Nel match finale tra Art Donaldson (Mike Faist) e Patrick Zweig (Josh O’Connor) il silenzio del pubblico è una corda tesa pronta a spezzarsi. Al servizio, uno dei due si piega leggermente. Un respiro. Poi il colpo. La pallina esplode dalla racchetta con un suono che è insieme schiaffo e ruggito. L’avversario si muove rapido nel tentativo di anticipare il rimbalzo. Il campo diventa un poema di traiettorie, un teatro di nervi scoperti, un luogo di non-detti in cui l’agonismo diventa filosofia. Il rimbalzo della pallina è come un battito cardiaco, un ritmo dittatoriale che obbliga i protagonisti a restare aggrappati al presente, nonostante quel maledetto passato che proprio non vuole saperne di restare confinato nella sua dimensione temporale. Ogni punto è un destino, un piccolo universo di memorie e sentimenti che implode o esplode nel momento esatto in cui la pallina colpisce il nastro o bacia la linea.
Queste sono solamente alcune delle sensazioni che si provano guardando Challengers di Luca Guadagnino. O, per lo meno, sono quelle che stordiscono nell’immediato lo spettatore una volta impattata la sfavillante superficie del film, fatta di movimenti di macchina che coreografano l’azione come una danza e di un montaggio che trasforma ogni scambio in un duello emotivo. Ad accompagnare questa forma vibrante, però, si celano delle riflessioni sulla natura esistenziale dei personaggi coinvolti che non possono non lasciare indifferenti.
Spinoza e il monismo ontologico di Challengers
«L’ordine e la connessione delle idee è lo stesso ordine e connessione delle cose.»
(Baruch Spinoza, Etica)
Baruch Spinoza, profeta di quel monismo ontologico che incarna tutto ciò che ci circonda, è al centro della filosofia di vita dei protagonisti di Challengers. Se si parte dall’assioma del filosofo olandese, ovvero che tutto ciò che esiste, i corpi, i pensieri, le emozioni, non sono altro che un’unica sostanza che si manifesta in modi diversi, non possiamo non notare come questa visione permei le dinamiche relazionali e narrative del film, intrecciando le vite dei protagonisti in un unico sistema di tensioni, desideri e connessioni.
A cominciare proprio dal tennis che, in Challengers, non è solo un gioco ma una grammatica dei corpi, un lessico di gesti che ridefinisce ogni relazione. In teoria, ci si aspetterebbe che al di fuori del campo i protagonisti tornino a essere soltanto persone, spogliate della disciplina feroce che li lega alla rete e al punteggio. Ma Guadagnino ci porta altrove. Il tennis non si limita a essere uno sport, ma diventa un modello di esistenza in cui ogni altro aspetto della vita converge. Ogni scambio non è solo il riflesso di un agonismo tecnico, ma un modo per dirsi ciò che le parole non sanno dire. Fuori dal campo non c’è alcuna tregua, nessun momento in cui i corpi smettano di raccontarsi, di rivaleggiare, di cercarsi.

Tashi: «Tu non sai cos’è il tennis.»
Patrick: «E cos’è?»
Tashi: «È una relazione.»
Patrick: «È questo che tu e Anna Mueller avete avuto oggi?»
Tashi: «Sì, in realtà. Per circa quindici secondi stavamo davvero giocando a tennis. E ci siamo capite completamente. Così come tutti quelli che guardavano. È stato come se fossimo innamorate. O come se non esistessimo. Siamo andate insieme in un posto davvero bellissimo.»
Dalle parole di Tashi (Zendaya) prendiamo atto che la relazione psicologica ed emozionale si riflette anche sui rispettivi corpi. Non è un caso che questo film parli di un triangolo amoroso tra tre tennisti. Un triangolo in cui tutti gli angoli letteralmente si toccano, per citare le parole dello sceneggiatore Justin Kuritzkes. L’affetto e la passione in una camera da letto non bastano per plasmare il tipo di relazione di cui parla Tashi. Così come non bastano dei colpi ben assestati sul campo di gioco, perché senza il rischio di perdere qualcosa, senza quella irrazionale voglia di bruciare il mondo, ogni gesto agonistico si svuota di significato.
È l’unione di queste due unità che regala qualcosa di veramente autentico, di veramente umano. Che è ciò che viene ricercato così disperatamente dai personaggi del film. Se il tennis, che è l’aspetto puramente corporeo, viene meno, allora anche l’individuo si svuota della sua natura vivente. E se ciò accade, questo si riflette nelle relazioni che popolano il privato, creando un assonanza che imprigiona.
David Foster Wallace, Challengers e il tennis dell’esistenza
Poiché stiamo analizzando un’opera con al centro il tennis che viene utilizzato come metafora dell’esistenza, non possiamo non pensare a David Foster Wallace, che, come nessun altro, del tennis ha saputo cogliere la stessa sacralità presente nelle nostre vite. Se ripensiamo a Spinoza, il quale vedeva nell’unità della sostanza una chiave per comprendere l’esistenza, per lo scrittore di Infinite Jest, l’ordine è una conquista precaria, un miracolo temporaneo che si consuma nell’attimo di una traiettoria perfetta. E quando il caos inevitabile irrompe, non resta che affrontarlo.

Il caos è l’ex prodigio Art, un uomo che rincorre il fantasma di ciò che era, si scontra con Patrick, che cerca riscatto personale e sentimentale in un campo che ha visto trionfi e sconfitte, ma mai una vera pace. Tra loro c’è Tashi, che osserva e manipola, ma è al contempo prigioniera delle sue stesse scelte. Sono persone svuotate e irrimediamilmente sole che trovano in ogni punto segnato un senso di avvicinamento alla possibilità di essere autenticamente umani.
«Ciascuno di noi è nella catena alimentare dell’altro. Tutti. È uno sport individuale. Benvenuti al significato di individuale. Siamo tutti profondamente soli qui. È ciò che tutti abbiamo in comune, la solitudine.»
(David Foster Wallace, Infinite Jest)
Wallace scriveva che il tennis era “un’esperienza religiosa”, uno spazio sacro dove il corpo e la mente si allineano, almeno per un istante, prima che l’entropia riprenda il suo corso. E questo percorso spirituale parte naturalmente dal sesso, centrale in Challengers che, in fondo, parla di corpi in movimento.
«Il sesso importante è sia vittoria sia resa, trascendenza e trasgressione, trionfante, terribile, estetico e triste. Tartarughe e moscerini sono capaci di accoppiarsi ma solo la volontà umana sa sfidare, trasgredire, vincere, amare: scegliere.»
(D. F. Wallace, Di carne e di nulla)
Da queste parole di David Foster Wallace, capiamo che in Challengers di Guadagnino ci sono tutte le percezioni che rendono grande la sua letteratura. Il desiderio irrazionale, sviluppatosi a partire da un gesto. Un momento che ci cattura e ci trascina. Come una partita in cui il movimento di lei o di lui anticipa la traiettoria di una pallina impossibile da afferrare.
L’invidia da parte di noi che, come Patrick, non abbiamo avuto nulla e non siamo riusciti a placare quegli stessi desideri che ci hanno tolto il sonno, e che in fondo continuano a farlo, nei confronti di chi, quei desideri, è riuscito realizzarli. La paura di noi che, come Art, i nostri desideri li abbiamo realizzati e ci siamo accorti che anche i sentimenti puri possono alienarci e ingabbiarci in confini che non amiamo più. L’odio nei confronti di un qualcosa di indefinito, una sensazione, un pensiero che sappiamo, così come specialmente Tashi sa, essere ciò che ci definisce come esseri umani e che ci costringe ad aprire i nostri occhi stanchi la mattina.

Alla fine del film quella pallina continua a rimbalzare, scandendo un ritmo che riporta tutto a ciò che conta davvero. Tashi, Art e Patrick ritrovano un qualcosa, una sensazione che credevano di aver perso per sempre. La sensazione di essere per un’altra volta ancora, per un attimo, e per sempre, vivi. Questa sensazione svanirà presto però, in perfetta concordanza con quel monismo ontologico spinoziano che trova perfetta concretezza nel tennis decantato da David Foster Wallace. La vita si è, ancora una volta, ridotta all’essenziale, al ritmo ipnotico di una pallina che non si può mai davvero afferrare. E forse, in fondo, anche noi non esistiamo che per inseguirla.




