Crescere è anche smettere di idealizzare il Natale – da Mamma ho perso l’aereo a Parenti serpenti

Sara De Pascale

Dicembre 24, 2025

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Il Natale in famiglia lo detesti finché non ti manca.

Il concetto di famiglia oggi è discusso, frammentato e giustamente ripensato.
Forse, dovremmo iniziare a considerare la famiglia come a quel gruppo d’amore da cui vorremmo sentirci circondati proprio la notte di Natale.

«Ogni volta il cuore mi si rompe in due
Quando torno a casa e trovo tutto uguale
Tranne mamma e babbo che continuano a invecchiare
Il tempo è un treno perso nei pensieri suoi
Ma stasera ha detto che può rallentare.
Anche il gatto solitario come noi
Ha messo un osso dove dorme il cane
È la notte di Natale»

(Lucio Corsi, Notte di Natale)

Amiamo i simboli, viviamo per trovarne di nuovi che ci rappresentino e di vecchi verso cui proiettare le nostre nostalgie.

Nel mese di dicembre, Mamma ho perso l’aereo è uno dei nostri simboli d’infanzia preferiti.
In una sola ora e mezza un bambino di otto anni esaudisce i nostri desideri di indipendenza e ammette anche a sé stesso che l’amore, quando non c’è, ti manca.

Mamma ho perso l’aereo

Kevin McCallister vuole vivere da solo. Vuole il suo spazio.
Vuole mangiare la sua pizza al formaggio in santa pace, senza che nessuno gliene rubi nemmeno un trancio.

Kevin McCallister ha otto anni e chiunque a otto anni ha sognato di vivere da sola.
Lui, per un paio di giorni, ci riesce.
In Mamma ho perso l’aereo Kevin ha avverato quello che tutti, precocemente, desideravamo, e vive molto meglio di tutto quello sgangherato sistema adulto che lo circonda.

Mamma ho perso l’aereo è un consapevole rifugio: sta alla nostra generazione come l’odore dei cenoni di Natale d’infanzia sta alle fredde mattine di dicembre che attraversiamo da adulti.

Mamma ho perso l’aereo

«Io non voglio andare in giro da solo.
È la notte di Natale anche per me.»

(Calcutta, Natalios)


Amiamo Mamma ho perso l’aereo perché ci riporta ad un tempo e ad un luogo sicuro. Kevin Mccallister è l’ultimo bambino ad aver vissuto la sua infanzia senza dispositivi che gli rubassero l’attenzione, a sapersi annoiare davanti a vecchi film proibiti e violenti.

Kevin è la speranza del Natale passato di cui vorremmo trovare traccia, ostinatamente, anche nel Natale presente. 

Macaulay Kulkin, cresciuto

«Quando torno dai miei genitori per le feste succede sempre qualcosa di molto strano. Più invecchio e più mi sorprendo davanti al ripetersi annuale di questo fenomeno: nel momento in cui supero la soglia della casa in cui sono cresciuta, torno a essere un’adolescente.»

(Anna Martin, Sei consigli per sopportare le feste con i parenti)

D’altro canto, quando cresciamo iniziamo a guardare con occhi diversi quello che da bambini davamo per assoluto: la nostra famiglia.

«E la gente?
Non avete pensato a cosa direbbe la gente?!»

Milena, Parenti serpenti

Parenti Serpenti

Durante le vacanze di Natale ci troviamo a distanza ravvicinata dai più antichi rituali della nostra vita: le cene con i parenti.

Momenti di pura tensione emotiva dove ci muoviamo fra i cocci delle emotività irrisolte dei nostri genitori, commenti sgradevoli di zii dalla visione politica discutibile e sigarette fumate di nascosto con quei cugini che restano, nonostante tutto, i nostri ultimi alleati affettivi.

Il vero imprescindibile film natalizio per quando si è cresciuti diventa Parenti Serpenti, di Mario Monicelli.

Il Natale di Parenti Serpenti è un luogo di convivenza forzata. Un tempo di tradizione mantenuta tale solo per il costume borghese -tutto italiano- che si indossa durante le feste.

Parenti Serpenti

La realtà di Monicelli è cinica: i parenti si detestano, si tradiscono. Nessuno ha voglia di essere dove si trova e tantomeno di prendersi responsabilità emotive e pratiche nei confronti del prossimo.  

In Parenti serpenti il Natale non salva, non ricompone, non addolcisce. Espone.
È un dispositivo crudele che obbliga alla vicinanza, facendo emergere tutto ciò che durante l’anno si tiene a distanza: rancori, egoismi, paure di invecchiare e di farsi carico della fragilità altrui.

«Sarei potuto cadere nella trappola che ci impone di amare i nostri genitori qualunque cosa facciano.
L’istinto del gregge ci fa desiderare, quando i nostri antenati sono imperfetti, di rimanere emotivamente legati a loro per tutta la vita, chiedendogli di darci quello che avrebbero dovuto darci.»

(Jodorowsky, Intervista: famiglie tossiche)

Natale in casa Cupiello

Se Mamma ho perso l’aereo racconta il desiderio infantile di sparire dalla famiglia per poi tornarvi perché, alla fine, fra le mura domestiche tutto andrà bene se si sta insieme, Parenti serpenti mette in scena l’incubo adulto di restarci intrappolati.

Due estremi dello stesso racconto: crescere significa anche smettere di idealizzare la casa come luogo naturalmente sicuro e iniziare a riconoscerla per quello che è davvero: uno spazio emotivo complesso, a volte irrisolto, altre volte riferimento della nostra identità.

Mamma ho perso l’aereo

Forse è per questo che continuiamo a tornare a questi film ogni dicembre.
Non perché parlano di Natale, ma perché parlano del tempo: di ciò che perdiamo crescendo e di ciò che continuiamo a cercare. Un’idea di famiglia che non sia solo sangue o abitudine, ma una scelta consapevole, possibile, anche se imperfetta.

Anche se detestiamo ammetterlo, è proprio durante questi giorni che misuriamo quanto ci manca – o ci pesa – l’amore.

E comunque, per evitare stufe a gas difettose, qui lascio i sei consigli di Anna Martin su come sopportare le feste con i parenti.

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