Il capolavoro di William Wyler del 1941, tratto dal dramma di Lillian Hellman, resta una delle rappresentazioni più spietate dell’avidità borghese che Hollywood abbia mai prodotto.
Regina Giddens e l’arte di fare il male con compostezza
La scena più famosa del film dura pochi secondi e non contiene una parola. Horace Giddens — marito malato, uomo onesto, ostacolo economico — si sente mancare, chiede alla moglie Regina di prendergli le medicine. Lei non si muove. Rimane ferma, seduta, con quel volto che Bette Davis trasforma in una maschera di freddo calcolo, e lo guarda salire lentamente le scale verso la sua morte. Wyler inquadra la scena con la macchina da presa in fondo alla stanza: Regina in primo piano, immobile, Horace che sparisce sullo sfondo. È il cinema che si fa letteratura morale.
Piccole Volpi — titolo originale The Little Foxes — esce negli Stati Uniti il 29 agosto 1941 e arriva con nove candidature agli Oscar, senza vincerne nessuna. Un’ingiustizia storica che la critica ha corretto nel tempo, riconoscendo nel film uno dei vertici assoluti del cinema classico americano. La storia parte dal dramma teatrale che Lillian Hellman aveva scritto nel 1939, portato in scena al National Theatre di Broadway con Tallulah Bankhead protagonista: 410 repliche, grande successo. Hellman stessa adattò il testo per lo schermo, mantenendo l’impianto da camera ma costruendo una sceneggiatura che Wyler trasformò in cinema puro.

Wyler, Gregg Toland e la profondità di campo come strumento morale
William Wyler e Bette Davis si conoscevano bene: avevano già lavorato insieme in La figlia del vento (1938) e in La lettera (1940). Il sodalizio professionale era solido, ma su Piccole Volpi i due si scontrarono apertamente. Wyler voleva che la Davis portasse Regina a una sfumatura più ambigua, quasi comprensibile nel suo contesto storico — una donna intrappolata in una società patriarcale che la privava dei diritti economici. La Davis rifiutò. Regina doveva essere una strega senza attenuanti, e la Davis la costruì così: lingua tagliente, occhi fissi, nessuna concessione al sentimento. La tensione tra regista e attrice produsse qualcosa di raro: una performance che non dà allo spettatore nessun appiglio di simpatia, eppure non riesce a smettere di guardare.
La fotografia è di Gregg Toland, lo stesso che nello stesso anno firmò Quarto potere di Orson Welles. L’uso della profondità di campo — con più piani dell’inquadratura a fuoco simultaneamente — divenne oggetto di analisi da parte di André Bazin, che studiò Piccole Volpi come esempio perfetto dello stile «dialettico» di Wyler: la macchina da presa non sceglie per lo spettatore dove guardare, mette tutto in campo e lascia che sia chi guarda a decidere dove posare gli occhi. Una scelta estetica che è anche una posizione etica.
Un dramma sul denaro che parla di ieri come di oggi
La famiglia Hubbard — Regina e i suoi fratelli Ben e Oscar — abita il Sud americano dei primi anni del Novecento, quella Louisiana della transizione tra aristocrazia terriera e borghesia industriale. Vogliono costruire una manifatturiera del cotone, hanno bisogno del capitale di Horace, e quando Horace si rifiuta di partecipare a un affare illegale, orchestrano un piano che passa per il furto, la ricattabilità e infine, appunto, per quella morte che nessuno ha tecnicamente causato. Il film non condanna con la voce narrante né con la musica: lascia che i personaggi si condannino da soli attraverso le loro azioni e i loro pensieri.
Teresa Wright interpreta Alexandra, la figlia di Regina — giovane, ingenua, capace di guardarsi intorno e capire — in un ruolo che Wyler costruisce come contraltare morale alla madre, senza mai renderlo banale. Patricia Collinge è Birdie, moglie alcolizzata di Oscar, l’unica figura genuinamente fragile del film: ogni sua scena è un piccolo colpo al cuore dentro una storia che di cuore ne ha pochissimo. Herbert Marshall è Horace, voce ferma e corpo che cede, la vittima che sa di esserlo e non ha la forza di sottrarsi all’inevitabile.




