Mario Monicelli diresse nel 1960 l’incontro tra due monumenti del cinema italiano, tratto da Moravia e ignorato dal botteghino: una commedia amara che vale la riscoperta.
Una coppia impossibile che funzionò
Anna Magnani non voleva Totò. Lo disse senza giri di parole quando Monicelli le propose il nome: temeva che recitare con lui la declassasse, la trascinasse in un cinema che lei aveva già lasciato alle spalle. Nel 1955 aveva vinto l’Oscar per La rosa tatuata e, dal suo punto di vista, il confine tra la commedia popolare e il cinema d’autore era una questione di sopravvivenza artistica. Come ha ricordato Giancarlo Governi, «lei ha appena vinto un Premio Oscar, Totò invece è rimasto legato a un cinema che viene considerato provinciale».
Monicelli andò avanti lo stesso. E fece bene, perché il risultato fu l’unico film in cui i due lavorarono insieme, un incontro che non si ripeté mai più e che il pubblico del 1960 non seppe riconoscere per quello che era.
Il soggetto: Moravia e la Roma dei perdenti
Il film nasce da due novelle dei Racconti romani di Alberto Moravia — Le risate di gioia e Ladri in chiesa — adattate da Monicelli insieme a Suso Cecchi D’Amico e Furio Scarpelli. La storia si svolge nella notte di Capodanno a Roma: Gioia Fabbricotti detta Tortorella (Magnani) è una generica di Cinecittà che vive con un padre anziano in un quartierino di periferia, Umberto Pennazzuto detto Infortunio (Totò) è un uomo che sopravvive inscenando falsi incidenti per riscuotere rimborsi assicurativi. Si conoscono da vent’anni. Li lega una di quelle amicizie logorate dalla miseria condivisa, senza slanci romantici, senza illusioni.
La notte parte storta per Gioia: viene invitata a un cenone da un’amica, poi scaricata perché il gruppo è sceso a dodici e lei non serve più per scongiurare il numero tredici. Da lì comincia un vagabondaggio notturno per Roma — la fontana di Trevi, i veglioni dei ricchi, la metropolitana, una chiesa — che funziona come una discesa nei bassifondi di un’Italia che celebrava il boom ma lasciava molti a guardare da fuori.
Il film nel film e lo sguardo di Monicelli
Le riprese iniziarono il 3 maggio 1960 e durarono circa quaranta giorni, tra interni agli stabilimenti Titanus ed esterni quasi interamente notturni. Uno dei momenti più riusciti è la sequenza d’apertura sul set di un peplum — genere allora molto in voga a Cinecittà — dove Monicelli si prende la libertà di sbeffeggiare la fabbrica del cinema popolare con uno spassosissimo film nel film, ritraendo il regista con cappotto cammello e sciarpa bianca che dirige la folla urlante con voce fiacca.
Il duetto Totò-Magnani sulla canzone Geppina Gepì è forse la scena più memorabile: fu girata al Casinò di Anzio ed è un omaggio esplicito al loro passato comune nel varietà degli anni Trenta e Quaranta, di cui — come ricordava Furio Scarpelli — non restano testimonianze filmiche. Sul set i due lavorarono di ottimo accordo, con quella che lo stesso Scarpelli definì «una gara benevola, senza alcuna malignità, a chi diceva più battute». La diffidenza iniziale della Magnani si sciolse sul campo.

Un flop che dice tutto sul 1960
Risate di gioia incassò 206 milioni di lire, un risultato deludente per un film che portava due dei nomi più grandi del cinema italiano. Monicelli arrivava da I soliti ignoti (1958) e La grande guerra (1959), due successi enormi che avevano ridefinito la commedia all’italiana: il paragone fu impietoso, e il film pagò anche la diffidenza del pubblico nei confronti della Magnani, reduce da film americani che avevano deluso le aspettative. «La gente non l’andava a vedere», disse il regista anni dopo, con la sua consueta brutale onestà.
La stessa Magnani fu dura con il risultato: lo definì «un film brutto, sbagliato», aggiungendo però, con il cinismo lucido che la contraddistingueva, che «in Italia c’è uno strano sistema: quando il film non viene la colpa è dell’attrice». La critica fu tiepida ma non ostile — Morandini scrisse di «onorevole, decoroso infortunio», riconoscendo la qualità degli interpreti pur segnalando qualcosa di «macchinoso» nella costruzione episodica.
Perché vederlo oggi
Nel dicembre 2013 — cinquantatré anni dopo l’uscita — il film è tornato in sala nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna insieme a Titanus e Rai Cinema. Quella è la versione da cercare. Rivisto con gli occhi di oggi, Risate di gioia regge su più livelli: come documento della Roma proletaria a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, come studio d’attore tra due personalità smisurate che si calibrano a vicenda, e come testimonianza di un modo di fare commedia che sapeva — come diceva Monicelli — che senza fame, morte e miseria in Italia non si può far ridere davvero.
Totò e Magnani non si rincontrarono mai più davanti a una macchina da presa. Quello che resta è questo film — complesso, imperfetto, vivo — e il duetto su Geppina Gepì girato ad Anzio una notte del 1960, in un Casinò che non esiste più.




