Definisci bambino?
È complesso. È proprio complesso definire qualcosa di immediatamente riconoscibile per altezza, voce e vitalità. È proprio complesso definire un essere talmente in simbiosi con il gioco, da vivere solo per quello. È proprio complesso definire un bambino dal suo pianto.
Chi ha mai riconosciuto un bambino sentendo solo un pianto?
«Ho paura del buio»
(Hind Rajab)
«If looks could kill,
They probably will
In games without frontiers
War without tears.»
(Games without frontiers, Peter Gabriel)

È il 29 gennaio 2024 e la voce di una bambina intrappolata in una macchina, appoggiata ai corpi morti dei suoi parenti crivellati da 355 proiettili, circondata dai carri armati dall’IDF israeliana, riempie da ore le stanze della sede di Gaza della Mezzaluna Rossa Palestinese, l’organizzazione umanitaria della Croce Rossa in Palestina, bombardata l’agosto del 2025 dallo stato terrorista.
La piccola Hind è rimasta da sola col telefono della cugina appena uccisa dai colpi dell’IDF.
Una voce impaurita, disorientata ma consapevole, che ha paura ma sa cosa sta succedendo. Una voce che dovrebbe ridere e giocare e invece chiede di essere salvata, recuperata, chiede della mamma. Gli operatori le parlano, la rassicurano, le promettono salvezza, che arriveranno, che questo tormento avrà fine, che la paura passerà. E tra loro cercano in tutti i modi di impedire che un’altra vita innocente venga strappata via dalla crudeltà genocida sionista.

La rabbia travolge gli operatori che cercano disperatamente una strada sicura per raggiungerla. Aspettano coi nervi a fior di pelle l’autorizzazione da parte di quello stesso esercito che poco prima aveva aperto il fuoco, che finirà per uccidere Hind e gli altri 70 mila palestinesi di cui almeno 20 mila bambini, così complessi da definire.
Eppure funziona così: quando non possiedi più i territori che per generazioni e generazioni hai vissuto, coltivato, su cui hai edificato la tua casa, su cui sei stato e sei bambino, devi rivolgerti a chi li possiede.
Quando non puoi essere Stato, perché non superi il vaglio dell’Occidente, devi dipendere da chi si è appropriato di tutto ciò che ti apparteneva.
Così gli operatori della Mezzaluna Rossa continuano questo lungo tentativo di assicurazioni e autorizzazioni al fine di raggiungere Hind in sicurezza.
Cosa pensare, cosa fare, come reagire di fronte alla voce terrorizzata di una bambina che non vuole morire. Che chiede:
«Per favore, venite a prendermi»
(Hind)
«Un grido a cui nessuno poteva rispondere»
(Kawthar ibn Haniyya)

The voice of Hind Rajab della regista palestinese Kawthar ibn Haniyya ricostruisce senza mostrare.
Non crea da zero, non rielabora creativamente una storia vera, ma sovrappone la finzione alla realtà. Documenta una storia ricostruendone le emozioni, la tensione, la paura, ciò che può ricordare la tragica e inaccettabile morte di una bambina di cinque anni. Una stanza, un paio di operatori e la voce terrorizzata di Hind, la vera voce.
La scelta della regista gira attorno alla registrazione vera di quella voce che ha riempito le stanze della mezzaluna rossa. Non è voyeurismo, né spettacolo, è realtà che pretende di essere ascoltata.
È voce che va sentita per appiattire la distanza. Quel tono infantile e senza volto che guida le reazioni degli attori per tutti gli strazianti 89 minuti annienta la distanza e il distacco, e ci ricorda la sofferenza universale che può circondarci di fronte alla paura e il dolore di una bambina. Perché è una bambina.
Nessuno di noi dimentica da che parte stare, chi è il nemico, l’aggressore e l’aggredito. Ma l’infanzia, almeno in un primo momento, sovrasta gli schieramenti e schiaccia ogni nostro pensiero o certezza.

È il riconoscimento di quell’infanzia rubata, strappata, spenta troppo presto come le lucciole di Takahata che si fa sentimento ma anche storia universale. L’autenticità di quella voce su cui attorno è ricamata tutta l’inevitabile finzione cinematografica del film, mostra più di centinaia di video, racconta di più di centinaia di articoli.
È proprio l’assenza d’immagine, la sottrazione, la consapevolezza dell’autenticità solo di quella voce che ci obbliga a ricostruire con le immagini, i video, i suoni che abbiamo immagazzinato in questi ultimi due anni (e di più), i bombardamenti, le morti, le atrocità, i bambini mutilati.
Li ricordiamo e non possiamo e non dovremmo fare altrimenti.
«Per loro non si tratta di rivivere il trauma, ma di avere giustizia. La madre mi ha detto: “Non voglio che la voce di mia figlia venga dimenticata sotto le macerie delle notizie”. I palestinesi non sono ascoltati, non vengono visti come esseri umani.»
(Kawthar ibn Haniyya)

Allora all’aberrante provocazione del presidente della Federazione Amici di Israele, Eyal Mizrhai, che chiede di definire “bambino” possiamo rispondere definendo “sionista”: un colonizzatore, un fascista, un terrorista, un assassino, ma soprattutto un ebreo che ha dimenticato la sua stessa storia. Che si è scordato le persecuzioni, i rastrellamenti, i bombardamenti, l’olocausto. Che non ricorda cosa vuol dire perdere casa, la propria terra; cosa vuol dire non essere riconosciuto, ascoltato, visto; cosa vuol dire, neanche, bambino.
Ricordiamo, oltre a definire.

The voice of Hind Rajab non serve a definire. Non è un film, una voce, una tragica ricostruzione sentimentale a dover definire qualcosa. Serve a cristallizzare sentimenti che quotidianamente ci impegnano, o ci dovremmo impegnare, a provare. Siamo distanti, privilegiati e impegnati, eppure, chissà perché, proviamo dolore e solidarietà.
C’è chi parte senza garanzie per raggiungere Gaza dal mare portando aiuti, ma soprattutto frapponendosi a questo assedio criminale, come la Global Sumud Flotilla, e c’è chi decide di usare il proprio corpo, stare nella propria terra, e bloccare, sabotare tutto e, se serve, bruciare tutto. Impedire a chi ancora si chiede “come definire qualcosa” di continuare a farlo.
L’opera di Kawthar ibn Haniyya non ci farà solo piangere, non ci devasterà semplicemente per 89 minuti, ma ci ricorderà di trasformare il dolore in rabbia.
La tragedia in speranza. La morte in resistenza.




