2 novembre 1906, nasce Luchino Visconti.
2 novembre 1975, muore Pier Paolo Pasolini.
Due autori che hanno sfidato il potere dell’immagine.
Due autori che hanno trasformato il cinema in una forma di resistenza, in direzione della verità sociale e della marginalità.
Due autori segnati dalla censura.

Per quanto profondamente diversi, oltre all’amicizia – «perché, sia ben chiaro, che io non riesco a non considerarti mio amico, e non riesco a non considerare me stesso tuo amico», dirà Pasolini a Visconti in una lettera -, il legame che unisce i due autori è l’indissolubile pedinamento della censura dall’inizio delle loro carriere cinematografiche.
Ossessione (1943), film considerato la nascita del neorealismo italiano e primo film di Visconti, viene ritirato, non per attacchi diretti al regime, ma per la presenza di contenuti considerati “scandalosi” da parte del fascismo e della Chiesa, quali l’accenno di omosessualità tra due personaggi e, soprattutto, del regista stesso. Il film venne distrutto dalla Repubblica di Salò, ma Visconti riuscì a nascondere una bobina fino alla fine della guerra.
Era solo l’inizio di una lunga storia di censura preventiva, dove la repressione rispondeva al sospetto.

Accattone (1961), primo film di Pasolini, dopo essere stato presentato a Venezia, e dopo l’attacco di un gruppo neofascista con bottiglie di inchiostro sullo schermo all’anteprima a Roma, viene immediatamente bloccato in sede di censura e ritirato da tutte le sale italiane.
La motivazione? Una scandalosa rappresentazione della vita ai margini della società italiana, tra prostituzione e violenza, che minava il decoro e la morale comune italiana.

2 novembre 1960.
La Commissione per la censura, dopo le contestazioni a Venezia per il mancato Leone d’Oro viziato da pressioni sulla giuria, revisiona Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Ne autorizza la proiezione, ma a condizioni precise: le scene “scandalose”, giudicate di natura troppo violenta e sessuale, non vengono tagliate, bensì oscurate durante lo spettacolo, lasciando al proiezionista il potere di decidere cosa mostrare e cosa negare.
Oscurando alcune scene di Rocco e i suoi fratelli, il pubblico poteva ancora vedere un film completo, con la sua denuncia sociale. Ma la censura ha comunque raggiunto i suoi tre diabolici obiettivi: ha intimidito i produttori, che prima di realizzare un’opera simile ci penseranno due volte; ha indirizzato male il pubblico, attirato più dallo scandalo che dal contenuto; e ha screditato il regista, rendendo meno credibile la sua voce.

E proprio rispetto a questo caso, alla sezione PCI di Cinecittà, nel dicembre 1960, a un dibattito sulla censura, Pier Paolo Pasolini prese parola:
«L’unica arma che non è completamente nelle mani della classe dirigente è il cinematografo, perché il cinematografo lo fa Luchino Visconti, lo faccio anch’io, cioè lo fanno delle persone che non sono dalla parte della classe dirigente, della classe dominante italiana di questi anni.»
Visconti e Pasolini sono stati censurati perché rivelavano la verità dietro l’immagine.
Oggi, in un tempo che confonde il visibile con il vero e in cui il falso è tutto, il cinema ha di nuovo bisogno di una voce che non tace.




