Due attori agli antipodi, un set nel deserto e una scena che nessuno dei due si aspettava: così nacque la leggenda.
Prima che diventassero una coppia
Nel 1967 Carlo Pedersoli non era ancora Bud Spencer nel senso in cui lo conosciamo oggi. Era un ex campione di nuoto — primo italiano a nuotare i 100 metri in meno di un minuto, due Olimpiadi nel curriculum tra Melbourne e Roma — che aveva scoperto quasi per caso il cinema. Mario Girotti, invece, aveva già qualche film alle spalle e quegli occhi azzurri che i registi faticavano a ignorare. I due si conoscevano, si frequentavano, ma nessuno aveva ancora pensato di metterli insieme davanti a una macchina da presa.
Ci pensò il regista Giuseppe Colizzi, che stava girando Dio perdona… io no!, uno spaghetti western prodotto con un budget ridottissimo in Spagna e in Israele. Colizzi aveva bisogno di due facce che funzionassero insieme, che creassero una tensione visiva immediata. Pedersoli e Girotti erano fisicamente opposti — uno massiccio, scuro, con le mani grandi come palette; l’altro magro, biondo, con un sorriso che disarmava. Colizzi capì prima di tutti che quella differenza era oro.

La prima scena insieme: un ceffone e un’occhiata
La prima sequenza girata con entrambi sul set di Dio perdona… io no! era apparentemente semplice: i due personaggi si incontrano, si studiano, si scontrano. Ma quello che accadde durante le riprese andò oltre il copione. Bud Spencer, che ancora non padroneggiava la recitazione come avrebbe fatto anni dopo, reagiva in modo istintivo alle situazioni — e quella fisicità grezza, quella presenza enorme che occupava il frame, creava un contrasto perfetto con la leggerezza ironica di Terence Hill.
Il momento in cui la scena decollò fu quasi un incidente: una battuta fuori tempo, uno sguardo che durò un secondo in più del previsto, e la telecamera che continuava a girare. Colizzi lasciò correre. Quello che rimase nel montaggio finale era qualcosa che nessuno aveva scritto sulla sceneggiatura — un’intesa silenziosa, quasi comica, tra due uomini che si sopportavano appena ma che lo spettatore capiva subito avrebbero fatto di tutto l’uno per l’altro.
Il soprannome, la formula, il mito
Il film uscì nel 1967 e andò bene, abbastanza da giustificare un seguito. Ma fu con Lo chiamavano Trinità nel 1970 che la coppia esplose definitivamente. Quel film costò circa 300 milioni di lire e ne incassò molti miliardi, diventando per anni il film italiano più visto di sempre. La formula era apparentemente infantile — botte, fagioli, umorismo fisico — ma nascondeva personaggi con una morale precisa: i buoni vincevano sempre, senza mai uccidere nessuno.
Bud Spencer — il soprannome nato dall’unione della birra Budweiser e dell’attore Spencer Tracy — era in realtà un uomo che parlava cinque lingue, aveva una laurea in giurisprudenza, suonava la chitarra e aveva il brevetto da pilota di aerei ed elicotteri. Il gigante che prendeva a ceffoni chiunque sullo schermo, fuori dal set leggeva, componeva musiche, gestiva imprese. Terence Hill, stesso discorso: dietro la faccia da eterno ragazzo si nascondeva un attore tecnicamente solido, cresciuto alla scuola del cinema italiano degli anni Cinquanta.
Girarono insieme oltre trenta film in quasi trent’anni. Quando Carlo Pedersoli morì a Roma il 27 giugno 2016, a 86 anni, Mario Girotti scrisse: “Perdo il mio migliore amico.” Poche parole, giuste. Come le migliori scene che avevano girato insieme.




