The Last of Us – Il sentiero dei giusti

Gianluca Colella

Luglio 1, 2025

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«Non posso camminare sul sentiero del giusto, se sono nel torto». Questo verso, simbolico e rappresentativo, dà sostanza all’anelito umano più profondo narrato in The Last of Us II, capitolo di un franchise sempre più famoso non solo come videogioco, ma anche come serie TV.

Una storia transmediale che vede Ellie Williams, giovane ragazza, e Joel Miller, uomo maturo, accompagnarsi fianco a fianco nel loro viaggio fisico attraverso un Paese devastato dal cordyceps, e nel loro viaggio allegorico nei loro cuori.

Ma qual è il sentiero dei giusti?

Qual è la ragione etica che più di tutte esprime la verità oggettiva del cuore?

Su SKY si è appena conclusa la seconda stagione della serie, che alle fan e ai fan del videogioco era nota, nel bene e nel male, dal 2020. Una trama intricata, complessa e dilaniante, che deve a Neil Druckmann la sua visione profondamente distruttiva.

E cosa è successo? A chi si rivolge questo dramma romantico, questa tragedia di altri tempi che fa risuonare in noi la potenza di un sentimento indicibile, eppure del quale è così indispensabile parlare?

The Last of Us, gli ultimi e le ultime di noi, di questa umanità così bistrattata, sacra e profana. Di coloro che sono innamorati, dei soli, dei gelosi, dei fragili.

Il sentiero dei giusti qual è, e perché ci sta così tanto a cuore?

Si tratta di un messaggio etico, profondamente radicato nel nostro inconscio collettivo, un inconscio progressivamente logorato dalla saturazione mediatica, dall’indifferenza e dalla dis-connessione sociale.

The Last of Us: dove eravamo?

Bella Ramsey – Ellie – The Last of Us

L’episodio finale del primo capitolo della storia ha visto accadere quanto di più folle, radicale e violento il cuore umano possa concepire: l’azione dolorosa più intimamente condannabile, il trionfo spudorato dell’egoismo sul bene superiore, la vendetta della solitudine.

Joel Miller, dopo aver perso anni prima la figlia Sarah in quella maledetta notte in cui l’apocalisse ebbe inizio, non ci sta, e dopo aver imparato ad amare Ellie non vuole perderla.

E quindi uccide.

Uccide, senza possibilità di essere davvero fermato, diciotto uomini e donne impegnati nel Salt Lake City Hospital in qualità di operatori sanitari dedicati alla scoperta di una cura per la pandemia causata dal Cordyceps.

Questa cura è Ellie, è la singolarità universale che più di tutte incarna cioè che è giusto e vero da amare.

Contrariamente a una lettura moralistica tradizionale — che ridurrebbe la sua azione a egoismo, violenza o semplice amore paterno — la scelta di Joel incarna un principio chiave della filosofia di Baruch Spinoza: ogni individuo persevera nel suo essere (conatus) e agisce secondo ciò che aumenta la propria potenza di esistere.

Per Joel, Ellie non è solo una persona amata; è il legame che ha ricostruito la sua soggettività spezzata, l’unica relazione che ha restituito senso, consistenza e durata al suo esistere in un mondo devastato dalla perdita e dalla paura.

Salvandola, Joel non agisce per un ideale astratto di bene universale, ma per ciò che, nel linguaggio di Spinoza, accresce la sua potentia agendi, cioè la sua capacità di essere attivo, di sentire, di comprendere, di esistere in modo pieno. Il mondo di The Last of Us è, come quello spinoziano, privo di una gerarchia morale imposta dall’alto: non c’è un Dio giudicante, non c’è Provvidenza, solo relazioni, affetti, incontri. E nell’incontro tra Joel ed Ellie, tra la sua scelta e la sua menzogna finale, si gioca una verità etica profonda: la vita non è un valore in astratto, ma un’intensità di relazioni, un’espressione di legame, una lotta per non perdere ciò che ci rende vivi.

In questo senso, Joel non è né eroe né mostro, ma un uomo che agisce secondo la necessità del suo essere, incarnando l’idea spinoziana che l’etica non è mai separabile dall’esistenza concreta e dai corpi che la attraversano.

The Last of Us: perché Abby?

Kaitlyn Dever – Abby – The Last of Us

Il percorso di Abby, introdotta in The Last of Us Part II, rappresenta una declinazione altrettanto potente, sebbene speculare, dell’etica di Spinoza: il suo gesto di vendetta, che culmina nell’uccisione di Joel, non è mai solo una risposta impulsiva al dolore, ma una manifestazione tragica e necessaria del suo conatus, del desiderio profondo di ricostruire coerenza e significato dopo la perdita del padre.

Spinoza ci insegna che gli affetti tristi – come l’odio, la vendetta, il rancore – nascono da una diminuzione della nostra potenza di agire, da uno squilibrio tra ciò che siamo e ciò che ci accade.

Abby, all’inizio del suo arco narrativo, è dominata da questi affetti passivi: la vendetta è il tentativo di ristabilire un ordine, di guarire un trauma inscrivendolo in una narrazione di giustizia.

Nell’etica spinoziana, la libertà consiste nel comprendere le cause delle proprie azioni e affetti, nel passare dalla servitù alla potenza, dall’odio alla comprensione. Abby non è redenta dalla sofferenza, ma si emancipa dalla necessità cieca della vendetta solo quando riconosce nell’altro – in Ellie – la stessa vulnerabilità che abita il proprio dolore.

Il perdono non è un atto morale, ma una conquista ontologica: l’abbandono dell’odio è il segno che la sua potentia si è trasformata, che il suo essere ha ritrovato una coerenza capace di esistere al di là della violenza.

Così, Abby non è più solo la vendicatrice, ma una figura tragica e profondamente spinoziana: colei che attraversa la distruzione per riscoprire la potenza della relazione, della cura, dell’esistenza condivisa.

The Last of Us: La riparazione di Ellie

Dina ed Ellie nel videogioco – The Last of Us Part II

Ellie incarna nella sua complessità il dramma dell’integrazione tra vendetta e riparazione, e nessuna scena lo rappresenta con la stessa forza struggente di quella in cui, nel silenzio di un mondo in rovina, suona “Take On Me” alla chitarra per Dina.

In quel momento, la brutalità che l’ha guidata nel suo viaggio di vendetta sembra sospesa: la musica diventa il linguaggio di un’intimità possibile, un gesto fragile e umano che resiste alla logica della ritorsione. Ellie è lacerata tra due spinte etiche contrastanti: da un lato il desiderio di giustizia che si contamina con la vendetta, dall’altro il bisogno profondo di ricostruire legami, di dare senso al dolore attraverso l’amore e la memoria.

La scena non è una pausa narrativa, ma una soglia etica: suonare “Take On Me” non è solo un atto di memoria, ma una forma di riparazione affettiva, un tentativo di riconnettersi con sé stessa e con il mondo attraverso ciò che resta – la musica, il sentimento, la possibilità di essere ancora vulnerabili. In termini spinoziani, è il passaggio da affetti passivi, che diminuiscono la sua potenza di esistere, ad affetti attivi, capaci di generare connessione e comprensione. Ellie non rinnega la vendetta, ma nella musica lascia spazio a un’altra possibilità: quella di un’etica fondata non sull’eliminazione dell’altro, ma sul riconoscimento reciproco della perdita e del desiderio.

In quel gesto minimo, carico di tenerezza e malinconia, si racchiude l’intera tensione tragica della sua esistenza.

L’etica di Spinoza ci invita a superare le passioni tristi — come l’odio, la vendetta, il risentimento — per coltivare affetti attivi che accrescono la nostra potenza di esistere in relazione con gli altri. In questo senso, l’arco narrativo di Ellie rappresenta un percorso profondamente spinoziano: non la negazione della sofferenza o della rabbia, ma la loro trasformazione in consapevolezza, in connessione, in cura.

L’integrazione tra vendetta e riparazione, tra giustizia e compassione, si fa possibilità etica concreta quando l’individuo non cerca più di distruggere ciò che lo ha ferito, ma di comprendere le cause e costruire nuovi modi di esistere insieme.

È in questo passaggio — dal desiderio di annientare all’atto di riconoscere — che si apre uno spiraglio per un’etica della coesistenza, dove la potenza dell’essere non si misura nel dominio sull’altro, ma nella capacità di generare legami che resistano persino alla devastazione.

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Autore

  • Gianluca Colella

    Nato a Napoli nel gennaio 1995, supero a pieni voti la fase secchione e in adolescenza scopro la filosofia, la cultura, il cinema e la psicologia. Mentre mi laureo in psicologia alla Federico II scopro ArteSettima, la disoccupazione, i virus cinesi e le malattie mentali in età evolutiva. Attualmente scrivo approfondimenti antieroici su serie tv e film più o meno noti direttamente dalla Calabria, dove mi trovo per un dottorato di ricerca. Sperando che il precariato, un giorno, sia solo un ricordo.

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