A metà degli anni Ottanta, Eric Roberts era uno dei nomi più promettenti di Hollywood. Fascino ribelle, recitazione intensa, uno sguardo magnetico che catturava l’obiettivo. Nel 1985 ottenne una candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista per A 30 secondi dalla fine, un ruolo che sembrava proiettarlo verso una carriera da protagonista. Ma la promessa del cinema americano finì presto per scontrarsi con un nemico invisibile e devastante: la cocaina.
Dietro le quinte del successo, Roberts viveva un’esistenza sempre più caotica. Le sue interpretazioni continuavano a brillare, ma fuori dal set la dipendenza cresceva, minando rapporti, contratti e fiducia. «Era ovunque, impossibile evitarla», ha raccontato anni dopo. Una frase che riassume la Hollywood di quegli anni, dove il confine tra genio e autodistruzione era spesso sottile.
Fratello maggiore e padre mancato
Eric era l’anima inquieta di una famiglia che avrebbe segnato la storia del cinema. Fu lui, undici anni più grande, ad aprire a Julia Roberts le porte dei primi set. Quando la sorella iniziò a muovere i primi passi nel mondo del cinema, Eric era già un volto noto. Poi le parti si invertirono: mentre Julia conquistava il mondo con Pretty Woman, Eric perdeva la custodia della figlia Emma, oggi attrice affermata, a causa dei suoi problemi di droga.
Nella sua autobiografia Runaway Train: or, The Story of My Life So Far, l’attore ammette con lucidità gli errori che gli hanno distrutto la carriera e la famiglia. Chiede perdono pubblicamente alla sorella e alla figlia, riconoscendo che l’orgoglio e la dipendenza sono stati i veri antagonisti della sua vita. «Se non fosse stato per me, oggi non esisterebbero né Julia né Emma», dichiarò una volta con arroganza. Oggi definisce quelle parole “false e stupide”.

Dopo il declino, Roberts ha ricominciato da zero. La sua filmografia supera oggi i 700 titoli: film indipendenti, serie televisive, doppiaggi, ruoli minori. Un mosaico di lavori che raccontano la resilienza di chi non ha smesso di amare il cinema, anche quando il cinema sembrava averlo dimenticato.
Accanto a lui, la moglie Eliza Garrett, che fu anche sua manager, lo ha aiutato a restare a galla, trasformando la sopravvivenza in mestiere. Roberts non ha più toccato la vetta degli Oscar, ma ha trovato un suo equilibrio in un’industria che raramente perdona.
Oggi Eric Roberts vive una sorta di quieta redenzione. Mantiene un rapporto “di amicizia via mail” con Julia, e segue da lontano la carriera di Emma. Sa di essere ricordato più come “il fratello di” o “il padre di”, ma lo accetta con un misto di ironia e malinconia.
Il suo percorso resta un promemoria potente: il talento può aprire qualsiasi porta, ma è la disciplina a mantenerla aperta. Eric Roberts non ha avuto la carriera che meritava, ma la sua storia, segnata da cadute e ripartenze, rimane una delle più umane e sincere che Hollywood abbia mai raccontato.




