İlker Çatak vince con un film sulla repressione degli artisti in Turchia, mentre Wim Wenders tenta di tenere la giuria lontana dalle dichiarazioni e il palco si trasforma in tribuna.
Il film vincitore e il peso di una scelta
La 76ª Berlinale si è chiusa il 21 febbraio 2026 e il verdetto della giuria è stato netto: Orso d’Oro a Yellow Letters (Gelbe Briefe) di İlker Çatak, regista turco-tedesco già noto per La Sala Professori — quel film del 2023 candidato all’Oscar che raccontava una professoressa travolta da un’accusa di plagio e da una scuola che si chiude su sé stessa. Yellow Letters sposta la stessa logica di pressione istituzionale in un contesto più esplicitamente politico: Derya, attrice di successo, e Aziz, accademico e drammaturgo, vengono banditi dalle istituzioni culturali di Ankara a causa delle loro posizioni critiche. Perdono lavoro e prospettive in pochi giorni, si trasferiscono a Istanbul con la figlia adolescente, aspettano un processo. Il film osserva come quella pressione si insinui nel matrimonio fino a trasformarlo.
Wim Wenders, presidente di giuria, ha definito il film “una premonizione terrificante, uno sguardo su un futuro prossimo che potrebbe verificarsi anche nei nostri paesi”. Il film uscirà in Italia distribuito da Lucky Red, che aveva già portato qui La Sala Professori.
Il palmarès completo
Il Gran Premio della Giuria è andato a Salvation (Kurtuluş) di Emin Alper, dramma turco ambientato in una regione segnata da conflitto, dove la disputa per un territorio diventa lo specchio della costruzione del potere attraverso paura e religione. Alper, ritirando il premio, ha nominato esplicitamente gli oppositori politici incarcerati in Turchia.
L’Orso d’Argento Premio della Giuria è andato a Queen at Sea di Lance Hammer, con Juliette Binoche nel ruolo di una donna che si prende cura della madre con demenza. Lo stesso film ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Interpretazione Non Protagonista condiviso tra Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay.
La Miglior Regia è andata a Grant Gee per Everybody Digs Bill Evans, ritratto del pianista jazz americano lontano dal formato celebrativo — un film che sceglie il tono raccolto e privilegia le fragilità sulla leggenda.
Sandra Hüller ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Interpretazione Protagonista grazie a Rose di Markus Schleinzer, dramma in bianco e nero ambientato nella Germania rurale del XVII secolo in cui una donna assume un’identità maschile per sottrarsi al patriarcato. È il suo secondo Orso — il primo era arrivato nel 2006 per Requiem.
La Miglior Sceneggiatura è andata a Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles. Il Contributo Artistico Eccezionale a Yo (Love Is a Rebellious Bird) di Anna Fitch e Banker White. Il Premio per il Miglior Documentario a Traces di Alisa Kovalenko e Marysia Nikitiuk. La Miglior Opera Prima — cinquantamila euro di premio — a Chronicles from the Siege di Abdallah Alkhatib.
L’edizione che non poteva non essere politica
Tricia Tuttle, al suo secondo anno alla direzione della Berlinale, aveva costruito un programma deliberatamente autoriale, con poche star e cinematografie non tradizionali al centro. Il risultato è stato un’edizione compatta ma difficile da ignorare, non tanto per i film — che hanno tenuto — quanto per quello che è successo attorno.
Wenders aveva dichiarato all’inizio che la giuria “deve restare fuori dalla politica”. La risposta era arrivata in poche ore: una lettera aperta firmata da Mike Leigh, Tilda Swinton, Javier Bardem e Mark Ruffalo, tra gli altri, criticava il silenzio della Berlinale sul conflitto a Gaza. La cerimonia di chiusura si è trasformata in una sequenza di discorsi: Alkhatib, premiato per le Chronicles from the Siege, ha preso la parola contro la Berlinale, contro il governo tedesco, contro quello israeliano. Jafar Panahi, il regista iraniano dissidente vincitore della Palma d’Oro a Cannes, ha parlato della repressione delle proteste in Iran. Tuttle ha risposto difendendo il diritto di parola: “Rispettiamo le persone che si esprimono apertamente perché ci vuole molto coraggio per farlo.”
Il palmarès, a conti fatti, rispecchia quella tensione senza risolverla. Un Orso d’Oro sulla repressione politica degli artisti, in un’edizione segnata dalla repressione politica reale discussa dal vivo sul palco.




