Di Nessuno si salva da solo, dell’omonimo romanzo (2011) della scrittrice Margaret Mazzantini, il marito Sergio Castellitto ne ha fatto un film che risponde con parziale fedeltà alle atmosfere che si respirano nel libro.
È essenzialmente una storia sulla relazione, questa. Ma non solo. È anche un film che prova con una delicata crudeltà a rappresentare la distanza che intercorre tra chi, pur volendosi onestamente bene, non riesce a comunicare efficacemente a causa dell’azione ingombrante delle proprie ferite.
Delia e Gaetano sono in fondo accomunati da una sofferenza esistenziale che li porta a scontrarsi sempre di più. Si conoscono giovanissimi, giovanissimi si sposano e fanno dei figli, ma il loro matrimonio prosegue nel caos, nella bolla di due anime che sbraitano per essere riconosciute dall’altro e che non ci riescono, e non riuscendoci, si dannano sempre di più.

Gaetano e Delia al loro matrimonio in “Nessuno si salva da solo”
Quando Delia incontra Gaetano è divorata dal demone dell’anoressia, un disagio psichico che fa appello all’Altro, necessario per essere riconosciuti. Non vuole essere imbottita di cibo, non vuole consumare la sua esistenza nella deviazione psicologica di sentirsi un tubo digerente da dover riempire. Delia vuole essere vista, anche se fa di tutto per scomparire, per rendersi invisibile.
Gaetano la vede.
Nello sguardo che Gaetano le rivolge si respira l’atto pratico di quel che voleva dire concettualmente il filosofo Emmanuel Lévinas quando parlava dell’importanza del volto, e dello sguardo che si proietta su di lui, al fine del riconoscimento della soggettività di ognuno. Una posizione etica da tenere nei confronti dell’essere umano e che Gaetano sembra inizialmente riuscire a cogliere nel suo proporsi a Delia come capace di vederla, per la prima volta.
«La presentazione del volto mi mette in rapporto con l’essere. L’esistere di questo essere – irriducibile alla fenomenicità intesa come realtà e senza realtà – si attua nell’indifferibile urgenza con la quale esige una risposta».
(Emmanuel Lévinas, “Totalità e infinito”)
Ma, come ogni cosa, e in questo il film e il libro sono sinceri, non è tutto rosa e fiori.
Il film – riprendendo in flashback la storia dei due, mostrati, dopo la già avvenuta separazione, in una scena di cena serale a parlare dell’organizzazione delle vacanze dei loro figli – non rende pienamente merito alla struttura ossea e immediata che contraddistingue il romanzo della Mazzantini.
Il suo tipico stile crudo e diretto è in questo libro all’apice. Si vede il tono essenziale di chi ha solo voglia di rappresentare una realtà: la solitudine di due anime che, essendosi scelte perché pensavano di riuscire a condividere un destino, si scontrano con l’amarezza di un tempo che li mette di fronte ai loro demoni e fantasmi.

Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca in “Nessuno si salva da solo”
Quei demoni e quei fantasmi sono lì con loro, quella sera a cena. E, anche se nel film Nessuno si salva da solo non li si vede parimenti bene a quanto avviene nel libro, al tempo stesso se ne può scorgere la pesantezza e la tristezza. Una tristezza che affonda le sue radici in un amore malandato, in un incontro di due persone qualunque che devono retrocedere di fronte al fallimento del loro progetto amoroso.
Un fallimento che ha a che fare con il troppo che l’uno e l’altro si chiedevano senza nemmeno saperlo. Se il film propone una visione di una Delia ipercritica, non disposta per esempio a perdonare il giovane marito per essere passato da sofferto e ambizioso scrittore a sceneggiatore di banali programmi televisivi, dal canto suo Gaetano non è disposto ad accogliere davvero, alla fine, le fattezze di una donna che credeva di aver superato, grazie all’amore, i propri fantasmi infantili. Invece così non è. Non ha superato, in fondo, nulla.
Ci vuole il lettino di uno psicoanalista, per quello.
Ma tant’è.
«È uno sbaglio andare a istinto.
Ti porta fino a un certo punto, poi ti molla».
(Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”)
E allora, di fronte alla pietosa consistenza di un incontro “finale”, da resa dei conti, in cui a una cena in cui ci si veste bene si può sperare di coprire l’olezzo sgradevole di un amore che non accompagna più, e che fa commuovere mentre inorridisce, lo spettatore è posto di fronte alla violenza del linguaggio e delle disilluse aspettative personali.
Un uomo che ha cercato di colmare la sua insicurezza inseguendo il successo, dimenticando perlopiù sé stesso.
Una donna che ha cercato nell’amore e nell’essere madre una risposta che nessuno, in fondo, le può dare.
C’è qualcosa che non consente loro, dopo le iniziali illusioni d’amore, di mantenersi legati. Qualcosa che ha probabilmente a che fare con il loro passato irrisolto, con la loro incapacità, alla lunga, di guardare l’altro per quello che è, e accettarlo. Qui il nocciolo dell’incontro tra l’Io e l’Altro. La domanda potrebbe essere, in una relazione e in generale nella vita: so io fare frutto delle differenze? So io incontrare l’altro senza vederci ciò che non c’è?
Eppure, in quella cena, in quelle parole, in quel ripercorrere la loro storia e in quello stare in mezzo agli altri essendo solo gente tra altra gente, senza nessuno che dia loro un vero motivo per non avere il diritto di esistere, amare, finanche soffrire, noi scorgiamo la tenerezza di un tempo che si sfalda di fronte all’ingombrante consistenza dei propri desideri.
E non importa che, accompagnando i figli a scuola, Delia venga richiamata dalla dolcezza di un padre che accompagna suo figlio e che dice che «sognare non costa niente». Non conta forse molto nemmeno il fatto che, per evadere da un rapporto che non riesce a colmare il suo senso di insicurezza, Gaetano vada a letto con un’altra donna per dissetare il suo bisogno di essere amato e sentirsi potente.
Siamo solo al cospetto di due giovani trentenni che si sono amati e cercati e hanno tentato di salvarsi stando insieme e che, così facendo, si sono scavati ferite più profonde.
Bella la scena finale: per un malinteso sul conto si avvicina al loro tavolo, sul finire della serata, una coppia di lunga data e brinda con loro in quel ristorante ormai vuoto. Facendo di ritorno due passi insieme parlano con loro, e l’uomo, dopo aver raccontato di quanto si sono amati lui e sua moglie, dice di avere il cancro. Ma ride, canta, ama la sua donna. Ci balla per la strada notturna mentre Delia e Gaetano restano attoniti di fronte ad un amore che è durato, nonostante tutto.
Allora, ritornando a casa, e passando davanti a una chiesa, Delia si inginocchia per pregare. Invita anche Gaetano a farlo. Forse vuole pregare per l’uomo e la moglie appena lasciati, forse prega anche per lei e Gaetano. Forse prega affinché qualcuno ascolti il suo disperato bisogno – il bisogno di tutti – di sentirsi amati, ascoltati – per un attimo felici.

Delia e Gaetano si inginocchiano per pregare
Così, anche se il film non è forse all’altezza del libro, della sua potenza allusiva ed evocativa, allo stesso modo riesce a trasmettere qualcosa di profondo.




