I fiumi di violenza, eroina e fatalità tagliano senza sosta i bassifondi di Copenaghen nella trilogia Pusher di Nicolas Winding Refn. La corrente è troppo forte, a tal punto da trascinare via qualsiasi obiettivo si prefissino i protagonisti delle tre pellicole, financo la sensazione di esercitare un controllo sulla propria vita.
La trilogia si apre con Pusher – L’inizio (1996), opera prima di Refn, prosegue con Pusher II – Sangue sulle mie mani (2004) e si conclude con Pusher 3 – L’angelo della morte (2005).
Molto intelligente la scelta del regista danese di creare due veri e propri spin-off, al fine di non appiattire la dimensione narrativa su un unico protagonista. Sostanzialmente, il testimone viene passato, attraverso i film, da un protagonista all’altro, senza tuttavia mai uscire dal desolante spettacolo messo in scena nel teatro della malavita.
Frank, Tonny e Milo: questi sono i protagonisti, rispettivamente, dei tre atti della trilogia Pusher.
La sensazione che matura lo spettatore è quella di trovarsi davanti a una storia carnivora che, per ciascun capitolo, divora il proprio protagonista principale, e dopo averlo masticato e digerito lo cancella da se stessa. Così, prima ci saranno Frank, Tonny e Milo, poi questi ultimi due, e infine solo Milo.

Frank
A rimanere incollato a un personaggio dopo l’altro, un destino claustrofobico, delineato da situazioni sfavorevoli che si restringono gradualmente, fino a implodere. La camera da presa non indugia mai sui protagonisti, e sembra voler appesantire le loro già grevi responsabilità, con inquadrature sempre a ridosso di ogni azione inefficace, di ogni pensiero stordito, di ogni speranza sbiadita.
Non importa in quale angolo buio di se stessi si rifugino né con quanta veemenza tirino su dal naso strisce di soluzioni ai loro problemi: l’effetto risolutorio termina inesorabilmente e gli obblighi tornano a bussare, puntualmente, alla porta della coscienza. Ciò che rimane è la terrificante sensazione di sentirsi impotenti, intrappolati nella tela di ragni via via più grandi.
Lo spazio in cui muoversi si riduce proporzionalmente al tempo durante il quale questo è possibile, perché la costante è la velocità con cui le possibilità si dissolvono, una dopo l’altra. Al di fuori della fisica classica, l’equazione del moto rettilineo uniforme potrebbe descrivere perfettamente il fato di Frank, Tonny e Milo.
Sui piatti della bilancia di una violenza mai insipida, al dolce effetto di eroina e cocaina sono contrapposti bocconi amari da mandar giù. Eppure, nonostante le molte azioni intraprese al fine di mediare fra le estremità, il conto del destino è piuttosto salato. Difficile, dunque, che i nostri pusher riescano a trovare l’equilibrio del gusto.

Frank e Tonny
Nella scena di apertura del secondo capitolo sembra essere svelato il leitmotiv dell’intera trilogia Pusher, che funziona, dunque, anche retroattivamente. Se non mangi, vieni mangiato: non ci sono terze possibilità.
Compagno di cella di Tonny: «Se cerchi di fottermi, se cerchi di fregarmi… io fotto prima te. Sai che ti dico, Tonny? È questo il messaggio che ancora non hai mandato, perché ancora non sai come esorcizzare la tua paura. Questa è l’unica differenza che c’è tra te e me. Che ti piaccia o no».
È certamente una legge non scritta della strada quella di doversi sempre trovare in una posizione di superiorità rispetto alle circostanze che possono far fuoco sulla propria autorità. Ma in Pusher, all’interno del proprio capitolo, ciascun protagonista non riesce mai pienamente a raggiungere il lato giusto della strada.
Per ogni avversità superata, se ne presenta un’altra, ancora più forte della precedente. A un passo avanti, ne seguono due indietro, come se il traffico di crudeltà, follia e peccati impedisse prima a Frank, poi a Tonny e infine a Milo di attraversare la strada di una redenzione infernale.
Ma in fin dei conti poco importa, perché per ogni lato giusto ce ne sarà sempre uno che lo sarà ancora di più, e che renderà quello precedente, di fatto, sbagliato. Frank, Tonny e Milo, sul finale della propria storia, dai toni più o meno grigi, sembrano averlo capito e, soprattutto, accettato. Una volta compresa l’inutilità di attraversare quella strada, non resta loro che fermarsi nel punto in cui sono giunti, evitando così che la necessità di andare avanti o la paura di essere trascinati indietro possa soffocarli.

Milo




