Lo Scuru, bianco e nero al cinema per il debutto di G. William Lombardo: suggestione e devozione di una Sicilia arcaica

Francesca Testa

26.02.2026

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Bianco e nero, incubi, caporalato e riti dello Juju: il palermitano Giuseppe William Lombardo porta al cinema una Sicilia arcaica che non fa sconti.

L’oscurità come punto di partenza

Lo scuru in dialetto siciliano significa semplicemente “l’oscurità”, e Lombardo non usa la parola per metafora: è una condizione fisica, mentale, ereditata. Il film, distribuito da Academy Two, segna l’esordio nel lungometraggio di un regista palermitano classe 1994 che arriva da un percorso non convenzionale — prima aiuto regista in teatro con Claudio Longhi e Roberta Torre, poi una manciata di cortometraggi, poi direttamente qui.

La storia viene dall’omonimo romanzo di Orazio Labbate, edito da Bompiani, adattato in sceneggiatura da Pietro Seghetti. Raz — interpretato da Fabrizio Falco — è un giovane che vive da qualche parte nel “continente”, lontano dal Sud in cui è cresciuto, tormentato da incubi e visioni che i medici hanno archiviato sotto la voce schizofrenia. Non riesce più a guardarsi allo specchio. Decide di tornare in Sicilia, a Butera, paese dell’entroterra, nella convinzione — o nel timore — che l’origine di tutto sia lì.

Butera, i pozzi di estrazione, la majara

Butera non è la Sicilia delle cartoline. È un paese dell’entroterra gelese, circondato da un paesaggio arido e industriale che sa di campagna e provincia insieme, segnato dalle sagome metalliche dei pozzi di estrazione petrolifera — dettaglio visivo che Lombardo usa con consapevolezza, come simbolo di una terra sfruttata in profondità, fino alle radici. Le riprese si sono svolte tra Butera e Gela dal 27 maggio al 22 giugno 2024, 107 minuti di girato in un bianco e nero che la direttrice della fotografia Sara Purgatorio costruisce su contrasti estremi: bianchi abbaglianti, come solo la Sicilia d’estate sa dare, e neri che inghiottono le figure.

Il riferimento dichiarato è Ferdinando Scianna — il fotografo di Bagheria che ha passato decenni a documentare processioni, riti, volti dell’isola — ma c’è anche tanto Sebastião Salgado nel modo in cui la fotografia tratta la luce come materia dura. E dietro l’estetica, inevitabilmente, i film di Ciprì e Maresco, il cinema meridionale che non cerca la bellezza ma la osserva comunque emergere dal degrado.

A Butera, Raz ritrova la madre Teresa, Simona Malato, segregata in casa da una follia che somiglia troppo alla sua per essere casuale. C’è Padre Manfredi, il prete che popola i suoi incubi. C’è Nitto, figura ambigua con il volto di Fabrizio Ferracane, che sembra volerlo proteggere ma trattiene qualcosa. E poi arriva lei: una ragazza africana i cui riti pagani dello Juju — culto dell’Africa occidentale basato su oggetti-talismano e maledizioni — rispecchiano stranamente il trauma infantile del protagonista.

LO SCURU

Gotico mediterraneo, non folklore da turismo

Il genere in cui Lo Scuru si colloca è il folk horror nella sua variante meridionale, quello che alcuni critici chiamano già “gotico mediterraneo” — una categoria che il cinema italiano ha esplorato poco rispetto alla tradizione anglosassone, e che Lombardo usa con padronanza. La comparazione che circola tra le recensioni, a tratti esagerata ma non del tutto fuori luogo, è Cormac McCarthy incrociato con Gesualdo Bufalino: la stessa densità simbolica del primo, la stessa appartenenza a un Sud mitico e ferito del secondo.

Il problema del film non è la mafia. È il caporalato, le campagne siciliane trasformate in nuove piantagioni, una “blackness siciliana” che Lombardo costruisce come critica sociale senza mai farla diventare manifesto. I nuovi siciliani del film sono immigrati che portano con loro le loro colpe e i loro rituali — esattamente come Raz porta i suoi —, e la Sicilia li assorbe tutti nella stessa oscurità ancestrale, senza distinzioni.

Il montaggio, la mente rotta

Il montaggio di Ilario Monti lavora sul frastagliamento della mente di Raz dall’interno: tagli continui, sequenze spezzate, una logica narrativa che segue il ritmo delle visioni più che quello della causa-effetto. È una scelta coerente con l’intenzione di Lombardo di raccontare il disagio mentale dal punto di vista di chi lo vive, non da fuori. La critica su questo punto è stata quasi unanime nel riconoscere una qualità rara: il film non spiega la schizofrenia, la abita.

Le musiche di Santi Pulvirenti — compositore palermitano, come il regista — riportano continuamente a sonorità ancestrali, strumenti della tradizione siciliana che creano tensione senza cedere all’horror convenzionale.

Un’opera prima che non assomiglia a nessun esordio italiano recente

La domanda che il film pone è quella che Lombardo ha dichiarato di portarsi dietro fin dall’inizio: bisogna fuggire dal dolore o accoglierlo? La risposta che Lo Scuru costruisce in 107 minuti è che non c’è alternativa all’attraversamento. La scena-chiave — il padre putativo che chiede a Raz se, bruciando l’oggetto del malocchio e non accadendo nulla, sarebbe capace di guardarsi allo specchio — sposta il conflitto dal talismano al volto, dalla magia alla responsabilità. Il dolore non si elimina con un rituale. Si impara a conviverci.

Il film era già stato presentato all’Efebo d’Oro 2025 a novembre, con le prime recensioni criticamente positive in modo compatto. Per un’opera prima italiana che non appartiene né al cinema di genere commerciale né al film d’autore istituzionale, è un risultato che dice qualcosa.

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