Un classico è tale solo se mai inattuale, se è possibile riscontrare un collegamento con la realtà circostante nonostante lo scorrere del tempo. Grandi speranze (1860-61) di Charles Dickens ha questa peculiarità. La Londra dell’Ottocento non è poi così lontana dal contesto odierno, i desideri di Pip non sono tanto diversi da quelli dei ragazzi di oggi.
Jagger: «Sono riposte in lui grandi speranze. Entrerà in possesso di un’ingente fortuna ed è desiderio dell’attuale possessore di questa fortuna che venga sottratto alla sua attuale condizione ed educato come un gentiluomo a Londra».
Pip è un orfano che vive in Inghilterra con la crudele sorella e il cognato Joe, unico baluardo. Due gli episodi che scuotono la sua apparentemente predestinata esistenza: l’incontro con l’evaso Magwitch e le visite a casa di Miss Havisham. In Pip sono riposte grandi speranze: un ignoto benefattore ha puntato su di lui come farebbe su un cavallo vincente, donandogli una grande fortuna.
Il ragazzo si trasferisce quindi a Londra, completa gli studi ed entra nell’alta società. La vita però non sempre sorride all’uomo. L’amore non corrisposto per Estella lo logora dentro, come la scoperta della vera identità del misterioso filantropo. Pip intanto cresce, commette errori e impara da essi, comprendendo quali sono le vere ricchezze della vita.
La trasposizione cinematografica del 2012, diretta da Mike Newell, non risponde in toto alle aspettative. Nella pellicola manca quella acredine tipica del carattere di Pip, un ragazzo che diventato gentiluomo ripudia il suo passato e canzona Joe come un reietto. Nel film mancano alcuni dettagli utili a comprendere il coraggio del protagonista, come la scena ricca di suspense descritta nelle prime pagine del romanzo, in cui Pip tiene nella gamba del pantalone, in equilibrio instabile, una fetta di pane, il pasto destinato all’evaso Magwitch.

Pip ed Estella
Pip: «Non ebbi mai un’ora di felicità in sua compagnia, eppure la mia mente non faceva giorno e notte che ricamare sulla felicità di averla con me tutta la vita».
Nelle pagine di Dickens, il rapporto controverso tra Pip ed Estella non sfocia mai in vera manifestazione di sentimenti da parte della ragazza. La sua presenza rimane un corollario della vicenda, un pensiero latente sebbene costante. Tutto ruota intorno alla crescita del protagonista, al dinamismo del suo personaggio.
Estella è importante, ma l’autore è determinato a far sfociare il loro rapporto in un sodalizio amicale, non altro. Pip e la ragazza si ritrovano davanti alle rovine della dimora di Miss Havisham, si dichiarano amici, e si prendono per mano. Non vedono l’ombra di un altro distacco. Al contrario, nella pellicola tutto ruota intorno all’amore tra i due e ogni cosa fa intendere un lieto fine.
Grandi speranze di un’intera generazione
I romanzi di Dickens hanno il merito di riuscire a oltrepassare i secoli, senza mai sembrare anacronistici. La Londra dell’Ottocento ha in sé i vizi della società contemporanea, pregna di corruzione e di degrado. Soprattutto, però, sono i personaggi a essere sempre attuali.
Pip è un giovane di grandi aspettative. Il contesto economico e socioculturale cui appartiene gli sta stretto e sogna costantemente un futuro migliore. Vuole andare in città, a Londra, accantonando la campagna e sperando di far fortuna.
Pip: «Se nell’animo degli altri ragazzi si nasconde una paura di non essere capiti simile a quella che generalmente provo io, cosa che ritengo probabile, non avendo nessuna particolare ragione per considerarmi una eccezione, questa è la chiave di molti complessi mentali».
Incomprensione di un’intera generazione, incapacità di sentirsi a proprio agio nel mondo che cambia e che nasconde le verità sotto il tappeto. Cosa c’è di tanto diverso dai ragazzi di oggi? La generazione anni ’80/’90 ha vissuto a pieno questa angoscia esistenziale.
Esodi continui di giovani in cerca di un luogo cui mettere radici e reinventarsi, lasciando a volte situazioni di miseria alle spalle, in attesa di fare scacco matto alla vita e riscattarsi. Flotte di giovani in cerca di grandi speranze, a volte un po’ troppo severi con le loro origini, ma in fin dei conti sempre attenti alle piccole cose.
Diventiamo Pip quando lasciamo casa in cerca di una stabilità economica, quando la vita frenetica ci fa dimenticare la purezza dell’infanzia, ma anche quando riconosciamo gli errori commessi. Un filo ci tiene uniti a Pip, un legame che solo la letteratura può riportare alla luce, avendo il dono di essere sempiterna.
Questo è il discrimine tra un cult e un romanzo dimenticato. Lo stesso vale per il cinema. Esistono pellicole che hanno segnato intere generazioni e che continuano a essere à la page anche oggi. Sembrerebbe anacronistico far vedere a un ragazzo di oggi Trainspotting? Non credo.

Trainspotting (1996) di Danny Boyle
Anche la pellicola di Danny Boyle è uno specchio della generazione anni ’80/’90, ma non è molto dissimile da quella odierna. Un universo di disillusioni, emarginazione, sogni infranti e scarsa fiducia nel futuro. Un cult non è altro che una scossa elettrica che riesce a colpire sempre le corde giuste, a prescindere dall’anno di pubblicazione.
Il tempo passa e il contesto sociale, economico e culturale si modifica naturalmente. I giovani, però, sono da sempre uniti dalle stesse preoccupazioni, ansie e aspettative, un fil rouge che supera i confini temporali e accomuna indistintamente i ragazzi di ogni epoca.




