«Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte».
(Albert Camus, “Il mito di Sisifo” )
Le parole di Camus ne Il mito di Sisifo, oltre a essere tremendamente attuali, hanno il merito di riprendere uno dei miti classici dal significato più profondo in assoluto.
Il mito di Sisifo – Albert Camus
Da Eschilo a Shakespeare, gli eroi più interessanti non cambiano nemmeno di fronte alla propria rovina. La fine a cui giungono, paradossalmente, accade proprio a causa dei loro talenti. Una grandezza che, se non nobilita o giustifica le loro trasgressioni, le rende quantomeno dense di significato. Senza dubbio alcuno, il principe indiscusso di questo approccio alla vita e al conflitto è Sisifo, il più astuto tra i mortali, nonché uno dei più noti condannati dell’oltretomba classico.
Nella mitologia greca, è il protagonista di varie vicende che ne pongono in evidenza la non ordinaria predisposizione alla risoluzione di problemi. In tutti i miti che lo riguardano, Sisifo è scaltro come nessun altro mortale.
La sua leggenda, infatti, comprende una sterminata serie di episodi in cui il protagonista prevale grazie al suo multiforme ingegno. Per certi versi, Sisifo sembra un parto di Hemingway, autore che non regalava niente ai propri protagonisti, chiamati a mostrare grazia in situazioni estreme.
Smaschera Autolico, figlio di Hermes, il più abile tra i ladri di bestiame. Riporta l’acqua a Corinto, vittima di una feroce siccità. Sisifo nel mito arriva a dimostrare una tale predisposizione alla vita da irritare gli dei nelle modalità più varie, dimostrando un talento iconoclasta superato solo da quello del figlio, secondo alcune versioni del mito, Odisseo in persona.
Proprio nell’Odissea, Sisifo appare nell’oltretomba condannato a spingere eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta spinto sulla cima, ricade sempre giù in basso. Questa la pena a cui era stato condannato per essere riuscito addirittura a ingannare la Morte in persona.
La fine di Sisifo, infatti, inizia proprio da uno dei suoi più grandi trionfi. Per riportare l’acqua a Corinto aveva barattato, con la divinità fluviale Asopo, la posizione della figlia Egina dispersa da giorni. Non sarebbe sorto problema alcuno se l’ubicazione della ninfa non fosse stata quella tra le braccia di Zeus in persona che, venuto a conoscenza della delazione, chiede al fratello Ade di occuparsi del mortale dalla lingua lunga.
Thanatos viene così inviato dal padre a prelevare precocemente il mortale che però riesce a farlo ubriacare al punto da ridurlo in catene. Ares, dio della guerra, accortosi della scomparsa del cugino Thanatos, poiché colpevolmente assente dai campi di battaglia, interviene liberandolo.

Sisifo
Le divinità, piuttosto risentite, travolgono il mortale. Ma Sisifo aveva imposto alla moglie di non seppellire il suo corpo. Cogliendo l’occasione per protestare con gli dei dell’empietà della moglie, ottiene da Persefone, moglie del signore dell’oltretomba, di far ritorno sulla Terra per compiere i propri i riti funebri. Sisifo, ovviamente, non farà nulla di tutto ciò.
È la goccia che fa traboccare il proverbiale vaso e dall’Olimpo discende implacabile proprio Hermes, a cui non pare vero di poter vendicare finalmente il figlio. Da allora, per quanto egli possa sforzarsi, per quante possa provarne, quel masso non smetterà mai di rotolare giù.
La storia del cinema, proprio come quella letteraria, è piena di molti Sisifo e di divinità un po’ gelose. Ma nessuna fase artistica come gli anni ’70 della Nuova Hollywood ha saputo generare un filone di personaggi e di vite degne di quelle consumate dai mortali appartenenti alla tradizione classica. I protagonisti di due pellicole firmate da Michael Cimino su tutti.
Il cacciatore (1978)
Un paio di millenni dopo la condanna di Sisifo, Michael (Robert De Niro) abbatte un cervo e lo fa con un colpo solo. Michael non è Apollo e nemmeno il Wilson de La breve vita felice di Francis Macomber di Hemingway, ma suole cacciare così, esplodendo un solo proiettile per dare al cervo la possibilità di sopravvivere.

Il cacciatore di cervi
Michael vive negli USA impegnati in Vietnam, e con i suoi amici di una vita, Nick e Steven, deve partire per andare in guerra lontano, molto lontano. In seguito a un’azione militare, i tre yankee vengono catturati dai Viet Cong e costretti a partecipare alla tortura della roulette russa, mentre i carcerieri piazzano scommesse. Steven, è il primo a cedere. Stremato nel corpo e nello spirito spara verso il soffitto il colpo destinato a far esplodere la sua tempia, secondo le regole morbose del gioco. Viene chiuso, così, in una gabbia e immerso nel fiume, tra i topi.
Michael convince Nick a tentare la fuga facendo inserire tre pallottole nel tamburo della pistola in modo da avere una possibilità di reagire, ma aumentando le probabilità di restare uccisi nel corso del match. L’azione disperata, però, riesce, e dopo avere liberato Steven, i tre fuggono lasciandosi trasportare dalla corrente attaccati a un tronco d’albero, ma no, non è l’Odissea.
Purtroppo, la storia continua e non ci sarà un lieto fine.

La sadica roulette russa
Come raccontato da tutto un filone tematico contemporaneo alla vicenda, il Vietnam lascerà il segno sui tre, compromettendone irrimediabilmente l’esistenza. L’ingegno ha lasciato il suo solco, non esiste premio per l’arguzia dimostrata, come non ci fu Sisifo. Quell’astuzia diventa anzi il motivo della dannazione impietosa inflitta dagli dei a quei mortali, colpevoli di essersi opposti, imponendo il proprio volere a una sorte che sembrava scritta. Un masso che rotolando giù finirà, in un modo o nell’altro, per schiacciarli.
La storia della produzione della pellicola sembra essere il racconto nel racconto, non privo di sincronie mitologiche. Michael Cimino per raccontare del suo “cacciatore” (in inglese proprio The Deer hunter) dovette dar battaglia agli eventi proprio come Michael e Sisifo prima di lui. «Tagliavano quello che volevano e di notte, come Penelope, ce lo rimettevo» racconterà il regista anni dopo.
Nella fase di preproduzione, gli scout e i location manager ricoprirono oltre centomila miglia tra viaggi in aereo, autobus e automobile. Durante le piogge torrenziali tailandesi, gli attori dovettero salire sui tavoli per evitare i ratti giganti che nuotavano intorno a loro. Ma anche se tutto questo non fosse sufficiente per ricordare atmosfere omeriche, vi fu un colpo di stato proprio durante la lavorazione. Il Comitato Rivoluzionario garantì protezione alla troupe con una guardia armata ogni tre persone.
Anche Thanatos bussò impietoso alla porta de Il cacciatore. John Cazale non avrebbe potuto prendere parte alle riprese del film perché gravemente malato, quindi non assicurabile. La produzione temeva il danno economico che avrebbe subito se fosse morto prima del termine delle riprese. Robert De Niro, Michael nel film, pagò di tasca propria l’assicurazione, un mortale d’altri tempi.
Durante le riprese Cazale non rinunciò a terminare il film, rimandando la morte per cancro ai polmoni come Sisifo fece prima di lui, ma non ne vide mai l’uscita nelle sale.
L’anno del dragone (1985)
Un’altra storia di Cimino degna di collocarsi nel solco tracciato dal mito greco di Sisifo è quella di Stanley White, un pluridecorato capitano della polizia di New York di origine polacca, reduce anche lui, dalla guerra del Vietnam. Sono gli anni dell’inizio della minaccia criminale della Triade. Stanley ha vissuto la guerra in maniera diversa da Michael e l’ha trasformata nel motivo per cui nutre un profondo razzismo verso gli asiatici. Stanley viene assegnato infatti proprio al quartiere di Chinatown.

Il Tartaro di Stanley, la New York de “L’anno del dragone”
Inutile dire come gestisca il problema della criminalità organizzata dilagante delle Triadi. Vigore e determinazione sono eufemismi e il capitano diventa il fiammifero gettato nella benzina del clima di rivalità già presente tra le famiglie cinesi. Stanley si dimostra a dir poco deciso, non si fa scrupoli a impiegare i mezzi che la legge mette a sua disposizione, e non solo, per perseguire i propri fini.
La pellicola si muove sinuosa, come i draghi colorati di carta pesta dei cortei di fine anno cinese, in una ferale atmosfera urbana. Perché il periodo è proprio quello, il capodanno cinese, e si sta per entrare ne “l’anno del dragone” che è, per l’appunto, il titolo della pellicola.
Una capodanno di sangue che diventa il teatro delle gesta titaniche di Stanley e dell’ascesa criminale di Joey Tai, l’antagonista, anche lui in lotta per il suo posto nel perverso mondo in cui è nato e cresciuto suo malgrado.
Il confronto finale sui binari tra il capitano di polizia e il giovane capoclan suona come fece per Thanatos che, inarrestabile, scaturì dall’Ade per falciare Sisifo. Perché, alla fine, Sisifo ha sfidato le divinità della Triade e allo stesso modo Stanley deve pagare i conti col giovane boss venuto a riscattare l’orgoglio ferito, come Hermes prima di lui.
Stanley è un combattente duro, ma il masso rotolerà anche per lui e il prezzo della sua crociata sregolata sarà la distruzione della sua vita coniugale e professionale. Sposato da anni con Connie, resterà con lei in perenne conflitto così come con i colleghi del dipartimento di polizia.

L’anno del dragone (1985)
Gli anni ’70 del cinema americano hanno dimostrato una certa inclinazione alla narrazione di determinati aspetti del mito greco, una narrazione proseguita nel cinema di genere degli anni ’80, proprio come dimostra L’anno del dragone. In particolare, la storia di Sisifo, più o meno consapevolmente, è risultata tremendamente adatta per accoglierne l’innesto.
La working class raccontata da Cimino, come da Coppola e Scorsese, diventa la cassa di risonanza definitiva per uomini la cui rovina giunge a cavallo dei loro doni, inflitta nel corso delle guerre che decidono di combattere.
Quello di Sisifo è un mito di gloria e tragedia, come tale degno dell’immortalità che ha dimostrato di possedere. Una parabola di ascesa, di scelte difficili spesso controverse e delle conseguenze che scaturiscono da quelle stesse scelte. Un mito che ha qualcosa da insegnare a tutti noi mortali alle prese con le nostre astuzie e i nostri massi.




