Buen Camino di Checco Zalone.
Provare ad analizzare il fenomeno Checco Zalone è un atto che nello stesso istante in cui si comincia ha già fallito. Perché Checco Zalone oggi è l’essenza delle tifoserie storico-sociali italiane. Al reale riflettere attorno all’opera, al suo contesto, ai suoi risultati al botteghino si antepongono aprioristicamente luoghi comuni e pseudo tentativi di rompere i luoghi comuni che diventano a loro volta luoghi comuni.
“Genio”, “spazzatura”, “fatevi una risata”, “alla fine è piacevole”, “che schifo questo paese”, “siete tutti degli intellettuali”.
Gli assolutismi nel nostro dibattito sono la morte del dibattito. In Italia non si dibatte, si afferma la propria verità incontrovertibilmente, senza neanche averla processata tra sé e sé. Si seguono gruppi, slogan, parole immediate. Non si media il pensiero in Italia. Non si pensa. Anche chi potrebbe criticare, umilia.
Invece, analizzare Checco Zalone e il suo ultimo film Buen Camino é fondamentale per riflettere su questo paese, nel bene e nel male. E, paradossalmente, l’analisi che ne può fuoriuscire è politica, storica, sociale molto più di quanto si creda.
Ragioniamo a più fasi.
In principio, la baresità.
Chi scrive è un barese, di Bari, non di Bëri, che conosce Checco Zalone dalle sue origini cantautoriali comiche, figlie indirette di Toti e Tata e altri fenomeni dell’imitazione e del tipo di umorismo di cui Luca Medici è erede e oggi massimo esponente. Le sue battute, il suo tipo di sketch è specchio di una cultura del capoluogo della Puglia e della sua provincia allargata, lo ritrovi nei nonni in mezzo alla strada, nei personaggi estrosi, volgari e poetici della nostra zona.
D’altronde, per un barese è ovvio che Checco Zalone significhi che Cozzalone, nel senso di “che Tamarrone”, “che persona volgare”, essendo la parola cozzalo il modo in cui a Bari si definiscono questo tipo di persone che in altri luoghi, con le dovute differenze sociali, si definirebbero (più o meno) maranza, zarri, tamarri.

E Luca Medici, originario di Capurso, questo tipo umano lo porta nella sua maschera, prodotto di un’acuta osservazione dell’uomo medio barese, paraculo, opportunista, idiota, egocentrico al quale aggiunge un destino da persona buona, da eroe buffo e imperfetto della storia.
Il suo primo film, figlio di un grandioso successo a Zelig, Cado dalle Nubi, è il manifesto di questo archetipo e di questa struttura narrativa.
E proprio in questa semplicità chiara ma innovativa si rivela il suo successo: perché quell’uomo terrone, senza peli sulla lingua, arriva a Milano e svela tutte le differenze, le ignoranze e le menzogne di un’Italia ancora divisa, distaccata eppure amante delle risate e del lieto fine.
Tutti rideranno di lui finendo a farne il tifo, a ridere di loro stessi nei plurimi archetipi italici, mostrati attraverso l’italianizzazione di quel linguaggio comico-barese, la creazione di un codice e l’iconicità delle canzoni, già suo marchio di fabbrica nel già citato programma condotto da Bisio e Incontrada.
E così, una volta reso riconoscibile quel modello umano, Checco nei vari film andrà metaforicamente e fisicamente nel mondo, da Milano al Nord Europa, passando per l’Africa e la cultura mussulmana. E ovunque, svelerà menzogne e mediocrità.
Fa ridere, ma anche riflettere

Se dovessimo inquadrare il punto di forza di Zalone, a parer di chi scrive, lo troveremmo nella coincidenza tra lo sketch, la battuta e la trama con i suoi temi principali.
L’aspetto brillante del suo cinema è tutto lì: una storia semplice ma con tematiche ben precise, che passavano dall’omosessualità al posto fisso, dalle famiglie allargate al ruolo del femminile, dall’imprenditoria italiana al radical chic. E nei primi quattro film, le battute erano essenzialmente connesse, nel bene e nel male, a questi temi. Di conseguenza, nel ridere, si legittimava la storia stessa e si creava uno specchio su questioni sociali determinanti del nostro paese. E Zalone centra a pieno temi chiave in momenti chiave con una precisione storica brillante.
Anticipa e svela le menzogne e retoriche del nostro paese, nel bene e nel male. Perché sicuramente non sempre politicamente corretto, a tratti molto al limite, ma furbo, più sottile di quel che può sembrare.
Il risultato: record incredibili al botteghino, leggenda.
La conseguenza: Luca Medici non subisce l’incubazione italiana della televisione, dei divismi e delle mode. Mantiene la sua presenza assente, fa scelte precise, rifiuta cachet importanti, si espone per tematiche di beneficienza. Ancora una volta, molto più brillante di qualsiasi previsione. Il terrone tamarro fa le scelte più intelligenti di tutti. Chapeau, come direbbe un conterraneo.
Poi, accade Tolo Tolo.
La commedia italiana è autoriale, ma per chi?
Tolo Tolo è un’opera diversa, più complessa, dove la narrazione si complica, dove la denuncia è un po’ più profonda. Il finale in cui una canzone sulle cicogne rincoglionite spiega in modo assurdo le ingiustizie di questo mondo, è una denuncia poetica e meravigliosa. Spacca il botteghino, ma per inerzia, non per gradimento.
“Bello Tolo Tolo, ma non fa ridere”, è la prima frase che tutti dicono; sarà come Tolo Tolo o come quelli prima? È la prima domanda che tutti si facevano prima che uscisse Buen Camino.
Ma perché? Cosa è successo?

La risposta è fondamentale: perché gli italiani, o meglio la maggioranza degli italiani, vogliono solo intrattenimento. Le risate di Zalone va bene che facciano riflettere, ma giusto un po’, non troppo, se no poi: “che noia”.
La commedia all’italiana era figlia di un altro tempo, l’autorialità più sofisticata e, forse, si rideva “sul serio”. Ma le persone ricordano questo o le grasse risate che si facevano coi personaggi iconici che la popolavano? Il Tragico Fantozzi faceva ridere, sbellicarsi dalle risate, anche quando in verità denunciava l’iperrealismo della società capitalista. Oggi millantiamo l’autorialità di quelle opere con fare nostalgico, ma davvero all’epoca ne coglievamo i sensi intellettuali, o comunque ridevamo e basta? Questa trasfigurazione del cinema italiano del passato é un’operazione di reale analisi storico-sociale o una retorica intellettuale in cui ci proteggiamo?
E anche oggi, quando si risponde sostenendo il genio di Zalone, quanto davvero lo si vuole approfondire quanto invece lo si afferma solo per scansare la fatica di un vero approfondimento?
Cosa c’é di più pericoloso di dare delle giustificazioni, non realmente motivate, per difendere la propria superficialità?
Ed ecco che, a parer di chi scrive, Buen Camino è la risposta a tutto ciò.
Buen Camino, o la vittoria dei mediocri
Buen Camino è un ritorno al prima di Tolo Tolo, ma ulteriormente privato degli specchi battute-temi.
La trama è semplice: un miliardario che sperpera, una figlia arrabbiata che cerca se stessa al di là dei soldi. Un padre che deve imparare a tornare una persona normale. Un nonno riconglionito. Certo, potenzialmente la struttura generazionale della nostra società poteva rivelarsi interessante: tre figure, nonno, padre e figlia che rappresentano lo sviluppo del nostro paese, dai lavoratori ai figli del boom ai nipoti persi senza più un’identità chiara.
Ma è minimamente approfondito tutto ciò? No.
Le battute sono minimamente connesse a tutti i sotto testi di questa traccia narrativa? No.
Buen Camino intercetta e “sfotte” minimamente tematiche storico-sociali come i film passati? Molto ma molto meno.
Questo film è “semplicemente” una brillante esecuzione del ritmo comico demenziale: sketch costantemente e perfettamente incasellati, che fanno ridere, ma non fanno riflettere neanche quel poco da poter ipotizzare un intento autoriale. E le potenti battute su Gaza e Schinder List non hanno alcun non detto, siamo sinceri.

Sia chiaro: va benissimo.
Zalone ha fatto un film vincente, facile, che fa ridere (anche io ho riso molto), che emoziona nel sempreverde schema americanissimo dell’happy ending. È intrattenimento congeniato a puntino, ottimo per alleggerirsi e uscire sorridenti a Natale, importante per le sale e per il Cinema stesso. 20 milioni in 3 giorni fanno bene a tantissimi lavoratori, esercenti e famiglie soddisfatte.
Non c’è critica in questo: la critica qui è all’assoluta incapacità generale di analizzare lucidamente tutto questo, uscendo dai luoghi comuni citati a inizio articolo. La critica è alla retorica che difende Zalone come genio e il resto del cinema italiano come merda, lì dove tantissime opere di ottimo valore anche del 2025 non sono promosse, non sono viste, non sono cercate dal pubblico.
Perché, con responsabilità da ambo le parti, non è un paese per il Cinema italiano l’Italia, ma per fenomeni sociali.
La gente non va al Cinema per Buen Camino, va a vedere il film di Checco Zalone. È un’esperienza sociale, non cinematografica. E la colpa non è di Zalone, anzi. Checco Zalone è una necessità storica di questo paese, che non pensa più su nulla, che segue onde di mode senza comprenderle, che si impossessa della verità come diritto prima che come dovere critico. E se un tempo il cinema di Zalone svelava qualcosa di tutto ciò, oggi si limita a farci sbellicare di risate splendidamente effimere, tanto non sappiamo notare la differenza.




