Il significato dei cinepanettoni – Natale a Miami: produci, consuma, crepa

Alessandro Truccolo

Dicembre 26, 2025

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Ventunomilioniduecentoquarantanovemilaquattrocentosessanta euro.
Questo il cinquantesimo incasso più alto della storia del cinema italiano.
Niente male, no?
Il titolo della pellicola è facile, facilissimo: Natale a Miami (2005).

La coppia Massimo BoldiChristian De Sica, qui all’ultima apparizione prima di una separazione decennale, torna per l’ennesima epopea natalizia, questa volta spinta oltreoceano, nella Florida più calda, sgargiante e pacchiana immaginabile. Due uomini ricchi, di mezza età e sentimentalmente alla deriva, catapultati in un paradiso artificiale fatto di spiagge, cocktail fluorescenti e corpi nudi, nudissimi.

Giorgio (De Sica), abbandonato dalla moglie, segue l’amico Mario a Miami con la speranza di distrarsi. Ranuccio (Boldi), mollato a sua volta, parte invece con figlio e amici (Mandelli, Ruffini, Sanfelice), tutti accomunati da un unico, limpido e nobilissimo obiettivo: scopare. Da qui in avanti, il film procede come da tradizione: equivoci, gag sguaiate, situazioni grottesche, pernacchie assortite. Tutto perfettamente nella norma del cinepanettone.

Natale a Miami potlac cinepanettoni
Ranuccio e Giorgio in Natale a Miami (2005)

Sarebbe inutile soffermarsi ulteriormente sulla trama, così come è inutile fingere sorpresa: Natale a Miami è un film orribile, dall’inizio alla fine. Ribadirlo, però, non è tempo perso. Perché se è vero che da un cinepanettone non ci si aspetta nulla, è altrettanto vero che, a volte, anche nel peggiore degli spettacoli si nascondono interessantissime rivelazioni. Basta guardare oltre la superficie — o forse, più semplicemente, leggere tra le righe.

Del Natale, per come viene inteso tradizionalmente, nel film di Neri Parenti c’è infatti ben poco. Caldo torrido, spiagge dorate, palme rigogliose, cocktail coloratissimi e una sovrabbondanza di bikini: Miami diventa una vetrina permanente dell’eccesso.
Tutto risplende, tutto luccica, tutto è illuminato — eppure questa luce non rischiara, abbaglia.

La città non è sfondo, bensì continua sollecitazione. Un invito costante alla perdita di controllo, allo spreco, alla dilapidazione. I personaggi si muovono ammaliati da un lusso tanto opulento quanto irrimediabilmente pacchiano, sospinti da un’unica legge non scritta: è Natale, siamo in vacanza, dobbiamo divertirci, costi quel che costi.

E in quel “costi quel che costi” si annida il vero fulcro del film, che finisce — suo malgrado — per trasformarsi in un sorprendente “documentario” sullo spreco, sull’eccesso e sulla necessità contemporanea di bruciare tutto, anche quando non c’è più nulla da celebrare.

Natale a Miami: Christian De Sica scopre il potlac

Come ogni cinepanettone che si rispetti, anche Natale a Miami si regge — a fatica — su un intreccio sentimentale. Poco importa ricostruirlo nei dettagli: ciò che conta è l’esito. Giorgio e Mario finiscono per “scambiarsi” le donne che orbitano attorno a loro, in una sequenza di equivoci e rivelazioni che segue una logica ferrea, quasi contabile. Ogni torto esige compensazione, ogni perdita una restituzione.

Non desiderio, ma bilancio.
Non amore, ma pareggio dei conti.

È in questo meccanismo che Natale a Miami, senza alcuna consapevolezza, mette in scena una dinamica sorprendentemente precisa: uno scambio forzato, competitivo, aggressivo, in cui le persone diventano strumenti di compensazione simbolica.

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Mario, sua figlia Stella e Giorgio in Natale a Miami (2005)

Marcel Mauss, nel Saggio sul dono, dà un nome ben preciso a questo tipo di scambio: potlac. Una “guerra di doni” tipica di molte società arcaiche, in cui il presente non serve a creare armonia, ma a ristabilire gerarchie, a rispondere a un affronto con un eccesso, a costringere l’altro a ricambiare — o a soccombere.
E’ usanza tipica, infatti, delle tribù di indiani del Nord America, scatenare vere e proprie guerre non violente, nelle quali si sfida il proprio avversario a dilapidare quanti più beni a sua disposizione.

Nel pratico, se due capi della tribù Haida decidono di sfidarsi in un potlac, ecco che il primo inizierà regalando all’altro enormi quantità di coperte, grasso di balena e di foca, oggetti in rame (che presso gli Haida ha il valore che per noi ha l’oro), armi, canoe, donne e schiavi. Organizzerà poi pantagruelici banchetti, dove le provviste di anni e anni verrano consumate interamente. Lo sfidante, non potrà fare altro che rispondere con doni più preziosi, in maggior quantità. E così si continua ad usura, fino a che uno dei due non avrà più nulla da donare.

Talvolta non è nemmeno necessario porgere i propri doni all’avversario: è sufficiente distruggere i propri averi di fronte al nemico, che si vedrà costretto a rispondere dilapidando ancora di più.

«Nel potlac l’obbligo di dare è l’essenza stessa del rito.»

(Marcel Mauss, Essai sur le don)

A questo obbligo ne seguono altri, altrettanto vincolanti: ricevere, accettare, restituire. Rifiutare il dono significa perdere onore; non ricambiare equivale a confessare la propria inferiorità.

Applicata a Natale a Miami, la dinamica è fin troppo chiara. Nel momento in cui Giorgio scopre il tradimento dell’amico, il senso di colpa per il proprio gesto evapora. La colpa altrui lo assolve retroattivamente. Lo scambio è compiuto, il conto torna. Ma è uno scambio svuotato: non produce riconciliazione, né giustizia, né catarsi. Rimane solo la sua componente più brutale, quella di pura compensazione.

«In ogni potlac c’è una virtù che costringe i doni a circolare, a essere dati ed essere ricambiati.»

(Marcel Mauss, Essai sur le don) 

In Natale a Miami questa “virtù” sopravvive come parodia. Le donne non sono soggetti dello scambio, ma vettori; non desideranti, ma scambiabili. Il gesto non ha più valore simbolico: serve solo a ristabilire un equilibrio momentaneo, pronto a rompersi di nuovo.

Il potlac, privato della sua sacralità, diventa meccanismo cieco.
Non più rito, ma automatismo.
Non più sfida, ma routine.

Ed è proprio in questo rituale svuotato — ripetuto senza onore, senza rischio e senza trascendenza — che il film smette di essere solo una farsa e comincia, suo malgrado, a parlare del nostro presente. Perché quando lo scambio perde significato, ciò che resta non è il legame, ma lo spreco.
E proprio questo spreco non tarderà a reclamare il centro della scena.

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Stella e Giorgio, dopo lo “scambio simbolico” in Natale a Miami (2005)

Massimo Boldi alle prese con la parte maledetta

Il potlac, dunque, essendo guerra di doni, implica necessariamente la dilapidazione totale dei propri beni. Distruggere, sperperare, consumare fino all’eccesso non è solo un gesto di prevaricazione simbolica — dimostrare di poter spendere più degli altri — ma risponde a un bisogno più profondo, quasi biologico. Un’urgenza che la modernità tenta di nascondere, ma che puntualmente riemerge nelle sue forme più sguaiate.

È qui che entra in gioco Georges Bataille.
Ne La parte maledetta, il filosofo francese teorizza un’idea tanto semplice quanto disturbante: ogni società produce più energia, più ricchezza, più risorse di quante ne servano realmente alla sopravvivenza e alla crescita. Quando questo surplus non può più essere reinvestito — quando la crescita si arresta — l’eccesso non scompare. Deve essere consumato. Speso. Perduto.

«L’eccedenza di energia, se non può essere utilizzata per la crescita, deve necessariamente essere dissipata senza profitto.»

(Georges Bataille, La Part maudite)

Ranuccio, il personaggio di Massimo Boldi, è la traduzione perfetta — e involontariamente esemplare — di questa logica. Più ancora di Giorgio, è lui a incarnare l’urgenza batailliana dello spreco. Umiliato dal tradimento della moglie, privato del proprio ruolo virile e simbolico, vola a Miami non per guarire, ma per bruciare tutto ciò che gli resta: soldi, dignità, tempo, corpo. La vacanza non è un piacere, è un sacrificio. Un rito di distruzione lussuosa volto a ristabilire un rango perduto.

Natale a Miami potlac
Ranuccio e Giorgio vengono arrestati a seguito dell’ennesimo esilarante equivoco

Il potlac, qui, smette definitivamente di essere uno scambio e diventa una corsa verso il fondo. Ranuccio e la sua degenerata prole non accumulano nulla, non costruiscono nulla: consumano. Bevono, scopano, festeggiano, esagerano. Non per desiderio, ma per obbligo. Perché l’eccesso, quando non trova uno sbocco utile, pretende comunque di essere evacuato. E poco importa se lo si fa con gloria o con volgarità.

Bataille chiamava tutto questo parte maledetta: quella quota di energia che non può essere integrata nel sistema produttivo e che deve quindi essere dissipata senza contropartita. In Natale a Miami, questa dissipazione non ha più nulla di rituale né di sacro. È pura coazione. Un divertimento imposto. Un’orgia senz’anima. La crescita è immobile, ma il consumo non può fermarsi. 

E allora si sperpera tutto: corpi, relazioni, affetti, fino a ridurre l’essere umano a semplice vettore di spesa.

Ranuccio non dilapida perché vuole.
Dilapida perché non può fare altrimenti.
È la parte maledetta che cammina, parla in dialetto e fa pernacchie.

Natale a Miami: non c’è più nulla di sacro

Una volta distruggevamo i beni per onorare gli dèi.
Poi per umiliare il nemico.
Poi per conquistare prestigio, rango, memoria.

In Natale a Miami si dilapida per ammazzare il tempo tra una cena e una scopata.

Il potlac non è più rito, ma tic nervoso.
Lo spreco non è più sfida, ma riflesso condizionato.
La parte maledetta non è rischio né vertigine: è una gag reiterata, anestetizzata, prevista dal copione.

Parenti filma uomini che consumano perché non sono più in grado di fare altro.
Non desiderano, non competono, non sacrificano: eseguono.
Meccanicamente. Eternamente. 

Boldi e De Sica non interpretano personaggi, ma incarnano un protocollo culturale ormai automatico: bere, scopare, spendere, ostentare. Non è scelta, bensì obbligo.

Il Natale non è più una festa, è un mero pretesto.
Il dono non crea legami, li consuma.
Lo spreco non libera, addestra.

Natale a Miami Potlac
Ranuccio, Lorenzo, Paolo e Diego sul loro bolide
(da sinistra a destra)

Natalе a Miami non è un incidente industriale, né un errore di percorso.
È un prodotto perfettamente riuscito.

Racconta ciò che il cinema italiano ha deciso di essere — e soprattutto, per chi.
Un pubblico che ride, consuma, dimentica.
Che non chiede nulla e a cui non viene dato nulla.

Ha incassato milioni perché ha detto esattamente quello che doveva dire, nel modo più semplice possibile:
senza pensare,
senza scegliere,
senza vergognarsi.

Natalе a Miami non è solo un film brutto.
È un sistema che funziona.

E il suo epitaffio è già stato scritto da tempo:

«Produci,
consuma,
crepa.»


(CCCP, Morire)

Leggi anche: Die Hard – Il brivido del Natale

Autore

  • Alessandro Truccolo

    Scrivo di cinema, preferibilmente quando è cupo, scomodo e inutilmente complesso. Lars von Trier come comfort zone. Il resto si discute.

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