Ubriaco d’amore sempre al telefono: come abbiamo smesso di vivere il reale?

Beatrice Roberto

Settembre 27, 2025

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Il telefono è un ossimoro: lo prendi e già lo perdi. È un filo verso un punto evanescente, una possibilità, un’assenza.

È un varco per un aldilà, un altrove, un mondo mirabolante che non puoi sentire se non attraverso le voci e gli orecchi degli altri. O con gli occhi degli altri.

È il tentativo di camminare su di un filo nel buio per raggiungere lei. O lui.

Ma lui o lei non li puoi raggiungere. Puoi solo camminare. Con un telefono in mano, cercando campo.

Ubriaco d’amore.

Come abbiamo smesso di vivere il reale?

È la domanda che si pone Byung-chul Han nel suo testo Le non cose (2022).

Ma, forse, è anche la stessa domanda che ci pone, oggi, un qualunque schermo. O dispositivo.

La realtà ha smesso di sedurci. Ma, se è vista da altri per me, ha tutto un altro sguardo.

Anora

René Girard nel suo testo Menzogna romantica e verità romanzesca (1981) parla di desiderio mediato, o triangolare, ovvero la cosiddetta verità romanzesca del titolo. 

Io desidero, perché altri hanno desiderato, prima, per me. Io desidero quello che l’altro desidera. Ha visto, ha scelto. E io lo voglio, lo voglio terribilmente, allora.

Quanto siamo sadici?

E, allora, cerchiamo altri occhi. Altri occhi che possano dirci cosa guardare. Basta una storia di Instagram, un video su YouTube, un cinema.

Un telefono.

Lost in Translation

Il telefono è una non cosa, come dice Han. E, allora, può essere tutto.

Può essere occhio del cinema e cinema per l’occhio, attraverso fenomeni del cinema contemporaneo quali la digitalizzazione, la rilocazione, l’espansione. Il cinema si espande, è un mutaforma. Oggi, sempre di più. Se il mondo cambia, anche l’occhio che guarda deve cambiare. Per rifletterlo meglio. Per continuare a sedurre. E, allora, ci prende nelle nostre case, ci dice che resta con noi, anche senza un cinema, anche senza una tv, sempre a portata di mano. D’altronde, basta un cellulare.

E, infatti, Sean Baker gira Tangerine nel 2015 con tre iPhone 5s. Non è un caso. Ormai, è tutto lì.

Tangerine

Ma, allora, come abbiamo smesso di vivere il reale? Se questo è il nostro reale? Se è più vero un film girato col telefono perché è così che noi guardiamo il mondo, ora?

Han dice: la digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo. E bandisce anche i ricordi. Invece di metterci alla loro ricerca, noi salviamo quantità immani di dati. E, quindi, di non cose. Di informazioni. Dunque: non abitiamo piú la terra e il cielo, bensí Google Earth e il Cloud. Il mondo si fa sempre piú inafferrabile, nuvoloso e spettrale.

Perfetti sconosciuti

Sì, è un mondo inafferrabile. Noi, siamo diventati inafferrabili. Abbiamo perso il contatto col reale. Con l’altro. Siamo tutti perfetti sconosciuti, che giocano al telefono senza fili. Senza capirsi. Senza trovarsi.

Italo Calvino parla di questo nel suo racconto Prima che tu dica «Pronto»Dice: è in questo cercarci ansioso insicuro frenetico il principio e il fine di tutto; mai sapremo l’uno dell’altro più di questo fruscio che s’allontana e si perde per il filo.

Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson corre proprio lungo i capi di un filo del telefono.

E pone quella domanda: come abbiamo smesso di vivere il reale?

Il film, miglior regia a Cannes nel 2002, si apre, non a caso, su Barry (Adam Sandler), al telefono. È uno di quelli col filo.  E parla di coupon, di una promozione di cui vorrebbe approfittare. In una stanza spoglia, un magazzino. Lui è all’angolo dell’inquadratura, solo, vestito di blu. È ai margini. Ai margini della sua stessa vita. Spaventato all’idea di uscire dal capanno dove lavora. Spaventato dalla vita.

Barry ha sette sorelle, scatti d’ira, un’impresa emergente di sturalavandini. 

E un telefono.

Il rapporto di Barry col telefono è il filo conduttore invisibile dell’opera.

Il telefono è lavoro, è frustrazione, è solitudine. È sette sorelle che chiamano per sapere se vieni a una festa a cui non vuoi andare. È camminare a vuoto.

Squilla, dobbiamo rispondere. Ma, il telefono, ci parla davvero?

Ci prova. Ci prova davvero.

D’altronde, il telefono è sexy. È una voce di donna che non hai mai visto e che può essere tutto quello che vuoi, per stanotte. O per sempre. Per non essere solo. Per parlare con qualcuno. Basta chiunque.

Il telefono può essere un riparo, allora. O, forse, un compromesso. Forse perché non sappiamo più dirci le cose in faccia?

Barry fugge dal reale, da se stesso, dalla sua vita. È un’assenza. E, il telefono, che nel suo parlare non dice niente, è perfetto.

Ed è specchio della nostra alienazione. Siamo così soli da prendere per amore una voce di donna da pagare. E credere che quello possa bastare.

Il telefono è quindi scorciatoia, punto d’incontro quando ancora si è persi. Quando ancora siamo chiusi dentro stanze d’albergo. Dentro non luoghi. E stiamo solo cercando un bacio.

Talvolta funziona. Lena (Emily Watson), l’amore che entra nella vita di Barry, si rifugia, solo per una volta, anche lei, dietro una telefonata proprio per chiedere questo. Ancora è assenza che non sa di poter essere presenza. Di poter essere.

Ma il telefono è anche inganno, truffa, finzione. È la menzogna di una ditta di materassi, è una chiamata alle Hawaii, per strada, dicendo di essere in una stanza d’albergo. È nascondersi.

E, allora, tentiamo di parlarci al telefono.

Eppure, esso è corpo ossimorico per dire, proprio, l’incomunicabilità.

È in questo silenzio dei circuiti che ti sto parlando. So bene che, quando finalmente le nostre voci riusciranno a incontrarsi sul filo, ci diremo delle frasi generiche e monche; non è per dirti qualcosa che ti sto chiamando, né perché creda che tu abbia da dirmi qualcosa. 

(Calvino, Prima che tu dica «Pronto»)

Ubriaco d’amore è la storia di come un uomo impara a vivere il reale. 

O, forse, impara che non c’è niente da imparare. E stiamo tutti facendo del nostro meglio. Per ritrovarci.

Barry galleggia aspettando telefonate impaurito dal mondo fuori dalla sua stanza finché una mattina Lena non gli dice di uscire. Per assurdo, questa frase, però, la dice lei: io rimango sempre lì nelle camere d’albergo, tu sei arrivato e mi hai fatta uscire.

Cosa è cambiato? C’è l’amore nella mia vita, dice lui. E ho una forza che neanche ti immagini.

Mannarino, in una canzone dal titolo Vivere la vita, fa dire a un bambinoesci di casa, sorridi, sei vivo, cretino.

Ecco, credo sia tutto qui. È quello che succede a Barry. Non è stato Barry a dirle di uscire di casa, è stata lei a farlo. O, forse, no. Forse entrambi hanno aperto la porta, forse entrambi avevano bisogno di uscire da quella stanza. Per dirsi sono qui.

La vita inizia quando il filo del telefono si spezza. 

Barry resta con una cornetta monca. Parla con il suo truffatore per la prima volta. Dice la sua verità. E questo basta. E di quelle telefonate non gli importa più. Non c’è più nessuno da chiamare. Perchè lui è lì. E anche lei. E si possono afferrare. Possono essere presenze.

Io sono qui, dice lui. E si baciano goffamente.

Mi piace pensare che abbiano iniziato, poi, nel buio di quei titoli di coda, a giocare al telefono senza fili. Inciampando nei pensieri l’una dell’altro, fraintendendosi sempre. Amandosi. Tra la terra e il cielo.

Ci siamo mai capiti, al telefono senza fili?

Da bambina ricordo solo che si giocava per storpiare il più possibile le parole. E si sussurrava più piano che si poteva, mangiandosi le sillabe nelle orecchie dei vicini. E si rideva, le facce esterrefatte, il silenzio, le mani. Ci si guardava perché forse era, già allora, l’unico modo per capirsi. Ma, per le parole, non c’era verso. Che poi, alla fine, era la parte più bella.

Il telefono senza fili è vivere il reale, ubriachi d’amore. 

Avanti tutta, allora. E amen se non ci capiamo, non lo abbiamo mai fatto.

Ci siamo divertiti, però.

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