Giancarlo Giannini è uno di quegli attori che non si limitano a interpretare un personaggio: lo reinventano, lo riscrivono, lo trasformano in qualcosa che prima non esisteva. La sua carriera, lunga più di mezzo secolo, è un viaggio attraverso l’Italia, le sue contraddizioni, le sue passioni, le sue ferite.
È un attore che ha saputo essere popolare e sofisticato, comico e tragico, politico e sentimentale. Un interprete capace di passare dal teatro al cinema, dalla commedia al melodramma, dal dialetto alla lingua, senza mai perdere autenticità.
5 grandi interpretazioni di Giancarlo Giannini
Giannini è stato il volto, il corpo e la voce di una stagione irripetibile del nostro cinema: quella che, negli anni Settanta, ha trovato in Lina Wertmüller una regista capace di raccontare l’Italia come nessuno aveva fatto prima. Giannini è stato il suo alter ego, il suo specchio, il suo detonatore.
Il primo incontro che definisce questa collaborazione è Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972). Qui Giannini dà vita a un personaggio che è già un manifesto: Mimì è un uomo semplice, travolto dalla politica, dal lavoro, dal desiderio, dalla paura di non essere all’altezza. Giannini lo interpreta con una miscela di comicità e disperazione che diventerà la sua cifra. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni esitazione racconta un’Italia che cambia troppo in fretta, un’Italia che non sa più dove guardare. La sua interpretazione è memorabile perché non giudica mai il personaggio: lo accompagna, lo osserva, lo lascia sbagliare. Mimì è ridicolo e tragico allo stesso tempo, e Giannini riesce a far convivere queste due anime senza mai forzarle.
L’anno successivo arriva Film d’amore e d’anarchia (1973), forse il suo ruolo più dolce e vulnerabile. Giannini interpreta Tunin, un contadino che arriva a Roma per compiere un attentato politico e si ritrova travolto da un amore impossibile. Qui l’attore abbandona la maschera comica e si apre a una fragilità quasi infantile. Tunin è un uomo che non sa stare al mondo, che non capisce le regole, che si lascia guidare dal cuore. Giannini lo interpreta con una delicatezza che spiazza: gli occhi lucidi, la voce rotta, la timidezza dei gesti. È un personaggio che vive di contrasti — l’anarchico e l’innamorato, il rivoluzionario e il ragazzo impaurito — e Giannini li tiene insieme con una naturalezza che pochi attori possiedono.
Nel 1974 arriva Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, il film che cristallizza la sua alchimia con Mariangela Melato. Qui Giannini è Gennarino Carunchio, marinaio siciliano, orgoglioso, testardo, feroce e tenero allo stesso tempo. La sua interpretazione è un’esplosione di fisicità: cammina, urla, ride, si arrabbia, si innamora con una verità che sembra improvvisata, ma non lo è mai. Gennarino è un personaggio che rischiava di diventare una caricatura, e invece Giannini gli dà profondità, lo rende umano, lo rende credibile. La sua trasformazione — da servo a padrone, da vittima a carnefice, da uomo ferito a uomo innamorato — è una delle più potenti del cinema italiano.

Poi arriva Pasqualino Settebellezze (1975), il film che gli vale la nomination all’Oscar. Qui Giannini raggiunge un’intensità che diventa quasi destabilizzante. Pasqualino è un uomo che attraversa l’orrore della guerra, della fame, della prigionia, e che sopravvive grazie a un misto di astuzia, disperazione e amor proprio. Giannini lo interpreta come un clown tragico: buffo, spregevole, commovente, disgustoso, irresistibile. Ogni scena è un salto nel vuoto. La sua performance è memorabile perché non cerca mai la simpatia dello spettatore: cerca la verità, anche quando è scomoda, anche quando fa male. È una delle interpretazioni più coraggiose della storia del nostro cinema.
Infine L’innocente (1976), l’incontro con Luchino Visconti. Qui Giannini abbandona il dialetto, la comicità, l’istinto popolare, e si immerge in un mondo aristocratico, decadente, sensuale. Il suo Tullio Hermil è un uomo elegante e crudele, tormentato dal desiderio e dalla gelosia. Giannini lo interpreta con una raffinatezza che sorprende chi lo aveva conosciuto nei film di Wertmüller. Ogni parola è misurata, ogni gesto è controllato, ogni emozione è trattenuta fino a esplodere. È la prova definitiva della sua versatilità: un attore capace di reinventarsi senza perdere identità.




