Né Terence Hill né Raoul Bova, chi ha rifiutato la parte agli inizi

Francesca Testa

Ottobre 16, 2025

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Una curiosità che pochi conoscono: all’origine di Don Matteo c’era un nome inaspettato, pronto a vestire i panni del sacerdote detective più famoso della TV italiana.

Certe sliding doors del mondo dello spettacolo fanno davvero sorridere. Si sa che Don Matteo è sinonimo di Terence Hill, e più di recente di Raoul Bova, ma pochi sanno che, agli esordi del progetto, un altro volto avrebbe potuto indossare la tonaca del parroco investigatore. Un volto molto noto al pubblico televisivo, ma in tutt’altro ruolo: quello di conduttore.

È curioso pensare che, dietro una delle serie più amate della Rai, ci sia anche un “no” che ha cambiato la storia della fiction italiana. Un rifiuto dettato non da scetticismo o mancanza di fiducia, ma da ragioni profondamente personali. L’uomo in questione, infatti, non solo aveva capito da subito il potenziale del progetto, ma era consapevole che quel personaggio avrebbe lasciato il segno. 

Il racconto del protagonista inaspettato

Il protagonista di questo retroscena inaspettato è Giancarlo Magalli, che – ironia della sorte – è finalmente entrato nel mondo di Don Matteo, anche se con un abito diverso: quello del vescovo di Spoleto. È stato lui stesso a raccontare durante un’ intervista rilasciata a TV Sorrisi e Canzoni, come, nel lontano 1999, gli fosse stato proposto il ruolo che poi rese celebre Terence Hill. “Leggendo le sceneggiature avevo capito che la serie sarebbe stata un successo. Poi chiesi il piano di lavorazione e a quel punto realizzai che non avrei potuto farlo”, ha spiegato. Le otto mesi di riprese a Gubbio, furono per lui dunque un ostacolo insormontabile: una figlia piccola, una famiglia a Roma, e nessuna intenzione di passare tanto tempo lontano da casa.

Non si trattava, insomma, di una questione di carriera, ma di scelte di vita. Magalli, abituato agli studi televisivi e a un ritmo frenetico ma cittadino, decise di rinunciare con dispiacere ma senza rimpianti. “Rinunciai con dispiacere ma non mi sono pentito, anche perché non volevo smettere di fare il conduttore. Diciamo che ho fatto del bene a Terence Hill”, ha scherzato, con la consueta ironia che lo contraddistingue.

Oggi, a distanza di più di vent’anni, il cerchio si chiude: Magalli entra finalmente nel mondo della serie, interpretando un vescovo bonario e paterno che accompagna il nuovo sacerdote, don Massimo, interpretato da Raoul Bova. Il suo personaggio è una guida saggia e affettuosa,sempre in prima fila a consolare e incoraggiare nei momenti difficili, con quella dolcezza che solo un pastore di anime può avere.

Nel raccontare questa esperienza, Magalli ha rievocato i suoi anni di scuola tra i gesuiti e i ricordi di professori più comprensivi dei preti stessi. “Di sacerdoti ne ho conosciuti tanti, sono andato a scuola dai preti dalle elementari fino alla Maturità, prima all’Istituto Massimo, dove ero in classe con Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo, e poi al Collegio Nazareno. Però uno come il mio vescovo mai, erano più buoni i professori laici. Ne ricordo uno in particolare, il professor Pietro Longo: lui sì che sembrava un vescovo, ma in borghese. È proprio vero che l’abito non fa il monaco! Ecco, se dovessi pensare a un nome per il mio vescovo lo chiamerei Pietro, come omaggio al professor Longo.” Ha confidato, lasciando intravedere una nota di tenerezza dietro le sue battute.

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