La Sicilia di Ciprì e Maresco: Facciamo schifo dunque siamo

Salvatore Gucciardo

Agosto 25, 2025

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Ciprì e Maresco: facciamo schifo dunque siamo

«Forse è vero che la Sicilia non esiste. O ne esistono troppe. Che poi è un altro modo per dire che esiste più che mai. Ma non è più quella di una volta»

(Gaetano Savatteri, La sicilia non è più quella di una volta)

L’immagine della Sicilia non esiste.
O forse ne esistono talmente tante che la Sicilia che esiste, si è persa.
Ma dopotutto chi può dire se esiste?
Il siciliano forse.
Ma ogni siciliano?
E poi da quanto tempo non esiste questa immagine?
Ammesso che davvero non esista.

Però c’è stata un’immagine della Sicilia, costruita da chi la Sicilia la viveva e la riconosceva e non da chi la osservava e rappresentava, che è diventata immediatamente un canone. Un racconto che, pur nel suo realismo fotografico, ha impressionato un’immagine affascinante e soprattutto glam.

Fotografia di Ferdinando Scianna

Siamo nel 1987.
Da un paio d’anni, nella Milano della borsa e della moda, si sta affermando un nuovo marchio. Un brand di moda con un’identità bifronte, quasi ossimorica: metà siciliana e metà milanese. Dolce & Gabbana vogliono sfondare nel mercato internazionale partendo dalla lussuosa Milano ma passando per la sporca, povera ma affascinante Sicilia bedda. Cosa c’è di più affascinante del contrasto? «Ciò che contrasta concorre e da elementi che discordano si ha la più bella armonia» scriveva, probabilmente, Eraclito.

Allora: Dolce chiama e assolda il fotografo più emblematico, umanista e bressoniano della Sicilia, Ferdinando Scianna; Gabbana convince la modella più in voga del momento a posare per loro, Marpessa Hennink; e la Sicilia, Palermo, diventa il set, e non più la realtà, di una delle più iconiche campagne pubblicitarie della storia della moda. Agli occhi del mondo la Sicilia, con le sue centinaia di stereotipate “inesistenze”, era glam.

L’immagine della Sicilia sarebbe diventata quella dell’ossimoro, tra la violenza mafiosa (che alla fine degli anni ’80 stava raggiungendo il picco dell’efferatezza) e la “glamourization of poverty”. Della nostalgia glam (che Tornatore incastonerà per sempre anche nella testa di noi siciliani. Ma è un’altra storia).

Che la Sicilia, seppur fotografata da Scianna e vestita da Dolce, fosse davvero ancora l’oggetto di uno sguardo? Oggetto di quello sguardo che fu di Blasetti, Visconti, Rossellini, Germi, Lattuada, Rosi, e addirittura di Coppola e Cimino.

Centomila Sicilie e nessuna Sicilia.

«De Laurentis ma lei si rende conto di fare schifo?»

(Franco Maresco)

«Ma me ne rendo conto, perché la solitudine mi fa fare questo»

(De Laurentis)

Quello stesso anno, rintanati in un angusto studio palermitano, due strani siculi montavano brevi sketch comici da mandare in onda per un’emittente televisiva locale: la TVM. L’embrione di una inconsapevole rivoluzione visiva che di lì a poco avrebbe stravolto l’immagine della Sicilia. Avrebbe creato uno strano cortocircuito nella mente di chi credeva alla Sicilia di Dolce & Gabbana.

Una rappresentazione che dal 1990, attraverso “Fuori orario (cose mai viste)” di Enrico Ghezzi e la Rai 3 di Angelo Guglielmi, avrebbe raggiunto gli apparecchi di tutta Italia.

Non più una Sicilia fuori di sé, ma finalmente una Sicilia in sé e per sé.

Una Sicilia scomoda, deforme, brutale, umoristica ma soprattutto incredibilmente apocalittica. Ciprì e Maresco si stavano presentando come i più anarchici, fastidiosi, poetici, ma soprattutto cinici registi di quel cinema italiano.

Personaggi di Cinico Tv

«…ritenevamo che ogni cosa ha un’epoca, che Cinico tv fosse legato ad un periodo di Palermo, un periodo nostro, un periodo della televisione.»

(Franco Maresco, intervistato da Emiliano Morreale)

“Il cinema di Ciprì e Maresco”; “La tv di Ciprì e Maresco”; “Il cinismo di Ciprì e Maresco”; “La Sicilia di Ciprì e Maresco”… C’è una specificazione, la presenza di qualcosa di raro e inimitabile. Di personale e reale. C’è stata soprattutto, e fin da subito, un’estetica.

Ciò che ha determinato la frattura nell’immagine della Sicilia generata da Ciprì e Maresco, partita dalla tv ancor prima che dal cinema, è proprio la presenza di un’estetica che riuscisse non solo ad essere rara e mai vista, ma soprattutto ad essere inestricabilmente legata a ciò che stava riprendendo. Il “mondo esterno”, ciò che veniva ripreso e stava fuori, riusciva, attraverso “lo sguardo di”, passando per la parzialità del riquadro televisivo, a comunicare la propria verità, la propria esistenza realistica.

Ciò che si vede guardando, anche a posteriori, gli sketch di Cinico tv, è la Palermo degli anni ’90.

Si percepisce un’umanità viva, presente, che si definiva tanto con il proprio dialetto quanto con le macerie e i paesaggi sporchi, desolati e periferici che abitava. Un popolo di corpi deformi, uomini (perché in questa terra ai confini della civiltà non c’era spazio per le donne) che di volta in volta indossavano una maschera che lo spettatore percepiva tanto come maschera quanto come cruda realtà.

L’estetica di Ciprì e Maresco” era una delle ultime e più evidenti manifestazioni di quell’estetica heideggeriana che voleva dis-velare il mondo attraverso l’arte. Un’estetica che tenesse etimologicamente assieme l’”αἴσθησις”, in quanto percezione sensoriale del mondo, e l’”ἦθος”, ovvero l’ambiente, il contesto, la specificità comportamentale di un luogo.

La tv di Ciprì e Maresco era come quel tempio greco heideggeriano che «stando lì eretto, conferiva alle cose il loro aspetto e agli uomini la visione di sé stessi»

Ma come quest’estetica, tanto televisiva quanto anti-televisiva, riusciva a disvelare la Sicilia degli anni ’90?

«L’umorismo è il sentimento del contrario»

(Luigi Pirandello, L’umorismo)

«La comicità è uno sguardo sugli esseri umani. Cogliere la tragedia del vivere»

(Franco Maresco, intervistato da Emiliano Morreale)

Sterpaglia e fiori secchi ondeggiano ripresi dal bianco e nero di un’inquadratura fissa e larga in cui l’orizzonte è sempre presente. Due uomini stanno ansimando fuori campo. Uno dei due fa all’altro: «questo puoi gettarlo via, non serve più». La mdp compie una veloce panoramica a sinistra e svela il solito Pietro Giordano che, in questo sketch assume la maschera del preservativo.

Comincia l’intervista di Maresco al profilattico. L’immagine fissa, non si muove. Il corpo di fronte la macchina è fisso, fa piccoli movimenti facciali. Statue. Monumenti in attesa di qualcuno che interagisca con loro.

Maresco chiede «Che tipo di clienti preferisce?». Giordano risponde: «Clienti ricchi di solito. Ma anche violentatori, stupratori…». Maresco «Stu?». Giordano «Stupratori». Maresco glielo fa ripetere due volte per poi chiedergli: «E come mai?». Giordano risponde: «Perché danno qualche emozione, qualche brivido».

Per poi concludere l’intervista con la domanda di rito la risposta di rito ogni volta che Moresco intervista Pietro Giordano ogni volta che diventa qualcosa (che sia un pezzo di merda lasciato per strada o un topo di fogna che si nasconde da un gatto): Giordano: «lei non può capire». Maresco: «Come mai?». Giordano: «Perché lei non è un profilattico».

https://www.raiplay.it/video/2022/01/Cinico-TV—Puntata-del-24041992-fe1a73a5-b0de-4461-b926-cf0d44117d66.html

Pietro Giordano o uno pezzo di “sterco”

Questo breve sketch inserito nella puntata del 24/04/92 ci mostra, come del resto ogni sketch di Ciprì e Maresco, l’estetica e la poetica di Cinico tv. Quel palcoscenico dell’assurdo montato tra le strade, le macerie e gli scheletri della periferia palermitana. Un cinematografico teatro televisivo che affonda le proprie radici nell’assurdo beckettiano ma si riferisce all’orrido palermitano del teatro di Scaldati; che riecheggia l’abbandono di dio e la solitudine della letteratura dostoevskjiana ma trova la sua più potente chiave narrativa nel grottesco umorismo pirandelliano.

L’assurdismo comico dell’”esser profilattico” pian piano si fa orrido quando Giordano, che continua incessantemente a masticare qualcosa (facendo sentire la deformità), ripete la parola stupratore, per infine chiudersi nella solitudine di un uomo che, travestito con orrende maschere sempre diverse che vediamo e rivediamo in Cinico tv, sa di non potersi comprendere e di non poter essere compreso.

L’estetica di Cinico tv, la narrazione della Sicilia di Ciprì e Maresco, supera l’umorismo pirandelliano per cui, alla vista di una vecchia donna tutta truccata e imbellettata prima rideremmo e poi ci rattristeremmo sentendo il contrario. Ecco Cinico tv ci mostra, piuttosto che un semplice sentimento di pietas, un «sentimento cinico della vita, che guarda senza consolazioni di nessun tipo alla miseria dell’uomo», citando Goffredo Fofi.

Una miseria che era la miseria palermitana di quegli anni. Era l’umana quotidianità degradata, abbandonata e in sé stessa profondamente cinica. Orrida agli occhi dello straniero; comicamente cinica agli occhi del palermitano; tristemente misera agli occhi dell’umano.

Quell’immagine della Sicilia, della Palermo, cristallizzata da Cinico tv esisteva eccome. In tutto il loro cinismo Ciprì e Maresco, profondamente inattuali tanto quanto contemporanei, avevano costruito l’immagine di una Sicilia esistente. Terribilmente esistente. Senza perbenismi, consolazioni o compassioni. Uno sguardo sincero, quotidiano, necessariamente costruito e finto ma che, proprio nel suo scenografare, trasudava di verità. Sempre inattuali, mai disinteressati.

«Essere inattuali significa, rispetto a qualche punto, agire contro il tempo e quindi sul tempo, a favore (si spera) di un tempo a venire»

(Friedrich Nietzsche)

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