Di cosa parliamo oggi?
Questa è la domanda che Emilia Pérez pone immediatamente al pubblico.
Parliamo di amore, violenza, compassione, morte, ombre che vivono attorno e dentro di noi.
Parliamo di umana miseria.
Siamo chiamati ad interrogarci su tal quesito conoscendone già le molteplici risposte. Balliamo al confine della moralità. Cantiamo con voce rotta la tragedia di un animo che brama ciò che la dimensione materiale gli nega. Osserviamo un Messico smembrato da corruzione, povertà, narcotraffico e piangiamo le vittime di questa pestifera delinquenza: i Desaparecidos. A loro è negato il diritto di essere sepolti dai propri cari proprio nella terra che venera la Santa Muerte, divinità che protegge e consegna i propri devoti all’aldilà.

Il corpo e la materia imprigionano animi che cercano di sopravvivere mirando al bene, ma perpetuando il male. Il regista Jacques Audiard (Il Profeta, I fratelli Sisters) ritrae, in tal senso, la frantumazione dell’Io, rivestito di un ruolo che non gli appartiene nella propria società e la continua transizione di quest’ultima verso un futuro incerto, dissonante rispetto alle singole melodie che assieme costituiscono la sinfonia che chiamiamo comunità. In questa società la somma non corrisponde ai singoli addendi.
L’incomunicabilità del conflitto tra singolo e collettività è brillantemente trasposta in una pellicola scevra da ogni tipo di classificazione: Emilia Pérez è un film in continua transizione tra generi. Il musical lascia spazio al narco-movie che cela un dramma umano e psicologico, il quale preannuncia, a sua volta, parimenti una tragedia e una redenzione pagata con il sangue della comunità e del singolo.
L’Io, la società e la loro sintesi
Ci troviamo dinnanzi ad individualità isolate eppure perfettamente inserite in un mondo nel quale indossare una maschera per sopravvivere è l’unica scelta possibile. Qui il realismo brutale di un’opera che si appropria di linguaggi artefatti per diventare specchio di una condizione umana universale. La musica del compositore Clément Ducol, le canzoni della cantautrice Camille e la camaleontica fotografia di Paul Guilhaume riescono a trascinare con forza lo spettatore in un mondo tanto lontano quanto vicino alla propria esperienza di vita: dal particolare all’universale.
Il poetico e il patetico sfociano nella più limpida rappresentazione di quello che è l’essere umano: un equilibrista bendato che passeggia sul confine tra molteplici binomi: bene e male, apparenza e interiorità, corpo e mente, amore e odio, vita e morte.
Sembra quasi naturale che la prima e più autorevole rappresentante di tali conflitti sia la protagonista di questo film. Emilia Pérez: una donna trans che cerca di guardare al futuro non potendo e non volendo abbandonare il suo passato, che la rinchiude in due prigioni. La prima, quella di un genitore amorevole che possiede un corpo che non appartiene all’anima che racchiude. La seconda, quella di una sanguinaria figura di potere che non incarnerà più, quella di Manitas Del Monte: jefe di un potente cartello del narcotraffico, mandante di innumerevoli assassinii, responsabile della scomparsa di innumerevoli Desaparecidos.
«Sai cosa significa provenire da un porcile? Per far sì che la mia vera natura rimanesse nascosta e Manitas venisse rispettato, Manitas doveva essere più crudele degli altri figli di puttana che lo circondano, in questo porcile. Penso costantemente al suicidio, ma non sarebbe giusto andarmene senza aver vissuto la mia vera vita.»
Manitas Del Monte
Emilia, Rita e Jessi: il trittico in chiaroscuro del femminile
Una protagonista scissa tra passato e presente interpretata dalla strordinaria Karla Sofía Gascón, che riesce a dominare brillantemente ora il personaggio brutale, violento e assetato di potere di Manitas, ora quello di Emilia Pérez che, fingendosi cugina del boss, accoglierà sotto il suo tetto la vedova Jessi (Selena Gomez) e i suoi due figli, avuti da Manitas.
Emilia è una donna alla ricerca, oltre che di vicinanza dei suoi figli, di un nuovo scopo di vita, di un nuovo desiderio, di una nuova voce che la porti a redimere i peccati di una vita violenta che non le è mai appartenuta. Gascón trova nella sete di potere e controllo la chiave per raccontare le ombre che uniranno Manitas ed Emilia dall’inizio alla fine di questo viaggio.

Emilia non nasce da sola. Manitas, per liberarsi della sua vecchia vita, ricercherà l’aiuto di una brillante e affamata avvocata: Rita Mora Castro (Zoe Saldana). Rita incarna la figura di tante, troppe, donne che non hanno voce in una società patriarcale e maschilista, dove il merito, i soldi e i riflettori non sono mai puntati sulle minoranze. Una donna nera costretta a redigere arringhe di successo per un uomo bianco, corrotto, volto al guadagno e non alla giustizia, di intelligenza mediocre, se comparata a quella della sua assistente.

Alla chiamata di Manitas, Rita risponderà prontamente: non ha nulla da perdere, perché dalla sua vita votata allo studio e alla giustizia non ha guadagnato nulla. Una donna che conosce la moralità talmente bene da aver capito che questa, nella cultura in cui è cresciuta, non porterà a nulla. Canta con rabbia del veleno che scorre nelle vene del suo paese, ma ne assaggia il dolce sapore, incassati i narcodollari che Manitas le offrirà per trovare una clinica e un chirurgo per far nascere Emilia Pérez, far scomparire ogni traccia del boss e mettere al sicuro Jessi e i suoi figli.
Attorno alla figura di Rita la tela bianca della sceneggiatura assumerà tridimensionalità attraverso le luci accecanti dei flash e le ombre, di un nero profondo, della corruzione e della criminalità che la circonderanno e che, lentamente, interiorizzerà, paradossalmente, proprio quando cercherà di combatterle . Proprio come Jessi.

Chi è davvero Jessica Del Monte?
È una giovane gringa costretta a vivere in una gabbia dorata dal proprio marito? È succube delle ingerenze di Emilia sulla propria prole? È una donna che piange la morte del marito o ne gioisce?
Lo spettatore sa poco di lei, forse troppo poco. Enigmatica e quasi adolescenziale, ricerca una libertà completamente differente rispetto a quella a cui mirano Emilia e Rita. Jessica non sembra essere capace di esistere e di autodeterminarsi senza che un uomo le dica chi è e cosa deve fare.
Disprezza, ma compra.
Non conosce se stessa, non conosce altro mondo all’infuori di quello criminale: un mondo nel quale è la sua bellezza a renderla speciale, unica, amata e rispettata. Privata del rispetto che acquisiva, di riflesso, attraverso Manitas, ne osserviamo le fragilità occultate da uno stile di vita dissoluto e privo di scopo. Sa come amare gli uomini, ma non i propri figli. Sa di vivere in una teca di cristallo, eppure non evade dalla sua prigione. Ne è dipendente. Il denaro è una dipendenza dalla quale non riuscirà a scappare. La guida di un uomo è ciò di cui non può fare a meno, quasi come se esistesse solo all’interno di una relazione.
Osserviamo tre donne il cui destino è legato dallo stesso filo. Potere, intelligenza e bellezza sono le armi con le quali restano a galla. Donne non prive di macchie, ombre e demoni interiori. Donne come le spettatrici: mascherate e smascherate dalle loro stesse punte d’eccellenza. Interpretate da attrici capaci – assieme a chi le dirige – di sublimare i generi cinematografici racchiusi in questa pellicola, la quale sembra racchiudere l’intero spettro cromatico che l’occhio del pubblico può percepire.
Danzano e cantano su di esso con grazia e potenza, innovando e rivoltando i connotati di un cinema che da troppo tempo sembrava essersi dimenticato cosa fosse l’originalità.
Audiard crea un trittico che ipnotizza e sbigottisce, che offre l’opportunità a ogni singolo membro di questo trio di interpretare, non eseguire. Di recitare per mezzo di una ricerca interiore che si traduce in un’esplosione di energia nuova e autentica sullo schermo.
Canto e controcanto
Se dovessimo riassumere l’epopea di Emilia Pérez potremmo utilizzare una sola parola: redenzione. Redenzione da una vita sanguinaria, redenzione da un amore a metà, redenzione da una vita di privazioni e sacrifici. Una piccola luce interiore darà vita ad un incendio nella comunità che circonda Rita ed Emilia. Per quella che è la dimensione pubblica, Emilia sarà portatrice di pace nell’animo di famiglie scosse da perdite e ricerche senza fine. A fare da controcanto a questa beatificazione della signora Emilia Pérez, la sommessa voce dei suoi figli, anche loro scossi dalla perdita del loro papà. Proprio come le famiglie delle vittime delle guerre tra cartelli, i bambini e Jessi non avranno mai un corpo sul quale piangere la perdita del loro capofamiglia.

Mentre i Desaparecidos iniziano a riapparire grazie al lavoro di Emilia e Rita, riappare anche il demone che accompagna la protagonista da tutta la sua esistenza: la sete di potere e controllo. Un nettare prezioso ed inebriante sia per chi lo possiede che per coloro che lo bramano. Emilia continua a desiderare di più dalla sua sfera privata: questa sarà la sua condanna e, al contempo, la sua via per la beatificazione. L’istinto materno non la abbandonerà mai. Ecco il demone di Emilia. Il demone che la porterà ad essere per la morte. Che darà scopo e forma alla sua vita, alla sua vera vita.
Una donna riservata, ma animale sociale. Donna di casa, ma leader dalle connessioni che arrivano agli uomini apicali del Governo messicano. Amante accudente con Epifania (Adriana Paz), ma ermetica. L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito, dato il realismo del personaggio. Cosa rimane allo spettatore di queste contraddizioni che si compenetrano? Un ritratto di un essere umano che ha scelto di vivere, di darsi la possibilità di desiderare. Di essere per la morte a modo suo.
Cambiamento genera cambiamento

«Changing the body changes society
Changing society changes the soul
Changing the soul changes society
Changing society changes it all.» Rita Mora Castro
Così come la protagonista, la pellicola decide di lasciare il proprio passato alle spalle, ad alto prezzo. Abbandona i paradigmi di generi cinematografici spesso prevedibili e avvinghiati ad un passato glorioso, ormai superato. Mette alla prova lo spettatore abituato a codici comunicativi e a ritmi narrativi pre-fabbricati, lo tramortizza con svolte inaspettate verso temi mai trattati in un film musicale. Grazie a questo atto di estremo coraggio, di estremo cambiamento, nasce un nuovo miracolo sullo schermo. Un film che ha un proposito ben preciso, sovrapponibile a quell’esigenza di cui canta la protagonista: dare spazio completo a quella che è la propria natura. Ibrida, imperfetta, non amata immediatamente da tutti. Eppure autentica.

Essere autentici nel 2025 è un vanto per pochissimi autori. Jaques Audiard, assieme all’autore del romanzo da cui è ispirato il soggetto del film, Boris Razon, sono tra questi. Emilia cambia corpo e cambia davvero la società in cui vive: rinascendo libera, potente e umanamente fallibile come tutti noi. Emilia Pérez cambia connotati al cinema hollywoodiano, alle cortine che barricano, impenetrabili, i confini tra i suoi generi e tematiche trattate. In questo c’è l’unicità e l’oggettiva innovazione che porta al grande pubblico.
L’avvocata Castro non sbagliava: per cambiare corpo cambia la società. Non è un cambiamento immediato, ma la nascita di una nuova vita, vera e votata alla libertà, costituirà un terreno fertile nel quale farne germogliare mille altre, liberate dalle maschere e dalle proprie prigioni emotive, grazie ad un singolo, sussurrato e straordinario paradigma nuovo. Il singolo può cambiare davvero una società. Una società che cambia è una società che non si preclude nulla, soprattutto la possibilità di aprirsi ad una cultura nuova, una cultura che avanza in una marcia che celebra il silenzioso coraggio di chi ci mostra che un altro modo è possibile.




