Oh, Canada: Il cinema come macchina per pensare il tempo

Giulio Bonacina

Febbraio 5, 2025

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Il tempo, la durata e la memoria

«La memoria non è un deposito di immagini morte, ma un’energia viva che rianima il passato e lo reintegra nel presente.»

(Henri Bergson, Materia e memoria, 1896)

Leonard Fife, celebre documentarista, piegato da un male terminale, racconta ad un troupe di ex allievi e, in primis, alla moglie, la storia della propria vita, deciso a rivelarne segreti e coni d’ombra.

Cosa vuol dire ricordare? Il ricordo è separato dall’attimo in cui viene pensato? In che rapporto si trovano verità, tempo e memoria?

Nel suo ultimo film, l’ormai 78enne Paul Schrader  sembra voler non tanto rispondere a queste domande quanto metterle in scena. A differenza del protagonista, Leonard Fife (un Richard Gere ridotto all’osso), famoso documentarista per il quale il cinema è rappresentazione del reale, Schrader usa il cinema per cercare di rappresentare il processo mnemonico. I numerosi flashback, bianco e nero, colori pastello, salti temporali non hanno  qui lo scopo “classico” di rappresentare il passato, di tornare cronologicamente indietro per capire meglio il presente.

Ricordare non significa ricostruire archeologicamente il proprio passato perché la memoria è legata al presente, e quindi è contestuale, risponde ai bisogni dell’oggi. I ricordi invece di spiegare la storia del protagonista, la complicano, la confondono, la contraddicono. Vediamo lo stesso moribondo Richard Gere comparire in un ricordo di 30 anni prima, il volto della moglie (Uma Thurman) essere lo stesso di una amante passata, memorie in bianco e nero e sequenze in cui la fotografia sembra ricalcare l’effetto pastello di una vecchia pellicola. 

Il tempo messo in scena da Schrader infatti non è quello degli orologi, non è un insieme preciso e scomponibile di attimi distinti, numerabili e misurabili, non è un deposito ordinato del passato. 

Schrader cerca di metterne in scene la dimensione qualitativa, l’esperienza diretta e soggettiva, quella espressa dal filosofo francese Henri Bergson col concetto di durata. La durè (durata) definisce il tempo non come un insieme di istanti separati, ma come un flusso continuo in cui il passato si accumula nel presente e li rielabora costantemente. 

Henri Bergson

«La durata reale è il progresso continuo del passato che si gonfia nel presente.»

(Henri Bergson, L’evoluzione creatrice, 1907)

Il ricordo quindi è il momento in cui il passato torna nel presente,non come materiale d’archivio, fisso e immutabile, ma come materia viva che si trasforma sulle esigenze dell’oggi. Per questo secondo Bergson, la memoria è la facoltà alla base della coscienza umana. 

Il ricordo come redenzione e il cinema che si fa tempo

Leonard Fife, come quasi tutti i protagonisti di Schrader, è in cerca del definitivo riscatto morale, dell’assoluzione delle proprie colpe, ma questa volta la salvezza non avviene tramite azioni radicali e definitive (Pensiamo a Taxi driver, ma anche ai recenti Il maestro giardiniere, e First reformed) ma tramite la confessione privata e il ricordo.

Se infatti la memoria costituisce il senso della nostra identità personale, solo tramite essa è consentita la redenzione.
Raccontare la propria vita, l’atto autobiografico, considerato come la massima espressione di sincerità e di onestà nel cercare di raccontare il “vero “ corso della propria esistenza, è impossibile. Impossibile nella misura in cui pretendiamo di unificare memoria e verità storica. Eppure è anche l’unico atto di redenzione possibile arrivati alla fine della nostra vita. Sulla soglia degli 80 anni, Schrader ci consegna un film intimo e dimesso non tanto sul ricordo e sulla memoria, ma che prova a farsi immagine stessa dell’esperienza soggettiva del ricordare.

«Il cinema non racconta una storia, ma ci fa sentire il tempo»

(Gilles Deleuze, L’immagine-tempo, 1985)

Oh, Canada non si limita a raccontare una storia attraverso flashback, ma mette in scena il processo stesso del ricordo, facendo del cinema un dispositivo di memoria, un’esperienza percettiva e sensoriale che rispecchia il modo in cui la coscienza umana vive il tempo.

Leonard Fife girava documentari, forma cinematografica in cui l’immagine si fa rappresentazione oggettiva del reale finalizzata ad archiviare il passato, a registralo immutabile come documento storico. Schrader invece ci mostra come il cinema può essere anche altro, qualcosa di vicino a quello che Deleuze in L’immagine-tempo definisce come «macchina per pensare il tempo». Il cinema non è solo rappresentazione di eventi passati o la progressione di una trama ma ha la capacità di renderci partecipi del tempo stesso , facendoci vivere il suo fluire, la sua elasticità, e la sua variabilità.

Schrader fa del cinema una porta aperta alla percezione pura del tempo, dove non siamo più spettatori lontani, ma ci ritroviamo immersi nella sua carne. Non solo vediamo il tempo passare, ma lo sperimentiamo fisicamente, sentendone ogni pulsazione. Non è solo il racconto di una storia che ci viene narrata, ma è il tempo stesso che ci racconta, che ci avvolge e ci trasporta in un’altra dimensione, dove il passato non è più un ricordo lontano, ma qualcosa di vivo, che continua a vivere nel nostro presente.

È cinema puro.

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