The Amazing Spider-Man 2 – Le parole mai dette a Gwen

Edoardo Wasescha

Dicembre 17, 2021

Resta Aggiornato

Cara Gwen, faccio sempre lo stesso sogno ultimamente. Mi muovo senza memoria in un universo buio, freddo, indifferente, in cerca di un punto luminoso e caldo che raccolga il gelo che sento dentro, che lo sciolga, sperando questo sia sufficiente a ricordare chi sono. Invero, a ogni passo verso l’oblio, calore e coscienza sembrano disperdersi alla stregua di qualunque sistema che sia soggetto alla legge entropica.

Dimentico di ogni ricordo costudito, di ogni pensiero elaborato, finanche di ogni sensazione provata, inseguo senza sosta quel bagliore che scorgo in lontananza. Eppure, all’incremento della velocità del mio Io, aumenta la velocità con cui la meta si allontana, come se la mia coscienza e il mio inconscio, improvvisandosi forze, giocassero con la terza legge della termodinamica, laddove a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Nulla da fare, non riesco mai a raggiungerlo.

Non provo assolutamente niente. Voglio dire, sento che qualcosa non va, ma tutto quello che percepisco ha carattere cognitivo solo in negativo: fornisce cioè la conoscenza di ciò che non sono, omettendo non solo quel che mi manca, ma altresì il fatto stesso che realmente qualcosa mi manchi. Come conseguenza, l’apatia consuma gradualmente ogni mio organo interno, e la cosa peggiore è l’irrilevanza che vi trovo, o l’assenza di qualsiasi stimolo che mi inviti a combatterla.

Spider-Man
Spider-Man

Puntualmente, ogni volta mi sveglio perfettamente in ordine, così come mi sono addormentato. Non c’è più uno spazio asettico in cui naufragare né una luce verso cui dirigere la mia volontà. Man mano che mi abituo ai colori sciapiti del nuovo mondo, improvvisamente gocce di memoria iniziano a piovere su di me, aghi sottilissimi che attraversano la carne. Quella fine pioggia ben presto diventa una tempesta densa, rarefatta, e soltanto allora mi rendo conto che il vero incubo è la realtà.

Cara Gwen, la realtà è irrespirabile senza una fonte di ossigeno come lo eri tu per me. Ogni boccata d’aria riempie i miei polmoni di straziante sofferenza e di ineluttabile impotenza.

Presa ancora una volta coscienza di me, l’incubo si presenta stavolta sotto forma di immagini che la mia mente proietta ciclicamente, ancora e ancora, a gravare come una condanna dal forte sapore nietzschiano. Seppur non corroborata dalla realtà, l’illusione che l’immaginazione possa avere, prima o poi, diverso esito, è così totalizzante da non lasciare spazio per una sofferta, ma definitiva rassegnazione.

Tu che cadi nell’abisso, fra macerie e ferraglia, con quello sguardo che è sintesi perfetta di terrore e speranza. Io che volo verso di te, ti raggiungo con l’estensione del mio corpo e ti salvo in tempo. Credo di averlo fatto. Perché alla fine, in ginocchio davanti al tuo corpo esanime, fra le macerie sparse, ci sono anche quelle del mio cuore in frantumi.

Gwen
Gwen

Compiuto l’ultimo giro di respiri, le lancette dell’orologio si fermano per sempre, scandendo inesorabilmente il confine fra il tempo che fu e il tempo che (non) sarà – che non sarà e sarebbe invece potuto essere. In mezzo ci sono io, tra il paradiso e l’inferno, girovagando nel purgatorio di ricordi solubili e speranze bruciate.

Sono ancora in questa terra di mezzo, immobile, affinché non corra il rischio di inciampare sui pensieri che più mi tormentano. Osservo la tua tomba con lo sguardo spento, l’aria attonita, nutrendomi avidamente di ogni più caro ricordo, ma tutto ciò che sento andar giù, altro non sono che rimpianti. Le ore, i giorni, i mesi, tutto scorre, ma la mia lancetta è sempre ferma sulle quattro. Non voglio più essere Spider-Man: è lui la causa della nostra tragedia.

Cara Gwen, non sono riuscito a salvarti, ma tu sei riuscita a salvare me. Mi hai salvato dagli incubi più fitti e dai sogni più dolci, perché non ci sono illusioni in grado di riscrivere la realtà.

Le tue parole, in quella registrazione, sono così calde, sicure, sincere, tanto che mi hanno ricordato la sensazione di conforto che provavo fra le tue braccia. Mi hanno ricordato la speranza che devo avere per me stesso, e anche la speranza che devo essere per gli altri. Che persino dopo le notti più lunghe, una nuova alba torna a illuminare la nostra umanità. Mi hanno ricordato che non serve a niente scappare dal dolore, elemento irriducibile della nostra esistenza, e che solo accettandolo si è in grado di superarlo. In fin dei conti siamo solo fili d’erba.

Ma più di ogni altra cosa mi hanno ricordato perché mi sono innamorato di te e perché ti amerò per sempre.

Addio Gwen.

Gwen
L’addio fra Peter e Gwen

Leggi anche: Mr. Shaibel – Le parole mai dette a La regina degli scacchi

Autore

  • Edoardo Wasescha

    Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Agitare ma non mescolare.
    Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

Share This