Peter Fonda: l’uomo che non riuscì mai a essere solo il figlio di Henry

Francesca Testa

23.02.2026

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Capitano di una sola rivoluzione, portatore di un cognome ingombrante, autore di una delle idee più fertili che Hollywood abbia mai ospitato.


Il peso di un nome

Peter Henry Fonda nacque il 23 febbraio 1940 a New York, figlio di uno degli attori più venerati d’America e fratello di un’altra star destinata a diventare simbolo politico di un’intera generazione. Crescere come figlio di Henry Fonda — l’uomo che il cinema americano avrebbe poi consacrato al sesto posto nella lista dei più grandi attori di sempre — significava portarsi dietro una reputazione non guadagnata, uno sguardo permanentemente comparativo. La macchina di Hollywood tendeva a inquadrarlo in quel frame, a vederlo come appendice, erede, variazione sul tema. Ci volle un chopper modificato, una strada che attraversava il Nuovo Messico e un budget di meno di 400.000 dollari per rompere quel frame definitivamente.

Prima di arrivare lì, però, ci fu una formazione tutt’altro che privilegiata nel senso emotivo del termine: la madre Frances Seymour Brokaw morì quando Peter aveva dieci anni, in circostanze che il padre tenne nascoste ai figli per anni. Una ferita che Peter raccontò nella sua autobiografia, Don’t Tell Dad — titolo che già da solo dice tutto sulla distanza che separava padre e figlio, e sul silenzio come modalità di sopravvivenza familiare.

I selvaggi, Roger Corman e la strada verso Easy Rider

La carriera di Fonda nei primi anni Sessanta segue un percorso prevedibile: ruoli da co-protagonista, la scuola di recitazione a Omaha, il debutto a Broadway in Blood, Sweat and Stanley Poole, poi Hollywood e il talento riconosciuto da Robert Rossen, che lo volle in Lilith nel 1964. Ma è con Roger Corman che qualcosa si muove in una direzione diversa. I selvaggi (1966) gli offre il primo ruolo legato alla controcultura emergente — Heavenly Blues, leader di una banda di motociclisti — e pianta il seme di quello che verrà. Il film non è un capolavoro, ma è un laboratorio: Fonda osserva, accumula, e da una foto di scena in cui compare in moto accanto a Bruce Dern ricava l’idea che cambierà la sua vita.

L’arresto sulla Sunset Strip

Nel novembre del 1966, Fonda viene arrestato durante gli scontri alla Sunset Strip, una delle notti più cariche di tensione tra polizia e giovani di Los Angeles. Dichiarò di trovarsi lì per filmare i disordini, e fu rilasciato senza accuse. I Buffalo Springfield scrissero For What It’s Worth ispirandosi a quella notte. Fonda era nel mezzo, come spesso gli capitava — non del tutto attore, non del tutto attivista, ma presente dove la storia stava accadendo.

Easy Rider: il film che non doveva durare

L’idea per Easy Rider nasce in modo quasi accidentale, come spesso accade alle intuizioni che reggono il tempo. Fonda convinse Dennis Hopper a dirigere promettendogli carta bianca, scrissero insieme la sceneggiatura — con Terry Southern — senza un copione definitivo, girarono in 16mm in parte, improvvisarono dialoghi su strade reali, comprarono quattro Harley-Davidson Hydra Glide a un’asta della polizia per 500 dollari l’una dopo che il marchio si rifiutò di fornire le moto ufficialmente, temendo danni all’immagine. La colonna sonora usava brani già esistenti — da Jimi Hendrix a Bob Dylan interpretato dai Byrds — in un’epoca in cui questa scelta era tutt’altro che scontata.

Uscì il 14 luglio 1969 al Beckman di New York, dopo il passaggio a Cannes dove vinse il premio per la miglior opera prima. Incassò milioni. Due nomination all’Oscar — sceneggiatura originale per Fonda, attore non protagonista per Jack Nicholson, alla sua prima vera esposizione internazionale. Nel 1998 il National Film Registry lo inserì nella lista dei film da conservare per la loro rilevanza culturale, storica ed estetica. La giacca con la bandiera americana che Fonda indossò girando a vuoto per una settimana nelle strade di Los Angeles prima dell’inizio delle riprese — per abituarsi alla moto — finì all’asta nel 2007 insieme ad altri cimeli.

Fonda disse in un’intervista che all’inizio il successo fu quasi imbarazzante. Non era più il figlio di Henry, ma non era ancora Peter: era Captain America, e la differenza tra i due lo avrebbe occupato per il resto della carriera.

Il problema di sopravvivere al proprio apice

La traiettoria successiva di Fonda descrive una parabola comune a chi ha cambiato le regole del gioco in un momento preciso e poi ha dovuto convivere con quell’atto. Tentò la regia: Il ritorno di Harry Collings (1971) e Idaho Transfer (1973) sono opere interessanti, mai abbastanza celebrate. Wanda Nevada (1979), che diresse e in cui recitò con il padre Henry — l’unica volta che i due lavorarono insieme su un set — rimase un episodio isolato, quasi privato.

La nomination all’Oscar come miglior attore arrivò nel 1997 per L’oro di Ulisse, accanto a un Golden Globe vinto nella stessa occasione. Una riconferma tardiva, apprezzata ma percepita come riparatoria più che come riconoscimento organico di una carriera. Lavorò in blockbuster come Ocean’s Twelve (2004) e nel villain di Ghost Rider (2007), ruoli che sfruttavano la sua faccia più che la sua profondità. Era un attore troppo legato a un’immagine per essere usato davvero fuori da essa.

L’eredità che conta

Morì a Los Angeles il 16 agosto 2019, a 79 anni, per insufficienza respiratoria causata da un tumore ai polmoni. Sua sorella Jane disse di essere devastata. La famiglia invitò i fan a brindare alla libertà in suo onore — una frase che suona retorica finché non si considera che era esattamente quello che Fonda aveva sempre fatto, brindare alla libertà nel modo più concreto disponibile: produrre un film con niente, raccontare qualcosa che nessuno voleva sentire, e farlo in modo così preciso da renderlo impossibile da ignorare.

Peter Fonda ha ispirato anche una canzone dei Beatles: durante una festa in cui John Lennon stava avendo un’esperienza difficile con l’LSD, Fonda gli si avvicinò e disse “I know what it’s like to be dead” — so cosa si prova a essere morti, riferendosi a un incidente di quando era bambino. Lennon rimase colpito dalla frase, la mise in She Said She Said (1966). Quando Fonda se ne rese conto, anni dopo, disse di essere rimasto scioccato. Non era un attore che aveva recitato una scena. Era una voce che aveva detto la cosa giusta al momento giusto, e quella voce era diventata musica.

Easy Rider ha reso possibile il New Hollywood. Senza quei 400.000 dollari spesi su strade reali, senza quella sceneggiatura aperta e quella colonna sonora rubata alla radio, Coppola, Scorsese, Ashby, Cassavetes avrebbero trovato un sistema più resistente davanti a loro. Fonda non è un precursore nel senso accademico del termine — è qualcuno che aprì una porta fisicamente, con la spalla, senza sapere bene cosa ci fosse dall’altra parte.

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