. Compongono il percorso di crescita, l‘elaborazione per approcciare, e a tratti evitare, il confronto con le situazioni reali sofferenti da cui provengono, verso il mondo caotico a cui vanno incontro. L’alone magico che circonda la melodia e la fantascienza new wave di Life on Mars, impregnata delle leggende aliene su Bowie e fomentata dal recente sbarco sulla luna, incontra l’animazione fantastica del film, che inneggia al mondo spirituale, mistico, testimoniando il desiderio di immaginare qualcosa oltre, di allontanarsi. Elevarsi.
David Bowie ci dice che la ragazza ha visto più volte il film e non ha intenzione di ascoltare il consiglio, di concentrarsi sui dettagli che la circondano. Gli schemi cinematografici riproposti nel testo della canzone, lei li ritiene ormai banali: i marinai che si picchiano dei film anni ’50, l’equivoco del poliziotto che sbaglia colpevole. La ragazza li osserva senza attenzione, annoiata e distante da quel mondo. Bowie le fa chiedere: loro sapranno mai di essere nello spettacolo di maggior successo? Di essere inconsapevoli protagonisti della loro vita?
«…Oh man! Wonder if he’ll ever know, he’s in the best selling show…».
(David Bowie, “Life on Mars?”)
È Haku invece nel film che riporta Chihiro all’importanza dell’unicità e del dettaglio di una storia reale, attraverso il particolare del nome. In quel mondo è l’unica cosa che le appartiene, è il nome che conserva l’identità. Lei lo ricorda solo con il biglietto di Rumi. Capisce così il valore identificativo dell’amicizia. È con l’amore di Haku (che si ricorda solo il nome di Chihiro) che lei non scompare. L’amore come elemento di riconoscimento. Lui glielo rivela proprio quando lei cominciava a scordarsi di sé, a spersonalizzarsi.
I kanji che compongono il nome Chihiro si possono tradurre come “Mille” e “Ricercare” invece “Sen” il nome da lavoro che le impartisce Yubaba, le asporta un carattere, resta solo il significato “Mille”. La lascia così nella vacuità di un numero (della “decima” replica del film della canzone) come se la privasse della possibilità di appartenere al suo vero io, di approfondire il suo destino. Di cercare tra i mille, di concentrarsi.

Chihiro e Haku, La Città Incantata. (2001)
Finché esplode la domanda d’evasione dalla realtà, per la ragazza della canzone, e per Chihiro dal lavoro alle terme. «Is there life on Mars?», c‘è vita nella Città Incantata?
Allora il viaggio formativo che stanno affrontando evolve. Come nella curata e poetica scena del treno, in cui Chihiro va fuori dal palazzo di Yubaba quasi persa nello spazio e abbandona in senso metaforico la terra conosciuta fino a quel momento. Abbandona le nuove certezze, compiendo un ennesimo passo verso l’ignoto e la maturazione.
«It’s on American’s tortured brow that Mickey Mouse has grown up a cow. Now the workers have struck for fame…».
(David Bowie, “Life on Mars?”)
L’ulteriore incontro è tra Senza Volto e il Mickey Mouse della canzone, il capitalismo, la monetizzazione anche di un prodotto per l’infanzia che investe e ingrassa come una mucca da prosciugare, l’America e il Giappone. Lo spirito, che è l’unico a non esistere davvero fra quelli citati dalla pellicola nella tradizione giapponese, rappresenta una novità. Indossa una maschera Kabuki e si manifesta sotto forma di ombra, che fagocita anche i personaggi in cambio d’oro. Convinto di avere così l’approvazione di Chihiro, l’unica amica che ha, che s’è mostrata gentile nei suoi confronti. Tuttavia, Chihiro nonostante il contesto avverso non smette di condividere le risorse che le arrivano.
«See the mice in their million hordes from Ibiza to the Norfolk Broads…».
(David Bowie, “Life on Mars?”)
Senza Volto non consuma il cibo per nutrirsi davvero, ingigantisce e produce per l’avidità degli altri spiriti presenti, per approvazione. Allo stesso modo il consumismo è rappresentato dai topi nella canzone: le masse, che vanno in vacanza nelle mete più ambite non per reale interesse, ma vittime del sistema. I topolini citati si rifanno a una filastrocca inglese Three blind mice, in cui gli animali ciechi rincorrono la moglie del fattore, cercando di vendicarsi per avergli tagliato la coda.

Chihiro e Senza Volto. La Città Incantata (2001)
In entrambe le storie, le protagoniste si rendono conto tramite il viaggio di evasione, l’esorcizzazione con un’esperienza tra gli spiriti e l’ambizione a un mondo migliore, dello scontro inevitabile e rafforzativo con la società degli adulti. Il disincanto che si forma alla fine dell’infanzia e, con l’avvento dell’adolescenza, ti presenta per la prima volta delle esperienze universali, rese uniche dall’individuo per il suo vissuto e per le scelte con cui affronterà queste sfide.
«But the film is a sadding bore, ‘cause i wrote it ten times or more. It’s about to be writ again as i ask you to focus on…».
(David Bowie, “Life on Mars?”)
Così Bowie dice a sé stesso che riscrive sempre lo stesso genere di canzone, sta per riscriverlo proprio con Life on Mars, ma questa volta è proprio lui che chiede alla ragazza del suo testo di concentrarsi, di focalizzare. Ora che conosce meglio il contesto sociale del mondo, la vastità e lo sviluppo consequenziale e perpetuo, suggerendogli che quindi è il dettaglio, i particolari, che caratterizzano e rendono unici quella canzone, quella storia, quella persona, il viaggio di ognuno di noi.
È così che non ci si perde, è così che ogni individuo apporta il suo contributo alla società. Socializzando le scelte di responsabilità individuale in un contesto globale. La creatività, l’energia di Chihiro, come ricchezza personale a servizio libero dello sviluppo generale, non come risorsa accumulata per esercitare potere e sovrapproduzione.
Chihiro, grazie alla forza della sua maturazione gentile, nell’amore, che è specifico per ogni individuo, finalmente ricorda, dal suo irripetibile vissuto personale, il nome vero di Haku, liberandolo e restituendogli la possibilità di tornare a casa.

Chihiro e Haku drago, La Città Incantata. (2001)
Nella scena finale brilla l’elastico di Chihiro regalato da Zeniba come ricompensa della sua gentilezza per le azioni svolte. Un simbolo che resta presente anche nel mondo reale, è il segnale della crescita della protagonista grazie alla speranza di una possibilità oltre, della sua indole altruista. È come l’urlo finale di David Bowie che chiede ancora «is there life on Mars?».
E la risposta si perde nella musica strumentale, a tratti epica, che porta il pezzo a concludersi in voli pindarici come un’astronave a spasso nell’universo. Sarà solo lo squillo di un telefono a spezzare la dimensione onirica e richiamarci alla realtà, ma solo dopo aver vissuto e sognato qualcosa oltre, dentro la musica o in una città incantata.




