Tamango, Peter Pan e Wes Anderson: rivoluzione a colazione

Sara De Pascale

Luglio 14, 2025

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«Io ti amo, ma tu non sai di che cosa parli»

(Moonrise Kingdom)

Prendete una manciata sudaticcia di bimbi sperduti dell’Isolachenonc’è, uniteli a Peter Pan travestito per la recita finale della quinta elementare. Aggiungete la romantica insolenza dei due protagonisti di Moonrise Kingdom e amalgamate il tutto con una spruzzata d’aria della provincia torinese. Mescolate bene, con poesia ironica e un po’ di rabbia gentile.

Il risultato sono I Tamango e la loro Rampallonata: l’evento culturale dell’anno.

«Le regole che ci diamo non le rispettiamo
e quelle che ci diamo ci fanno la pelle dura e la voce roca
per quanto le discutiamo.»

(Tamango)

Tamango al Mi Ami Festival

Quello che accomuna Peter Pan, Moonrise Kingdom e i Tamango è il bisogno profondo di reinventarsi una tribù. Di essere famiglia a modo proprio. Di farsi collettività festante e di costruire il mondo in cui vivere, governato da regole instabili ma condivise, dove giocare è un atto politico.

Peter Pan e i bimbi sperduti hanno un patto segreto: restare bambini per sempre. Vivere in una famiglia infinita e sgangherata. Evadono, disertano le regole del mondo adulto, ne ridicolizzano l’ossessione per la norma, l’età, la ripetizione.

L’isola che non c’è è il luogo in cui si continua a sapere cosa si desidera, senza cedere né tempo né alle responsabilità che corrodono la felicità.

Bimbi sperduti di Peter Pan 1953

«E allora osservi gli altri giocare. È un gioco strano. Devi imparare. Devi stare zitto. Solo ascoltare.
Devi leggere più libri che puoi. Devi studiare. È tutto scritto. Catalogato. Ogni segreto. Ogni peccato.
Saprai perché. Quando sarai grande.»

(Edoardo Bennato, Quando sarai grande)

I Tamango, come i bimbi sperduti, sono divertenti, divertiti e politici. Anche loro giocano sul serio. Anche loro mettono in scena un altrove: un universo che prende forma quando li si guarda e li si ascolta.

Partecipare alla Rampallonata dei Tamango risveglia un un bisogno antico e soffocato: quello di un romanticismo collettivo.

Viviamo in un tempo di concerti-fantoccio, dove gli stadi vanno riempiti ad ogni costo per rispettare gli accordi dei manager e le aspettative mondane. Un tempo in cui l’arte si svende in biglietti a pochi euro qualche giorno prima dei concerti. Non si ammettono le file vuote e si rifiuta il confronto con i falsi miti del mercato.


Questa è un’estate segnata dalla crisi dei teatri, dalla sospensione degli spettacoli dal vivo, dai tagli strutturali alla cultura. Un’estate che preannuncia un prevedibile autunno: quello delle ennesime sale cinematografiche che chiudono, delle compagnie che si fermano abbandonate da uno Stato che non le sostiene più.

Un Paese che preferisce investire in un altrove ben preciso: il riarmo.

«Son d’accordo con voi, non esiste una terra
Dove non ci son santi né eroi
E se non ci son ladri, se non c’è mai la guerra
Forse è proprio l’isola che non c’è.» 

(Edoardo Bennato, L’isola che non c’è)

Frame da La Rampallonata

I Tamango non vivono di questo, vivono in questo

Si sa poco dei Tamango. Sono un collettivo torinese: nati dall’amicizia di tre ex compagni di liceo, oggi sono trentasette. Si firmano insieme, pensano insieme. Curano tutto: musica, scenografie, coreografie, monologhi, persino i cartelli per andare al bagno o a comprare una birra. In questo mondo ambiguo e durante questa estate amara, i Tamango organizzano un tour totalmente autoprodotto. Fatto di pubblico vero, che li adora anche se non sa bene chi sono e dove stanno andando.

Annunciano il tour negli “stadi”: ma non sono quelli grandi e semivuoti dove suonano i big, sono i campi da calcio delle periferie. Lì, lo spazio si riempie davvero e la festa profuma di prato calpestato.

Nel sito per comprare i biglietti – dopo aver superato la spaccatura delle chiappe di uno dei cantanti – indicano come arrivare al luogo dei concerti. Ci sono le mappe, i bus, le bici e le macchinate. I Tamango sono la ribellione e la ricostruzione che vorrebbero vedere nel mondo. Sono l’insolenza e la delicatezza di due bambini in fuga. Sono Wes Anderson.

«Avere paura da soli non significa niente,
ma avere paura insieme significa tutto.
Noi abbiamo paura della morte
ma anche lei ha paura di noi.»

(Tamango)

I Tamango fanno merenda con Wes Anderson

Moonrise Kingdom, Wes Anderson 2012

In Moonrise Kingdom, Wes Anderson racconta una fiaba sull’anarchia dell’infanzia che fugge via dal mondo adulto. Un amore tra bambini che diventa atto di resistenza, un gesto poetico e politico insieme.

È la storia di una fuga dal mondo reale: perché nessuno ti garantisce che reale significhi giusto e che giusto significhi felice.

I bimbi di Wes Anderson sono più intelligenti, astuti e determinati di quei genitori goffi, infelici e cattivi. Progettano ed eseguono le fughe d’amore che i loro genitori non hanno mai avuto il coraggio di compiere. Riscrivono, vivono, falliscono. Ricominciano. Crescono.

Moonrise Kingdom, Wes Anderson 2012

«Un toro che piuttosto di morire a testa bassa
sbatte forte il muso contro il muro.»

(Tamango)

Il diritto alla fuga e all’amore

I Tamango sono proprio questo: il desiderio ostinato di non farsi corrompere. La costruzione di un altrove prezioso, poetico e ribelle. Sono una tenda da indiani che vola via con una folata di vento, ma che ci si ostina a rimettere in piedi. Sono i bambini serissimi di Moonrise Kingdom, capaci di amarsi con più verità degli adulti goffi e infelici che si ritrovano come genitori.

«Con che faccia mi guardo,
pronto a ribaltare il mondo
per il semplice gusto di farlo?»

(Tamango)

Tamango backstage

Nessuno parla della provincia come i Tamango. La provincia che si svuota e che si svende. In cui sei sbagliato se vai via, perché ti arrendi. Ma sei sbagliato anche se resti, perché non riesci a cambiare la tua vita.

Non è la provincia di Pavese. È quella di oggi e dell’altro ieri. È la provincia che ti partorisce, ti mastica e ti sputa. E i Tamango ne portano l’odore e la voce. Parlano davvero di una generazione, anche se ormai dire “generazionale” è démodé, vuoto, abusato.

Tamango di Giulia Gasparini

Eppure, loro lo fanno. Perché loro sono. Parlano di noi, lo fanno danzando. Con la voce roca. Con la pelle dura. Con l’urgenza squisita di chi ha capito che la rivoluzione è l’unica cosa che serve. E si fa continuando a giocare, sul serio.

Perché, tanto, quello che stanno facendo sul palco lo avrebbero fatto comunque.

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