«Chi ha detto, amico e fratello,
Che devi morire fra mille tormenti?
Sai che il tormento è una voce?
Sai che il dolore canta?»(Alda Merini)
La camera di un telefono, verticale. La vista dal finestrino di un treno. Un gabbiano che pare parlare a Damiano, che comincia a riprendersi. Si vede. Riprende una città dall’alto. Da un luogo che sostiene essere inaccessibile, irraggiungibile se non dall’alto. È un castello. La sua roccaforte. Infine si scorge l’insegna di Roma Termini, ma per la prospettiva si legge solo “Roma Termi”. Damiano risponde a quella vista: “Tell me”. Può cominciare la storia, di chi o cosa, ancora non si sa.
San Damiano è la cellula impazzita di questo anno cinematografico italiano.
Un’opera emersa dal sottosuolo, inaspettata, imprevedibile. Un film apparso e scomparso, che forse, per sua stessa natura, per i suoi stessi protagonisti, abita una realtà parallela e chiede di essere visto, vissuto, commentato. È il racconto di un luogo impregnato di retorica, immediatamente riconoscibile ma mai osservato, anzi evitato, percorso di fretta, scansato, la cui immagine è ostaggio di tg e youtuber che cercando il vero si dimenticano del reale.

E allora San Damiano ribalta retorica e narrazione. Trova il reale dimenticandosi del vero. Tanto il vero sta sempre là, sotto gli occhi di tutti, basta solo rispondere alla sua richiesta di attenzione, e viverlo. La finzione che fa da contorno, la volontà di creare personaggi (che altro non sono che sé stessi), le trame d’amore, di violenza, i tradimenti, il sentore di fiabesco che arriva dal “castello” che Damiano stesso incendierà.
Tutto ciò mostra una realtà, un mondo parallelo abitato da ciò che in questo mondo malato in cui stiamo vivendo, finisce per essere quanto di più umano è rimasto: la follia.
«I nostri personaggi sono degli alienati, con la loro follia si difendono dal mondo che li emargina»
Franco Maresco
Nessun elogio e nessuna lode, ma un modo d’essere. Uno scudo contro l’indifferenza di chi si trova a passare attraverso quel mondo e l’unico modo, per gli invisibili, di credere ancora di esistere. Di continuare a sperare nel mondo e nella vita, come Damiano la cui musica, look, lessico inventato urlano vita. Roma Termini urla la sua vita.
I due registi di San Damiano, Alejandro Cifuentes e Gregorio Sassoli, ci hanno parlato di questa follia e di questa vita. Del sottobosco che per anni, prima da volontari e poi da registi, osservatore, amici, hanno anche loro abitato.

Questo documentario ha vissuto e vive delle proiezioni. Che siano in sala, in un centro sociale, su di uno schermo gigante o un telo ben teso, il vostro film ha bisogno di essere proiettato come ha bisogno di un pubblico che interagisca con quello che vede perché, soprattutto, quello che vede è moralmente difficile. Che interazione state avendo con il pubblico? Come affrontate la questione dell’etica dell’immagine?
ALEJANDRO
Diciamo che… vabbè tocchiamolo subito sto tema: quando fai le proiezioni nei posti frequentati da chi studia o guarda molto il cinema, c’è sempre la domanda sulla questione etica. Che è giusta, io non penso che si risolva. Tu lasci la telecamera e c’è pure una persona che ti dona sé stesso e sei tu lì, che lo riprendi e poi lo monti. Certo che c’è un’asimmetria tra te che riprendi, e fai quel che vuoi di quel materiale, e la persona ripresa, la consapevolezza. È un tema aperto, penso che non lo chiuderemo noi. C’è comunque un rapporto umano e di complicità con la persona ripresa che sa che hai una telecamera, eppure non c’è una risposta a questa domanda. Si va a fiducia e credo che nel lavoro traspaia la comunione d’intenti tra noi e le persone coinvolte.
Proprio in merito a questo vi chiedo quando sentivate di poter tirare su, accendere la camera e quando no?
GREGORIO
Di base la telecamera era sempre accesa.
ALEJANDRO
Noi abbiamo comunque passato tantissimo tempo a telecamere spente, prima, durante e dopo il film, a volte siamo andati anche senza telecamera. Io credo però che la cosa bella di questo documentario, anche se guardi solo il girato, è che è tutto interessante. Non c’erano tanti momenti “morti”.
GREGORIO
Se la domanda è legata a questioni etiche, per esempio riguardo la scena di violenza, se tu guardi attentamente il film, l’unica scena di violenza è lui che la riprende.

Quindi voi avevate chiarito con Damiano che avrebbe ripreso le scene o le ha girate spontaneamente?
GREGORIO
Noi lo abbiamo conosciuto che aveva un vestito con un completo gessato grigio e un tablet. Dopo un po’ ci ha detto che si riprendeva con questo tablet e voleva che vedessimo i suoi video. Lui aveva cominciato il film prima di conoscerci. Poi quando abbiamo cominciato le riprese, se qualche giorno non andavamo a Termini, lui ci diceva che riprendeva al posto nostro.
ALEJANDRO
Ma noi non ci rendevamo conto di quanto fosse interessante questo materiale. Raccogliendolo in modo inconsapevole ci siamo resi conto dell’importanza solo in montaggio. Poi la questione sul se sia giusto riprendere o no, che sottintende spesso da parte di chi la fa il fatto che Damiano per esempio non sia in grado di decidere nemmeno su sé stesso, nasconde due inganni: uno è l’idea di superiorità morale e poi, a questa domanda, sfugge qualcosa che noi abbiamo appreso subito: la voglia di raccontarsi.
L’avere una telecamera amica spinge a dire, a parlare. C’erano persone che volevano denunciare delle cose. Ognuno usava la telecamera a modo suo, ma consapevolmente. Damiano voleva raccontare la sua vita; Alessio voleva raccontare cos’era la strada; Sofia voleva un modo per richiedere attenzioni.
C’è questo sfogo, questa soddisfazione del bisogno di essere visti che la telecamera svolgeva.
GREGORIO
Inoltre in molti di quei video registrati col tablet lui si rivolge ad un amico. Parla con un amico. Anche se ancora non abbiamo capito a chi.

Come Herzog in Grizzly Man che possiede il filmato della morte di Thimoty e sceglie di non mostrarlo, anche voi avete preso delle scelte. Qual è la cornice che avete scelto di dare al contesto che volevate raccontare?
GREGORIO
Noi abbiamo comunque deciso di far vedere tutto di un mondo invisibile. Il fatto che si faccia sesso per strada, dietro i camion della spazzatura era per noi importante che si vedesse. Come Damiano voleva che si vedesse. È nato tutto dall’esigenza loro di far vedere
ALEJANDRO
Che poi li chiamiamo gli invisibili, ma è un paradosso. Sono per strada. Sono la cosa più visibile che c’è e c’è una richiesta di attenzione, come anche di violenza verso chi senti che ti rifiuta.
Poi c’è anche un altro tema: quante coscienze oggi si rendono conto di quello che succede a Gaza perché vedono? Questo paternalismo del filtrare, del far vedere la strada buona, l’immagine edulcorata, quello che ce l’ha fatta, ecc. Noi abbiamo vissuto quello che abbiamo vissuto e non siamo padri di nessuno. Non credo che faccia bene una realtà edulcorata, devi vedere quello che succede per scuotere le coscienze.

Mi fa ricordare il cinema di Ciprì e Maresco. Termini non è apocalittica. Maresco, che è comunque un grande stronzo, dice che è affascinato dalla follia, da questi corpi deformi folli che riescono ad essere normalità perchè viviamo in una società di corpi mutanti. Anche in voi c’è dell’ironia, c’è dell’amore, della follia. Eppure vi muovete in maniera diversa.
ALEJANDRO
Noi sicuramente abbiamo una fascinazione per la follia. Il progetto di finzione abortito si rivolgeva a Termini, la nostra dormita a Termini era nata per quello.
Damiano nella sua follia ha però la capacità di mettere a nudo cose che non sono per niente folli, ma molto umane. Temi universali.
Il nostro film è comunque figlio del nostro tempo, ma già dai mezzi tecnici per cui sarebbe stato impossibile 10 anni fa. Dall’uso del cellulare di Damiano. Il tipo di società che stiamo vivendo che fa da contraltare in questo film. Quell’individualismo. Queste crocevie che sono diventate le stazioni, in cui ci sono queste persone che abitano le stazioni. Che hanno una vita parallela, codici diversi, che sono stati rifiutati, che nonostante Basaglia non hanno un posto, perché non ci sono più i manicomi ma non sappiamo come integrare queste persone in istituti adatti.
GREGORIO
Qui non c’è niente di più umano della follia.

In voi c’è comunque un ribaltamento della retorica su Termini, il vostro modo di mettere la finzione, di raccontare la vicinanza, racconta ancora di più il reale. Poi seppur Termini rappresenta un non-luogo, si fa metafora del luogo dove gli ultimi, gli emarginati, i senzatetto vanno ad abitare, in realtà ha una sua identità. Si vede in San Damiano che quella è Termini.
ALEJANDRO
Un manicomio a cielo aperto.
Attraverso i media ognuno di noi interagisce con questo mondo con la notizia dell’accoltellamento o della rissa, Termini che è pericolosa. Ma per la nostra esperienza, questo mondo capovolto dei senzatetto, che vive una realtà parallela, non interagisce mai con gli altri. C’è una specie di patto implicito: io prendo il treno e non ti calcolo e io mi picchio ma non ti calcolo. Sono mondi quasi incomunicabili. Gli unici che infrangono la regola, oltre l’elemosina, sono i volontari che comunque non raggiungono tutti.
Il film è su quei tutti che non vengono raggiunti. Anche quando abbiamo portato Alessio alla Fontana di Trevi, lui dopo un poco voleva tornare a Termini. Si sentiva fuori dalla sua zona.»
E la distribuzione? Come vi state muovendo?
GREGORIO
La reazione alla visione è sempre stat “è da una settimana che ci penso”. Quello è sempre stato un buon segno. Noi lo abbiamo proposto a credo quasi tutti i distributori italiani, alcuni non hanno risposto, altri hanno risposto dicendo di sì ma non è “commercialista” come direbbe Damiano, poi c’era qualcuno interessato che però non ci credeva quanto noi. Allora abbiamo preso la decisione dell’autodistribuzione. Ora siamo in cinque a lavorarci. È stata una scelta faticosa, impegnativa, ma che ha dato dei bei risultati.
ALEJANDRO
Io lo chiedo a voi: ma voi avete avuto la sensazione di star guardando un documentario? Spesso abbiamo visto che ci sono risate durante il film. Credo che se ti prendi la libertà di ridere, se entri in un rapporto paritario coi personaggi e le persone, allora lì piangi anche.
GREGORIO
Documentario che non dovrebbe più essere chiamato documentario, ma film.

ALEJANDRO
C’è un problema filosofico alla base: che è sto documentario?
Cioè noi viviamo in un’epoca in cui possiamo comprare un giornale come “Il fatto quotidiano” che si assume la responsabilità di dire che io riporto i fatti. Ma cos’è il fatto? In un film poi, cos’è un fatto? Con “F for fake” Welles aveva già detto tutto. È tutto un grande gioco di illusioni. La finzione può essere tranquillamente più vera del reale. Per me Damiano che si brucia la torre, che è finzione, un collage di immagini, è più vero della realtà, ha più senso. Il vero documento è la nostra percezione della realtà.
Claudio Morici fa un podcast che dice “Scrittori pazzi che ci hanno slavato la vita”, noi siamo convinti che Damiano nella sua tragicità e follia possa salvarci la vita.
Questa sua spinta verso il futuro, verso la luce, un puntino bianco nell’inferno, lui che ha vissuto cose che non potremmo sopportare e vive in una realtà che non potremmo sopportare. È ispirante che lui si rivolga sempre verso la fiducia che le cose andranno meglio, voler vivere.
Lui non è soddisfatto dall’usare un linguaggio già usato, è spinto dall’usare linguaggi nuovi: dall’inventare parole, dal modo in cui si veste, dalla canzone viscerale che sgorga da un abisso che noi rifiutiamo. Tutta questa roba andrebbe inserita nella “malattia dell’ostrica” di Jasper. Noi dell’ostrica prendiamo la perla, ci imbellettiamo con essa, ma ci dimentichiamo che la perla è la reazione alla malattia dell’ostrica che forma la perla.
Secondo noi Damiano è uno di quegli artisti che ti salva la vita, come Alda Merini che è stata in un manicomio per trent’anni.
GREGORIO
È una scelta di vita dettata anche spesso solo da follia. O magari si vive in strada per giustificare la propria condizione. C’è anche un orgoglio della strada. Ci sto per scelta e loro provano anche a dire questo.




