Da qualche settimana è comparsa su Netflix, quasi in sordina, una serie tra le più interessanti del 2025. Si intitola Last Samurai Standing e, proprio come accadde con la prima stagione di Squid Game, è approdata sulla piattaforma senza campagne pubblicitarie o annunci roboanti.
Ma basta premere play sul primo episodio per capire che ci troviamo di fronte a uno dei survival game pronto a imporsi nel panorama internazionale.
Un survival game in piena era Meiji
Ambientata nel 1878, in un Giappone reduce dalle trasformazioni radicali dell’era Meiji, la serie racconta la sorte degli ultimi samurai ancora in vita dopo la caduta del loro ordine. Impoveriti e privati della loro identità guerriera, vengono attirati da una misteriosa organizzazione che promette un montepremi a dir poco imponente: 100 miliardi di yen.
Solo in seguito scoprono la verità, ovvero che per vincere dovranno obbligatoriamente uccidersi a vicenda in un gioco crudele che unisce duelli, prove di forza, strategie e determinazione.

Il primo sangue viene versato nel tempio di Tenryū-ji, a Kyoto, scenografia reale e sempre ricca di fascino, scelta non a caso per la sua simbologia spirituale e per il suo indubbio peso storico. Il percorso dei partecipanti, però, dovrà terminare a Tokyo, in un crescendo di tensione e rivelazioni che spingono gli spettatori a interrogarsi continuamente su chi si nasconda dietro i fili del gioco.
Il racconto oltre la violenza
Last Samurai Standing presenta senza ombra di dubbio scene d’azione frequenti e combattimenti spettacolari, ma la serie non vive solo di questo ritmo necessariamente concitato. Il valore aggiunto, infatti, è la capacità degli autori di intrecciare la storia e l’introspezione psicologica (con una buona dose di folklore) in modo da creare un profilo complesso di ogni protagonista.
Il survival game diventa così un pretesto per affrontare temi complessi come la perdita dell’identità, la ricerca di un nuovo scopo nella vita e il trauma di chi ha dedicato la propria esistenza a un ideale improvvisamente cancellato dalla modernizzazione.
Ogni episodio alterna duelli mozzafiato a flashback intimi e dialoghi intensi che mettono in primo piano la fragilità di uomini eternamente contesi tra l’onore e la sopravvivenza. A emergere sono i legami fraterni, alleanzie instabili, tradimenti e redenzioni, in un mosaico narratico che non può non colpire per la sua autenticità.
Il parallelo con Squid Game, chiaramente, è inevitabile (e, lo si deve ammettere, strategicamente utile sul piano mediatico) ma Last Samurai Standing riesce a emergere grazie a una forte identità culturale e a una narrazione che esplora la spiritualità e i tormenti interiori tipici della tradizione dei samurai, ancora avvolta 8e forse lo sarà per sempre) da un alone di fascino e mistero.




