Eddington è un film di mani. Ci sono tantissimi dettagli di mani in questo film. Al punto che si arriva perfino, giunti a una certa porzione della storia, a riconoscerne i proprietari. Non sono però mani immobili, in attesa di un gesto improvviso da compiere. Come quelle serafiche e nervose che si susseguono nel montaggio serrato del triello finale ne Il buono, il brutto e il cattivo. Sono mani, queste di Eddington, che compiono un’azione, sempre la stessa, in ogni inquadratura. Scrollano.
Eddington e il ruolo dei social nel western contemporaneo
In L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford il direttore della fotografia Roger Deakins decise di adottare delle lenti tilt-shift per configurare lo stile visivo del film. Si tratta di lenti con il piano focale inclinato (tilt) rispetto al sensore della macchina da presa, che consentirono di avere solamente una porzione (quella centrale) dell’inquadratura a fuoco, mentre tutto il resto cadeva in una morbida sfocatura. Questo consentì di creare delle immagini simili a quelle vecchie fotografie su lastre di vetro tipiche del periodo in cui il film si ambienta (seconda metà dell’Ottocento).
Cosa succede però se questa filologica ricostruzione delle immagini deve avvenire ancora una volta per un western, ma ambientato nell’epoca del COVID?
Si sarà posto questa domanda Ari Aster nel momento in cui ha deciso di mettersi a lavoro su questo suo progetto di vecchia data?
Se sì, la risposta che sembrerebbe essersi dato è in realtà anche la più logica: un’estetica che ha al suo centro l’uso dei social.

Lasciando le ipocrisie da parte, è bene ricordare che il doomscrolling, l’incessante scorrere di contenuti sui social come movimento meccanico che dà la sensazione di essere intrattenuti, esisteva anche prima del COVID. Quello che forse si potrebbe affermare con moderata certezza è che la pandemia altro non ha fatto che accelerare l’adozione di questa abitudine. C’era il bisogno, confinati nelle proprie case, di sentirsi intrattenuti. L’intrattenimento (o presunto tale) è arrivato. Ma è arrivata anche la politica, pronta a colonizzare gli spazi digitali abitati da potenziali elettori. Anche qui, nessuna novità. Trump vinse le elezioni del 2016 con una feroce campagna basata sui social media cambiandone, probabilmente per sempre, e probabilmente in peggio, il rapporto con la politica.

Con il COVID questa relazione ha subito deformazioni perverse. Per il vecchio adagio secondo cui ogni cosa è politica, e non ci si può più fidare dei media “tradizionali”, anche quando sono controllati da coloro per cui si vota e che già governano, il social media è diventato per molti il luogo in cui trovare le risposte nascoste dal deep state, del cui termine, ad oggi, manca ancora una definizione precisa.
E quindi via con tutte le verità nascoste ora finalmente rivelate. Il virus è stato creato in laboratorio dai cinesi, o forse dagli americani. Il 5G non è usato per trasmettere dati, ma per diffondere il virus, causandone in pochi mesi la dispersione in tutto il globo. I poteri forti hanno architettato tutto per avere il controllo totale sulla vita delle persone. In qualche modo, qui e là, sicuramente c’entra anche Bill Gates.
Ciò che Eddington prova quindi a fare è ricreare questa frenesia nel suo microcosmo, la cittadina del New Mexico che dà il titolo al film, e che contiene al suo interno tutti gli Stati Uniti e, per la natura così globalizzante dei social media, il mondo intero.
Abbiamo lo sceriffo Joe (Joaquin Phoenix), candidato sindaco e promotore di teorie cospirazioniste. La moglie Louise (Emma Stone), melanconica e facilmente manipolabile da quelle sette new age che promettono il Paradiso. E in concomitanza alla campagna elettorale di Joe e dell’attuale sindaco progressista Ted (Pedro Pascal), viene anche assassinato George Floyd, scatenando sui social un’indignazione travolgente, che poi riecheggia anche nel mondo reale, e quindi nella stessa Eddington.

Perché Eddington è un western?
C’è questo e molto altro in Eddington.
Forse troppo.
Ma è un “troppo” senz’altro consapevole e, soprattutto, coerente con quel diluvio di notizie e opinioni che hanno riempito(?) le ore di chi era confinato. Con quel rumore di fondo che si stagliava ogni giorno nella materia cerebrale delle persone. Quel rumore che poi ritornava incessante in tanti momenti della giornata, facendo percepire tutto come collegato con ogni altra cosa. E che soffocava qualsiasi principio di interesse verso un determinato argomento per via del sopraggiungere di uno nuovo.
Questa è la sensazione costante che si ha quando si guarda Eddington, in cui il social network diventa il congegno perfetto di foreshadowing di qualsiasi elemento narrativo futuro.
Perché il western per raccontare tutto questo?
Probabilmente Eddington è un film pessimista, ma non per i motivi più superficiali inerenti strettamente alla trama. Il cinema, soprattutto quello americano, è un cinema di mitologia. Un cinema che spesso è stato lontano da quello del reale, per forma e contenuti. Spesso è stato persino revisionista, consapevole del potere che le immagini (quelle belle, quelle importanti) hanno nel plasmare un immaginario, e che quindi sono in grado addirittura di riscrivere la Storia, qualche volta. Il cinema che rappresenta la mitologia americana per eccellenza è, come diceva Leone, il western.

In Eddington rimangono solo delle mani
«Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.», chiosava un personaggio verso la fine de L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford, a dimostrare la centralità nella cultura americana dell’aspetto mitologico. Vi è una sua ricerca quasi necessaria nelle storie, poco importa se vere o false, per poter trovare quantomeno un accenno di senso, una morale, un principio per cui vivere.
Eddington è un film pessimista proprio per questo.
È un film che inserisce il rumore social nello spazio una volta occupato dal perturbante mitologico, che ammaliava e si permetteva anche di fungere da sostituto della Storia. Forse c’entrava davvero Bill Gates in quella storiaccia del COVID. Ma a decretarlo è stato un gruppo su Facebook. Non ci sono più cavalli in Eddington. Solo dei SUV con il porta-computer sul lato passeggeri, in modo tale da poter seguire sempre le dirette dei propri divulgatori preferiti. Non ci sono più i tramonti romantici verso cui cavalcare. Né quei personaggi, a volte anche un po’ all’antica, che però incarnano una morale “più alta”, verso cui il pubblico possa attingere.
Rimangono solo delle mani, che, nei momenti difficili, velocemente, quasi di riflesso, estraggono uno smartphone.
E scrollano.




