Sul set di Something’s Gotta Give accadde qualcosa di inaspettato: un momento di verità che cambiò per sempre il film — e la sua protagonista
C’è una scena, in Something’s Gotta Give – o Tutto può succedere, come fu distribuito in Italia – che resta impressa nella memoria di chiunque l’abbia vista. Diane Keaton, nei panni di Erica Barry, siede davanti al suo computer, il viso rigato dalle lacrime, il corpo scosso da singhiozzi. È un momento crudo, intimo, quasi imbarazzante per quanto appare autentico. E infatti lo era: in quell’istante, Diane Keaton non stava interpretando un personaggio. Stava, semplicemente, lasciandosi andare.
Nel 2003 la commedia romantica diretta da Nancy Meyers riunì un cast d’eccezione: Jack Nicholson, Diane Keaton, Keanu Reeves, Frances McDormand. Una combinazione di talenti che avrebbe potuto generare un film costruito sull’ego delle star, ma che, invece, diede vita a un racconto profondo, ironico e malinconico sulla paura di amare e di invecchiare. Nicholson è Harry Sanborn, un imprenditore sessantenne che frequenta solo donne molto più giovani. L’incontro con Erica, la madre della sua ultima conquista, cambia tutto. Lei è una scrittrice affermata, solida, ma anche fragile nel suo isolamento. Tra i due nasce qualcosa che, più che una storia d’amore, una sorta di resa emotiva reciproca.
Il film è un viaggio sentimentale che parla al cuore di chi si è sentito “troppo tardi” per ricominciare. E proprio per questo, quando arriva quella scena — Erica sola, devastata dal dolore — il pubblico percepisce che dietro i singhiozzi non c’è solo il personaggio, ma la donna. Diane Keaton aveva trasformato una semplice indicazione di copione in un momento di verità assoluta.
Le lacrime dietro la macchina da presa
Nancy Meyers, che conosceva bene l’animo sensibile della Keaton, raccontò in seguito che nella sceneggiatura c’era solo una riga: “Erica piange.” Ma quando la macchina da presa cominciò a girare, accadde qualcosa di inaspettato. Diane iniziò a piangere davvero, con tutta la potenza di un dolore che sembrava arrivare da lontano. Rideva, ansimava, si interrompeva, poi ricominciava a singhiozzare. Nessuno osava interromperla. La troupe continuò a girare in silenzio, consapevole che stava accadendo qualcosa di unico.

Quando Meyers finalmente disse “taglia”, sul set regnava un silenzio irreale. Diane continuava a piangere. Poi, tra le lacrime, sorrise e sussurrò: “Quella faceva male, ma ne è valsa la pena.” Non c’era nulla di costruito, nessuna tecnica attoriale: era pura catarsi.
In un’intervista di qualche anno dopo, Keaton ammise: “La gente lo chiamava coraggioso, ma non lo era. Era solo onesto. Ho pianto perché finalmente mi sono lasciata sentire tutto quello per cui avevo fatto finta di stare bene.” Quelle parole rivelano molto più di quanto sembri. L’attrice aveva riversato in quella scena frammenti della propria vita: amori finiti, solitudini, la pressione di un mondo che giudica una donna soprattutto per la sua età.
Meyers confermò: “Non stava recitando. Si stava lasciando andare. Portava con sé le sue vere ferite.” E proprio quella vulnerabilità, quella sincerità, trasformarono la scena nel cuore pulsante del film, valendole una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista.
Oggi, dopo la sua scomparsa, quelle immagini assumono un peso ancora più grande. Diane Keaton se n’è andata nella sua casa di Los Angeles, l’ 11 ottobre scorso a 79 anni, vinta da un melanoma che aveva tenuto nascosto per anni. Ha affrontato la malattia come ha vissuto tutta la vita: con ironia, discrezione e una forza gentile. Fino all’ultimo, raccontano i familiari, ha mantenuto il suo spirito lucido e sorridente, evitando le luci dei riflettori.




