Perchè Miss Italia è una faccenda di Stato

Sara De Pascale

Maggio 31, 2025

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«Voglio che mia figlia diventa qualcuno. Sì, voglio che mia figlia diventa qualcuno. Ce l’ho questo diritto? O è un delitto, secondo te? Non deve diventare una disgraziata mi fija. Non deve dipendere da nessuno… non deve pija le botte, come le pijo io. No! Non le deve pija!»

 (Anna Magnani in Bellissima di Luchino Visconti)

Ci fu un tempo in cui il cinema italiano salvò l’identità nazionale. Il prezzo furono i corpi delle donne, sulle quali quell’identità venne costruita.

Se dovessi scrivere di Miss Italia, sono abbastanza certa che difficilmente a qualche lettrice verrebbe in mente un collegamento diretto con il cinema italiano. E invece, è stata proprio l’industria cinematografica ad inventare il concorso di bellezza più famoso e discusso del nostro Paese. E con uno scopo ben preciso.

Miriam Leone, eletta Miss Italia nel 2008

Da Sophia Loren a Miriam Leone, passando per Gina Lollobrigida, Lucia Bosè, Anna Falchi e moltissime altre attrici, tutte sono arrivate alla ribalta degli schermi grazie a Miss Italia.

Cinema e società sono concetti estremamente interconnessi.  Oggi facciamo fatica a ricordarlo perché una precisa narrazione politica, capeggiata dai vertici delle istituzioni, nega ai film l’enorme potere culturale e persuasivo che invece da sempre possiedono.

Per capire meglio di cosa sto parlando è necessario fare un paio di salti indietro nel tempo, nella storia del nostro Paese e del nostro cinema.

Totò con Fulvia Franco, vincitrice di Miss Italia del 1948

La fabbrica del consenso

Era il 1946 e l’Italia della prima repubblica era appena nata. Il Paese usciva dalla guerra e dal ventennio fascista con un bel po’ di acciacchi economici, politici e culturali.

L’Italia aveva voglia di dimenticare in fretta quello che era stato il suo passato più recente ma aveva- fra gli altri- un gigantesco problema con cui fare i conti: il fascismo, per vent’anni, aveva plasmato le teste dei cittadini con la cultura e i modelli di riferimento del regime. E lo aveva fatto anche attraverso i film.

Negli anni ’30, Mussolini aveva investito parecchio su televisione e cinema, definendoli addirittura «l’arma più forte dello Stato». Il Duce intuì immediatamente la potenza della settima arte come mezzo di comunicazione di massa.

Gigantografia di Mussolini alla macchina da presa allestita per la cerimonia di fondazione della nuova sede dell’Istituto Luce il 10/11/1937

«Mussolini, grazie all’esperienza giornalistica, gode d’una competenza personale e d’una capacità di utilizzare i mass media assai più articolata rispetto ai dittatori e agli altri protagonisti dello spettacolo politico europeo. […] Per vent’anni il Duce sarà il Divo capace di dominare l’immaginazione degli italiani, il sovrano della scena politica e spettacolare nazionale, una sorta di mattatore onnipresente e onnipotente. […]»

(Brunetta in Guida alla storia del cinema italiano)

La creazione del mito

Il cinema di Regime intratteneva il pubblico italiano attraverso film che passavano per due tipologie di propaganda: quella diretta e quella indiretta

La propaganda diretta è stata la meno diffusa, consisteva in film che avessero il chiaro scopo di mitizzare il fascismo. Raccontavano, per la maggior parte, di reduci della Prima guerra mondiale che osannavano il Regime e in cui lo Stato era il vero e proprio protagonista eroico della pellicola. L’esempio più lampante è Camicia nera di Giovacchino Forzano, del 1933.

Immagine iniziale di Camicia nera di Giovacchino Forzano, 1933

La propaganda indiretta, invece, era quella più diffusa. Le storie raccontate avevano tutte come sfondo un’Italia irrealisticamente contenta, ricca e spensierata. Il fascismo era celebrato attraverso protagonisti maschili, virili ed eroici accompagnati da donne-mogli obbedienti e dedite al focolare domestico. Tutta l’Italia era raccontata come un Paese migliorato in maniera netta ed evidente grazie a “lvi”.

Treni in orario, potere coloniale e bonifiche delle paludi. Vi suonano familiari? Sono miti che nascono innanzitutto da quel cinema lì.

The Face Of Fascism, fotomontaggio di John J Heartfield, 1928

E quindi, tornando a Miss Italia, come poteva la neonata repubblica italiana cancellare quell’immaginario così ben congegnato, soprattutto dopo cinque anni di guerra che avevano decimato e affamato un popolo intero?

L’invenzione della Bella Italiana

Nel 1946 Dino Villani, pittore e pubblicitario, e Cesare Zavattini, uno dei più importanti sceneggiatori della storia del nostro cinema, ebbero un’idea perfetta per l’industria culturale: un concorso di bellezza. Una strada mitica e allettante per dare all’Italia i volti di nuove dive alle quali ispirarsi.

Serviva una nuova identità collettiva, e si decise di costruirla a partire dalla bellezza femminile. L’immagine delle donne italiane divenne un bene nazionale.

Sophia Loren durante Miss Italia nel 1950

Nel 1946 nasce il concorso “La bella italiana” che diventerà meglio noto, già dall’ anno successivo, come “Miss Italia”. Ad essere necessarie erano per lo più nuove attrici perché è attraverso il cinema che si crea il volto di un Paese: per quello che è e per quello che vorrebbe essere. Infatti, nelle prime edizioni del talent, fra i giudici troviamo i più importanti cineasti e artisti dell’epoca: Totò, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Luchino Visconti, Vittorio De Sica e, addirittura, Giorgio De Chirico.

«Il corpo è un luogo culturale. Un luogo plasmato dall’immaginario, quasi una mappa su cui è possibile rintracciare il passaggio del tempo, individuale e collettivo e i sogni del potere

(Michel Foucault in Microfisica del potere. Interventi politici, 1978)

Il corpo è un mito popolare

Negli anni ’50 il corpo femminile diventa materia malleabile in balia degli uomini del cinema. L’industria culturale decide di incidervi sopra i tratti di una nuova identità nazionale: canoni estetici, modelli ideali e la presunta bellezza di un Paese che voleva a tutti i costi scrollarsi di dosso la miseria che ancora abitava le sue strade.

Sophia Loren, Yvonne DeCarlo e Gina Lollobrigida, 1954

Dal canto loro, le donne italiane vivevano anni di grandi cambiamenti e desiderio di rivalsa sociale ed economica. Il voto era appena stato conquistato facendole diventare cittadine a tutti gli effetti. Era solo l’inizio di una lunga scalata per la conquista teorica e pratica dei diritti fondamentali.

Miss Italia, invece, offriva l’opportunità di entrare nel firmamento delle stelle cinematografiche, un sogno proibito e ambito: lo status symbol del boom economico. In quegli stessi anni si stavano mettendo a fuoco e ridisegnando i ruoli sociali e familiari.

Da sinistra: Marcello Mastroianni, Monica Vitti e Michelangelo Antonioni
come giuria d’eccezione di Miss Italia, 1960

Migliaia di giovanissime ragazze si immaginavano finalmente “libere”, economicamente, indipendenti e famose in quello che era il mondo più luccicante di tutti: il cinematografo.

Negli anni ’50, il fenomeno Miss Italia è talmente forte da creare una eco popolare in tutto il nostro Paese. Le industrie cosmetiche pubblicizzavano il concorso ovunque, le riviste regalavano dépliant invitando le ragazze ad iscriversi alle selezioni, la radio e la televisione parlavano delle Miss come delle nuove figure di riferimento -sempre e solo in termini estetici- di un Paese intero.

L’aura di Miss Italia era palpabile, produceva sentimenti di invidia e desiderio. Il concorso alimentava la competizione fra giovani donne – uno stereotipo tutto di fabbricazione maschile – che devono essere l’una più giovane, snella, bella e profumata dell’altra, a tutti i costi.

Locandina pubblicitaria di Miss Italia, 1955

«Da questo momento quel che conta per ognuna di loro è essere belle, belle, più belle delle altre

(voce fuoricampo del conduttore Rai, Filmati Miss Italia 1953)

«Tutte mi sembrano più belle di me. Gli occhi, la linea del corpo, le gambe. Tutto di loro mi sembra migliore di quanto non sia in realtà. I capelli, la bocca, l’ovale del viso. Mi appaiono improvvise, sicure come forse non lo sono mai state.»

(Voce fuoricampo di una delle Miss, Filmati Miss Italia 1953)

Dino Risi e Catherine Deneuve alla 59ª edizione di Miss Italia,1998

Bellissime

Ed è proprio nel 1951 che Luchino Visconti, che pochi anni prima era stato giurato del concorso, gira un film intriso di queste contaminazioni culturali. Il film si chiama Bellissima, ed è passato alla storia del cinema anche per una magistrale Anna Magnani che interpreta il ruolo di protagonista.

Luchino Visconti, Anna Magnani e Tina Apicella sul set di Bellissima, 1951

La storia di Bellissima è meta-cinematografica. Racconta di Maddalena, una giovane madre delle borgate romane che sente alla radio di un provino per il nuovo film di Alessandro Blasetti. Il casting sta cercando una bambina per il ruolo da protagonista. Maddalena decide di portare sua figlia a cinecittà, fra le altre migliaia di madri e bambine che sperano tutte la stessa cosa: trovare fra le mura di cartongesso dei set cinematografici una possibilità di libertà.

«Attenzione! Attenzione! Ci rivolgiamo a tutti i nostri ascoltatori, a tutti i nostri gentili e affezionati ascoltatori! Attenzione, papà, mamme, parenti. La Stella Film bandisce un grande concorso: cerca una bambina! Una bambina dai 6 agli 8 anni. Una graziosa bambina italiana. Portate dunque la vostra bambina alla Stella Film. Uffici di Cinecittà, via Tuscolana km 9. Potrà essere la vostra e la sua fortuna!»

(Voce alla radio in Bellissima)

Madri, figlie, concorsi

Bellissima è un film profondamente amaro. Un dramma sociale che racconta la disperazione del secondo dopoguerra e il vero volto della mercificazione delle figure femminili, fin da bambine. È la tragica storia di una madre che sogna per la figlia una possibilità di ascesa sociale, un miglioramento di vita.

Il film svela l’umiliazione di chi è costretto a scendere a patti con un’industria disinteressata agli esseri umani, affamata di volti sempre nuovi, giovani e messi in profonda competizione tra loro. Quella che veniva venduta come la promessa simbolica di una rinascita individuale e nazionale, nascondeva un prezzo alto: l’impossibilità di decidere per sé stesse.

Anna Magnani e Tina Apicella in Bellissima

Chi decide cos’è la bellezza?

Ovviamente, nel tempo, Miss Italia ha fatto “anche cose buone” ma su questo si continua a discutere da decenni e con giustissima causa. Se da una parte, fra le tante, ha portato alla ribalta attrici del calibro di Sophia Loren, dall’altra ha contribuito a costruire un mito della femminilità intriso di stereotipi fisici e comportamentali.

Sophia Loren e Marcello Mastroianni
in Una giornata particolare di Ettore Scola, 1977

La “fabbrica dei corpi femminili” è una struttura nata fra le mani di uomini  che hanno creato lo status sociale per cui una donna è significativa solo se bella, prendendosi la libertà di smontarlo e rimontarlo a loro piacimento.

Il fenomeno Miss Italia ha contribuito ad alimentare l’idea popolare della femminilità come di una mistica essenza, pervasa da desideri tutti maschili: dalla performance estetica fino alla competizione sguaiata fra corpi che sono esposti al pubblico come carne in vendita.

Concorrenti di Miss Italia, la terza da sinistra è Sophia Loren, 1950

Fra scandali, successi e insuccessi, ad oggi ci si interroga su cosa significhi un concorso di bellezza. E su quanto sia lecito e sensato far sfilare un gruppo di giovani donne davanti ad una giuria di sguardi maschili.

Nonostante la sua ascesa iniziale e successivo sgretolamento, Miss Italia ha creato un precedente culturale importante. Sia nella società italiana sia nell’industria cinematografica, e riecheggia ancora.

Il cinema si reinventa fra le sue ombre passate e presenti. Ma una domanda resta aperta: c’è mai stata vera bellezza in Miss Italia?

E soprattutto, se c’è, sappiamo chi l’ha creata?

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